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Calcutta: tutto sbagliato, tutto perfetto

Raccontare il lato B della storia, le vicende che non ti verrebbero mai in mente: questo ha fatto Edoardo. E mentre ti chiedi perché dovrebbe avere successo, ha già venduto tutti i biglietti

Calcutta in concerto ad Assago. Foto: Carmine Conte

Calcutta in concerto ad Assago. Foto: Carmine Conte

Ci siamo abituati, ormai, a tornare senza voce da ogni concerto di Calcutta. E ci siamo abituati, ormai, a comprendere il personaggio Calcutta, a godere della sua spontaneità, di quello schiocco con la lingua che fa quando parla, di tanti aspetti secondari che, però, non finiscono mai di stupirci.

Con un po’ di gargarismi fatti al pomeriggio e il ripassone sulla macchina, arriviamo al Mediolanum Forum di Assago, primo sold-out di due date milanesi, con la voglia di ripetere le esperienze fatte negli ultimi anni, da quando le persone attorno a Calcutta erano un centesimo di quelle presenti.

Ad accoglierci, un cuore, facile, semplice, essenziale. Il concerto si “carica”, arriva la band (ti vediamo, Colombre), arriva il coro, arriva Edoardo, al buio, si parte. Briciole.

Appena finisce di cantarla, Calcutta si gira verso destra e fa segno “Ok” con le dita. Poi ondeggia la mano, come a fare “Così così”, poi rifà “Ok”. Non si capisce esattamente cosa stia comunicando e a chi, ma anche dopo il secondo pezzo, la pantomima si ripete, simile.

Dopo qualche canzone, svela che c’è lì seduta “una persona pagata per dirmi come canto”. A ogni traccia, la vocal coach di Calcutta – forse, magari non lo è neanche – esprime il suo giudizio con dei gesti. Edoardo è lì in piedi davanti a 10mila persone a chiederne conto, come i bambini al saggio di quinta elementare, vestiti da angioletti, con lo sguardo implorante verso la maestra.

Chissà quanti “Ok” gli ha fatto: parecchi per intensità, sicuramente, perché la carica di Calcutta è emozionante e fa vibrare anche i cuori più insensibili. Un po’ di “così così” ci sono stati, due o tre note non sono arrivate, ma, in tutta sincerità, è bello. È meglio, anche.

Perché l’essere grezzo, sporco, punk, è un pezzo dell’essenza di Calcutta. E si vede tutto, quando duetta con Francesca Michielin, macchina da guerra dell’intonazione, reginetta mai troppo acclamata della musica pop di oggi, facendo piangere ogni singolo occhio di Assago (su Io non abito al mare e Del Verde ci sono stati più abbracci che il 9 luglio 2006): lei graziosa e intensa, lui con il piglio di un disperato capo ultrà.

Calcutta con Francesca Michielin. Foto: Carmine Conte

Calcutta con Francesca Michielin. Foto: Carmine Conte

Calcutta ha raccontato del lato B di un sacco di cose, ha scritto una canzone romantica su un campo di kiwi, ha parlato del suo amico Gaetano, della squadra di calcio del Frosinone (che ne ha appena prese 5 dall’Atalanta), dei viaggi a Peschiera del Garda, della pasta col pesto, di Dario Hubner (uno dei pezzi migliori dal vivo), della Tachipirina 500 che se ne prendi due… Ci ha abituati, Edoardo, a vivere una storia fatta esclusivamente di vicende secondarie, di idee sbagliate. Ha scritto, insomma, un’epopea del pop sfigato che diventa vincente.

E Calcutta – ma anche Edoardo, nella vita vera – è proprio così. È quello che invita le persone al concerto ma non sa come salutarle, e quindi non lo fa. Che vive non si sa bene dove, da solo, con gli amici, in un monolocale, con le buste della spesa…

È sbagliato, Calcutta. È imperfetto, è un glitch (come quelli che passano sullo schermo, volontariamente, per sovraccarico di sentimenti). Non ha fatto nulla per conquistare tutte le età (over 60, teenager, idoli social di teenager, altri cantanti) se non buttarsi lì con la sua vita così così e cantarla tutta, dall’inizio alla fine.

E mentre ti chiedi perché stia lì, come sia possibile, non c’è più mezzo biglietto per andare a sentirlo.

Tocca stare casa, a guardare un film.

L’ultimo dei Mohicani, magari.

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