Bob Dylan, la recensione del concerto agli Arcimboldi di Milano | Rolling Stone Italia
Amabili resti folk

Bob Dylan canta la fine di tutto

Un crooner di 120 anni accompagnato da un gruppo blues, zero nostalgia, passato e presente che si compenetrano, una cover inattesa, il lento disfacimento di un’epoca, la morte: appunti dagli Arcimboldi di Milano, per la prima data italiana del nostro ‘Bad Actor’ preferito

Bob Dylan canta la fine di tutto

Bob Dylan dal vivo nel 2011

Foto: Samir Hussein/Getty Images

Per le prime due canzoni, di Dylan vedo solo il naso, gli occhi, i capelli. Non perché mi trovo in una posizione sfavorevole, è lui che s’è trincerato dietro al pianoforte disposto in modo perpendicolare alla platea, in modo che lo s’intraveda a stento. Quando verso la fine del secondo pezzo s’alza e mostra il busto, la gente urla e applaude. Succede questo a un concerto di Bob Dylan: essendo lui poco disposto a concedersi, qualunque segno d’interazione o movimento diventa spettacolo, cose normalissime per tutti gli altri si trasformano in gesti speciali. Non vi dico i boati per un «grazie» in italiano, non vi riferisco dello stupore d’avere sentito 18 canzoni al posto delle consuete 17.

Ieri sera Dylan ha tenuto agli Arcimboldi di Milano il quintultimo concerto del tour che finirà fra pochi giorni giorni a Roma. Non è roba per nostalgici, nonostante l’età media direi over 50 dei presenti e gli 82 anni dell’artista. Non si ascolta nemmeno un pezzo da greatest hits, a meno che non consideriate tali una outtake del 1971 molto amata dai fan o una vecchia canzone sul fatto che puoi essere il presidente degli Stati Uniti, ma devi pur sempre servire Dio. Di sicuro Dylan non è al servizio del pubblico ed esattamente come negli altri concerti del tour, seguendo una scaletta rigida, fa tutto l’album del 2020 Rough and Rowdy Ways, tranne i 17 minuti di Murder Most Foul. Lo inframmezza con quelli che gli anglofoni chiamano deep cuts e verso la fine piazza due cover (due, non una come di consueto, altro miracolo per i dylaniani).

Quando canta dal vivo, Dylan è ormai totalmente amelodico, sembra un crooner di 120 anni che ha perso l’elasticità della voce e s’esibisce accompagnato da un gruppo blues dai suoni terragni e affilati, arciamericani, ovvero due chitarristi (Doug Lancio e Bob Britt), un bassista (Tony Garnier, nascosto a sua volta da Dylan), un batterista (Jerry Pentecost), un polistrumentista che si divide tra pedal steel, violino, chitarra (Donnie Herron). Dietro di loro, solo un alto drappo rosso e attorno qualche faro, le luci sono fioche, c’è aria da vecchio club. Il piano mal amplificato è poco più di un’attrezzatura scenica, forse sta lì a difendere Dylan dal nostro sguardo o forse esprime lo spirito crepuscolare e quasi confidenziale del concerto.

La monotonia dei pezzi rock-blues è animata dalla capacità della band d’esaltare la dinamica, l’espressività del bandleader a volte si limita dal ringhio col quale allunga le vocali, in platea qualcuno sbadiglia. L’emozione c’è, eccome, quando Dylan interpreta i pezzi lenti e a volte misteriosi, come I Contain Multitudes o Black Rider, che zittiscono tutti. Si pende dalle labbra di Dylan, è come se ogni parola venisse da un altro luogo, da un tempo remoto. La musica stessa sembra l’eco d’una vita passata, pare a tratti d’assistere al lento, poetico disfacimento di un’epoca.

Mentre Dylan chiama a raccolta il cast immenso di Rough and Rowdy Ways, e cioè mezza America e pezzi di storia stipati in un’ora di musica, comincio a pensare che viva in un’altra timeline. Non vive nel passato, perché non c’è alcunché di nostalgico in questo spettacolo. A differenza di molti suoi coetanei o pure di gente decisamente più giovane, Dylan non è interessato a evocare i suoi anni migliori. Sembra piuttosto mettere in scena un tempo assieme reale e irreale in cui passato e presente si compenetrano, in cui si può essere contemporaneamente in questi anni ’20 e nei ’40 del Novecento, in cui personaggi immaginari convivono coi protagonisti della cultura popolare americana, una timeline sballata e affascinante in cui s’ammassano cose e personaggi che razionalmente non metteresti assieme e che serve per raccontare i tratti permanenti dell’esperienza umana.

Nessuna testimonianza audiovideo è concessa, i telefoni sono inseriti all’ingresso nelle custodie Yondr, un servizio che paga il pubblico con un ricarico di cinque euro sul costo del biglietto. Da parte di Dylan non c’è sfoggio d’empatia, nessun calore, zero comunicativa. Eppure la gente, tranne qualcuno che è visibilmente annoiato, sembra in trance di fronte a quello che non è un venerato maestro, non è un grande vecchio, non è un mito e nemmeno il simbolo di qualcosa. È un’eccezione, una delle più straordinarie che la musica popolare abbia avuto. E chi lo vede per la prima, la quinta o la ventesima volta è costretto ad accettare il fatto che in questo tour Dylan ripeta la stessa scaletta, tranne la cover a sorpresa. Che agli Arcimboldi tanto sorprendente non è, trattandosi di Not Fade Away. Subito dopo, però, arriva un fuori programma, la prodigiosa diciottesima canzone, una cover di Merle Haggard chiamata Bad Actor, parrebbe mai interpretata prima da Dylan. Da sempre libero dalla schiavitù dall’autonarrazione, dal meccanismo che prevede che tutto quel che si canta abbia valore biografico, Dylan prende in prestito le emozioni altrui come il protagonista di questa canzone perfetta per un concerto in cui ognuno in platea vorrebbe vedere un Dylan diverso: “Dimmi quale eroe vuoi che interpreti, come mi devo sentire e cosa devo dire?”.

Niente bis. Dalle cover si passa a Mother of Muses, alla dedica Goodbye Jimmy Reed e a Every Grain of Sand, sul “tempo della confessione” e il momento del “bisogno più disperato”, con l’unico assolo di armonica della serata che in qualche modo chiude un cerchio. C’è Dylan che si gira e sente dietro di sé “passi antichi” e gli sembra d’intravedere qualcuno. Sarò suggestionabile, ma in tutte queste canzoni che parlano di “dormire nello stesso letto con la vita e la morte”, di stare “a tre miglia a nord dal purgatorio e un passo dall’aldilà”, di avere vissuto più a lungo di quello che avrebbe dovuto, non ho potuto fare a meno di leggere una parabola sulla fine che s’avvicina, non necessariamente quella dell’artista. “Viaggio leggero e sto tornando a casa”, canta Dylan a un certo punto ed è forse questa la verità ultima del concerto.

Solo alla fine, Dylan fa qualche passo traballante e si porta davanti al pianoforte per ricevere gli applausi e mostrare per la prima volta in un’ora e tre quarti la sua figura intera. La gente esulta manco avesse assistito a un’apparizione mistica, io penso alla morte, la tizia dietro di me si risveglia dalla gran dormita che s’è fatta.

Scaletta

Watching the River Flow
Most Likely You Go Your Way and I’ll Go Mine
I Contain Multitudes
False Prophet
When I Paint My Masterpiece
Black Rider
My Own Version of You
I’ll Be Your Baby Tonight
Crossing the Rubicon
To Be Alone with You
Key West (Philosopher Pirate)
Gotta Serve Somebody
I’ve Made Up My Mind to Give Myself to You
Not Fade Away
Bad Actor
Mother of Muses
Goodbye Jimmy Reed
Every Grain of Sand

Altre notizie su:  Bob Dylan