C’è del metal in Danimarca | Rolling Stone Italia
hell is hell

C’è del metal in Danimarca

Siamo stati invita da Monster Energy a Copenhell, il festival metal per eccellenza dello stato nordico. Ne siamo usciti vivi e marci, come scriveva il drammaturgo. Il report

C’è del metal in Danimarca

Copenhell

Foto: Adrian Cohorta

La correlazione metal-Europa del Nord è più radicata di friggitoria-Napoli Centro. Qualcuno sostiene che dipenda dal fatto che i paesi nordeuropei siano freddi e bui e che le violente sonorità metal siano un ottimo modo di incanalare la negatività e la frustrazione spesso associate a culture tradizionalmente introspettive, altri che questo genere trovi grande risonanza nel folklore locale e nella mitologia norrena in generale, rendendolo un veicolo di identità culturale molto forte.

Ad ogni modo quando atterro a Copenhagen non la trovo né buia né fredda. Sono qui per assistere alle prime due giornate del Copenhell, il G8 della musica non leggerissima ospitato dalla capitale danese. Nato nel 2010 nella penisola di Refshaleøen, un sito industriale che ricorda l’Indastria del Conan di Miyazaki con una spruzzata di capannoni di Viale Europa a Cologno Monzese, il festival ha cementato negli anni la propria reputazione di faro della comunità metal, una kermesse internazionale in grado di richiamare chiunque, da nomi di primissimo piano ad artisti senza contratto discografico che hanno ancora addosso il muschio della cantina.

Anche quest’anno la lineup è impressionante tanto quanto l’affluenza: soldout con circa 39mila spettatori al giorno, il solito variegato mix di predoni postatomici di Ken il Guerriero, comparse speciali di Sons Of Anarchy, metallari old school che sembrano tutti variazioni sul tema Kerry King/Scott Ian e l’immancabile rappresentanza di cosplayer che spazia dagli Space Marine biomeccanici a suore demoniache. Tutti calmi e placidi come vacche indù, si muovono ordinatamente in uno spazio che potrebbe essere in tutto e per tutto il set della serie Fallout o il remake scandinavo di Mad Max: croci rovesciate, sculture metalliche metal-psichedeliche, distese cimiteriali prese di peso da Zombi di Lucio Fulci, tristi mietitori alti tre metri, elmi con corna vichinghe e teschi. Tantissimi teschi. Sono nella Gardaland diderurgica del metallo dove al posto del Blue Tornado le attrazioni sono stand di tatuaggi e piercing, barbieri, negozi di anelli e patch e anche un ring dove pugili Muay Thai si corcano di mazzate per il ludibrio dei presenti. Quando chiedo il perché, visto che mi sfugge la correlazione tra sport da combattimento thailandese e musica metal di prevalenza anglosassone, mi viene risposto “perchè no?”.

Sono ospite di Monster Energy, principale sponsor dell’evento e Tom, l’efficientissimo ragazzo che si occupa dell’hospitality, mi chiede continuamente come sto e se mi serve qualcosa, facendomi sentire come quei vecchi degenti di una casa di riposo in gita in un paesino termale toscano per il weekend. Grazie a un’intelligente organizzazione degli eventi è quasi possibile assistere a tutti i concerti in cartellone ma il sole picchia più di un riscossore crediti al soldo della mafia russa e l’ombra è poca quindi bisogna fare delle scelte. Ecco quello che ho visto al Copenhell 2026

Di Tom Morello guardo solo due brani. L’axeman eterodosso dei Rage Against The Machine dopo essere stato il direttore artistico del concerto di addio dei Sabbath è ormai un padrino riconosciuto del metal ma come solo act, mi perdoneranno i fans, mi sembra meno avvincente di una coverband dei Modà alla Sagra della salama da sugo di Rovello (dove comunque consiglio di andare).

Preferisco concentrarmi su qualcosa di nuovo, anche solo per sentirmi meno vecchio, e allora ecco che nell’area R.I.P. si esibiscono i Twenty One Childen, un trio composto da Abdula alla voce, Thula alla chitarra e Biko alla batteria che non fa sconti a nessuno. Vengono da Soweto, la stessa township (baraccopoli suona decisamente meno figo) alle porte di Johannesburg che ha dato i natali a Nelson Mandela e già per il solo fatto di essere arrivati qui al Copenhell hanno vinto tutto. La loro musica fa il resto: un mix pericoloso e instabile di punk sgangherato erede di Crass e Dead Kennedys, rap, kwaito (mix locale di house, garage e afropop) e funk in saldo al Tigros, che mi ha fatto sentire di nuovo un ventenne per una manciata di minuti: un set di mezz’ora più densa del piombo, con tempi harcocore e stop and go adrenalinici e riff di chitarra più abrasivi della spazzola di saggina che usava mia nonna. Ascoltatevi Life Thing e ditemi se non vi ricordano i Beastie Boys se fossero nati in casupole di lamiera infestate dalla malaria e senza generi di prima necessità (quindi incazzati abbestia). Consigliatissimi.

Ho visto Alice Cooper 4 volte in vita mia, la prima fu quasi 20 anni fa e ammetto che da allora il signor Furnier è cambiato pochissimo. A 78 anni sale sul palco con la strafottenza di un crooner consumato che non deve dimostrare niente a nessuno e propone generosamente il suo impressionante catalogo che attraversa 50 anni di rock e comprende picchi di grandeur glam, inevitabili secche e svolte commerciali inaspettate quanto gustose. La band è più rodata di una tavola calda di New Orleans che fa i doppi turni 7 su 7, con un tridente offensivo di chitarre micidiali: Ryan Roxie che cambia strumento più frequentemente di quanto Leo Di Caprio cambi fidanzata, Tommy Henriksen già negli Hollywood Vampires, la bimba prodigio Anna Cara (subentrata alla valchiria Nita Strauss in congedo di maternità). La sezione ritmica è affidata alla colonna portante Chuck Garric al basso e a Glen Sobel alle percussioni. Per me il vertice espressivo assoluto è la maestosa The Ballad Of Dwight Fry ma sono tantissime le sapide portate del suo set, compreso un bis in cui si cimenta in una cover di Smells Like Teen Spirit. Solo Alice Cooper riesce a proporre un brano cosi sfacciatamente popolare mantenendo una certa credibilità. È come un piatto di rigatoni con la pajata: non si tratta dell’esercizio più radicale e raffinato del mondo ma lascia sempre soddisfatti, senza tralasciare una certa ironia nel mangiare un piatto il cui ingrediente principale è una parte del vitello così pericolosamente vicina alla merda. Lunga vita a te.

Da ragazzino, quando gli pterodattili solcavano i cieli, leggevo le fanzine hardcore metal e Mike Muir dei Suicidal Tendencies era già una figura mitologica. Su MTV guardavo il video di Instituzionalized e mi sembrava la cosa più figa mai vista. Ora, svariati decenni dopo, Muir mi ricorda Maurizio Battista che partecipa a Tale e Quale Show nei panni di Axl Rose. Ma dura solo un attimo: appena i suoi Suicidal Tendencies attaccano You Can’t Bring Me Down capiamo che sarà un’ora di cui ci ricorderemo. Muir ha visto l’abisso e conseguentemente anche l’abisso ha visto Muir e ha detto “a posto così grazie”. War Inside My Head è una sassata in faccia, Subliminal è il sale buttato sulla ferita e Pled Your Allegiance la catarsi finale col pubblico a fare proprio un wall, non solo di sound. Old School rules.

Non prendiamoci in giro: il 70% dei presenti in questo primo giorno è qui solo per loro, i paladini incontrastati del British Metal, gli Iron Maiden. Io non li ho mai amati, probabilmente per colpa dei registri vocali alti di Dickinson, dei suoni di chitarra troppo puliti, del fatto che il batterista Nicko McBrain non usasse la doppia cassa: lo so, sono fisse mie. Infatti salgo sulla terrazza panoramica che domina il palco principale del festival, da me prontamente ribattezzata Copenhill (non ride giustamente nessuno), e sono pronto a godermi lo show. Che sia una festa, un rituale autocelebrativo che ripercorre i 51 anni di storia della band è chiaro da subito: brani come Phantom of The Opera, Rime of the Ancient Mariner per non parlare di Murders in The Rue Morgue e Wrathchild sono ormai classici del genere e Bruce Dickinson dimostra che in alcuni sparuti casi la biologia è solo uno stato mentale. Corre, sventola bandiere, si traveste e soprattutto canta come se avesse 30 anni, supportato da solidissime cariatidi che macinano brani come degli esordienti che suonano nella palestra di un liceo di Leyton durante la Battle of The Bands: gli eterni duellanti Dave Murray e Adrian Smith coi loro assoli intersecanti e soprattutto l’immarcescibile Steve Harris che usa il suo fender P Bass come un AK-47. Lo vidi sotto casa mia poche ore prima del concerto milanese a San Siro (era andato a farsi una Guinness nel mio pub preferito dietro l’angolo), che per la prima volta nella sua storia ospitava un gruppo metal. Mi dissero che c’erano stati problemi di audio nella prima parte del set. Ebbene, nulla di tutto questo qui; sembra di stare alla Royal Albert Hall. Powerslave è obiettivamente emozionante ma tutto il set sembra un crescendo travolgente che finisce in modo assolutamente perfetto con Always Look On The Bright Side Of Life dei Monty Python.

Foto: Adrian Cohorta

Non ho mai visto un festival nel quale dopo l’headliner c’è un’altra band, ma immagino ci sia una prima volta anche per questo. Le scritte sui led dopotutto sono esplicite: “Evita la ressa all’uscita, resta per l’ultima band”. Che comunque non è una sgangherata orchestrina di liscio romagnola, sono i Mastodon. Non ho mai particolarmente amato i campioni prog metal di Atlanta, salvo qualche riff incredibile e certi arpeggini banjo style di Brent Hinds. Lui, un asse portante del quartetto, è morto l’anno scorso in un incidente in moto e i membri superstiti hanno fatto quello che in qualche modo facciamo tutti: tirare avanti. Però incazzati. Il set è perfetto, forse un pò troppo, con chitarre pirotecniche duellanti e il solito drumming strabordante di Brann Dailor e le cavernosità gutturali di Troy Sanders. The Motherload e Steambreather sono potentissime ma i vertici espressivi del set li raggiungono con l’omaggio all’amico che non c’è più di Your Ghost Again.

Ma chi me lo doveva dire che nel 2026 avrei visto 35 mila metallari urlanti invocare all’unisono i Papa Roach, i Luca Dirisio del New Metal? La band californiana sembrava ormai relegata alle sagre del chili con carne degli stati della bible belt ma nella vita tutto può succedere, anche l’inaspettato rinascimento di un gruppo con un nome che sembra quello di una catena di pollo fritto cajun. E quindi eccoci qui, a vedere Jacoby Shaddix che canta con la potenza e la verve di un ventenne mentre il fedele Jerry Horton snocciola power chords che sembrano uscite direttamente dalle acciaierie Breda. Conosco solo una canzone, la canzone, ma questo non mi impedisce di godermi un set clamoroso tra brani tiratissimi e cover azzeccate (California Love). Il vero colpo di genio è un segmento opinatamene chiamato New Metal Time Machine dove i nostri si lanciano in un medley infuocato inanellando un greatest hits della categoria con Blind (Korn), My Own Summer (Deftones), Break Stuff (Limp Bizkit) e Chop Suey (System Of A Down). Il pubblico è in delirio e francamente anche io me la sto godendo (anche se le otto birre intervallate da un paio di Vodka + Monster potrebbero aver inciso).

Me lo ricordo bene: quando vennero fuori i Rival Sons su etichetta Roadrunnel il pubblico li salutò con tiepido entusiasmo: dopotutto chi ha bisogno di una cover band dei Led Zeppelin che si veste col guardaroba de Le Vibrazioni? Ma mestiere, stage presence e un’etica lavorativa seria alla fine hanno pagato. Anche se credo che la loro vera fortuna sia stato l’avvento dei Greta Van Fleet, un gruppo talmente derivativo e poco ispirato che di colpo loro sono sembrati Robbie Robertson e The Band. I Rival Sons sono il panino Camogli del Copenhell: non il tuo miglior pasto ma se hai fame non ti lamenti.

E arriviamo al main act della seconda (e per me ultima: un’altro giorno e sarei finito al San Raffaele) giornata: i Bring Me The Horizon. Ho sempre snobbato questi giovani buzzurri di Sheffield semplicemente sulla base di indicatori estetici e superficiali: le capigliature e le sequenze elettroniche dei loro pezzi mi hanno sempre fatto pensare all’emo, a qualcosa le cui coordinate sono talmente lontane dal sentire di un vecchio scoreggione come me che non mi ero mai preso la briga di ascoltare nulla. Ma poco prima della loro esibizione sul main stage fanno uscire su YouTube il loro ultimo singolo, Dehumanize, un pezzo di una violenza tale da far sembrare gli ultimi Metallica la sigla di Dora The Explorer. Una foto di Lee Malia con la maglietta di Threads, un film per la tv postatomico del 1984 che vidi da ragazzino e mi traumatizzò violentissimamente ambientato a Sheffield, patria dei ragazzi (se volete smettere di dormire per un paio di settimane lo trovate su YouTube) mi aveva incuriosito ma non al punto di ascoltare intensivamente i loro dischi. Ebbene, limitatamente al concerto mi sento di dire solo una cosa: incredibile.

Questi ragazzotti di periferia si sono fatti strada da soli, un calcio in culo dopo l’altro, e ora giustamente, dalla cima del monte Fato se la godono. Lo show si affida al massiccio uso di grafiche che assomigliano a cutscene di videogiochi sparatutto e survival horror in un immaginario post-umano e cyberpunk caro a Hideo Kojima con tanto di punteggi e interazioni video live action con le prime file del pubblico. Laser, pirotecnica e scenografie che sembrano storyboard di Death Note fanno da sontuosa cornice all’energia di Oliver Skyes che sembra voglia vendicarsi orribilmente della sua trachea per un grave torto subito, solo così mi spiego il suo spingere oltre l’umano la voce. Malia sforna riff siderurgici pesanti e artificiali come le fabbriche della città da cui proviene. Quando il set finisce con la solenne Throne sappiamo tutti di aver assistito a qualcosa di speciale.

Non so dire se ci sia del marcio in Danimarca ma sicuramente c’è del metal. Tantissimo. Se fossi una guida non avrei dubbi: il Copenhell vale il viaggio.