Dopo aver assistito al concerto di Blanco all’Unipol Forum, prima delle due date milanesi del tour nei palazzetti, viene da pensare che il 23enne bresciano faccia parte di una categoria di artisti che sembrava quasi scomparsa. Non per il sound, quanto per il modo in cui abita la musica. È come se le canzoni non fossero mai completamente sotto il suo controllo, una sensazione che il pubblico percepisce e, invece di sentirsi a disagio, gode insieme a lui di questa imprevedibilità. Una percezione che rimanda a Gianluca Grignani con cui, non a caso, ha duettato nell’ultimo album in Peggio del diavolo. Non appartiene alla stessa stagione musicale, ma sembra appartenere alla stessa Natura umana.
All’anagrafe Riccardo Fabbriconi, è nato dentro un’epoca in cui la musica vive in una connessione permanente con ciò che la circonda. Un artista cresciuto nel cuore della contemporaneità social che, proprio per questo, sorprende quando sembra sottrarsi alla logica del controllo che la permea. Nel ’96, con La fabbrica di plastica, riecheggiava questo verso: “Ma la fabbrica di plastica ha una valvola di sfogo nel costato, ed è lì che sono nato, è da lì che son passato”. Segnava il malessere di una generazione che percepiva il mondo discografico attraverso la tv come artificiale. Oggi che quella “plastica” ha cambiato forma, si è trasformata in algoritmi che regolano la visibilità, con la richiesta neanche troppo implicita che ogni emozione diventi contenuto condivisibile, Blanco appare alla ricerca di una personale “valvola di sfogo”: quando smette di essere “gestibile”, forza la voce fino a sporcarla, rincorre le canzoni invece di dominarle e, di fronte ai 12.000 del Forum (sold out), mostra una Maledetta rabbia che lo spinge a rischiare per eccesso.
Non ci sono ospiti, e forse è giusto così. Perché il concerto regge tutto sul corpo a corpo continuo tra lui e il pubblico. Un’ora e quaranta tiratissima, una breve intro e 28 pezzi praticamente senza pause. Alle 21.10 riecheggia Il cielo in una stanza di Gino Paoli, omaggio al padre dei cantautori scomparso di recente, poi il palco è pronto a esplodere: ledwall giganteschi, fuochi d’artificio, produzione notevole, band solidissima, Blanco appare in un cilindro di luce attraversato da scariche elettriche e attacca Ti voglio bene, uomo. E sembra già uno sfogo più che un’interpretazione.
Con L’isola delle rose prende il largo una batteria devastante, che tiene il tempo del battito cardiaco, mentre Paraocchi è un dialogo collegiale: Blanco si scioglie, lascia cantare il pubblico, quasi rinuncia alla presa sulla canzone. In Ladro di fiori emergono i primi riadattamenti crossover dei pezzi, e soddisfatto si rivolge ai presenti: «Ciao Milano, che bello».
L’ultimo disco è uscito lo scorso 3 aprile, ma in poco più di un mese i nuovi brani vengono cantati da tutti a memoria. Anche a vent’anni si muore sembra una hit ormai rodata, mentre Finché non mi seppelliscono fa emergere la sua attitudine rockeggiante. In Fuori dai denti salta senza sosta, incita il pubblico, trascina il pit in una danza sgangherata che sembra sul punto di collassare da un momento all’altro. Con Sai cosa c’è prosegue la ricerca continua del contatto fisico con le prime file, quasi avesse bisogno di verificare costantemente la presenza delle persone davanti a lui.
Così arriva Maledetta rabbia, e il ritornello viene intonato all’unisono, con Blanco che sembra pronto a buttarsi tra la sua gente, mentre il palazzetto restituisce quella vibrazione di liberazione collettiva che attraversa quasi tutto il live. Poco dopo Peggio del diavolo si dimostra un perfetto pezzo da stadio, con il ritornello con Grignani che sembra sancire una sorta di comunione tra due artisti apparentemente diversissimi, ma accomunati dalla stessa tensione.
«Mi sembrate belli carichi», dice Blanco. E il pubblico risponde con un boato assordante. La parte centrale del concerto alterna continuamente esplosione e vulnerabilità. Belladonna è durissima, quasi aggressiva, ma subito dopo interorompe il flusso: «Siete una famiglia, davvero, grazie raga». Lucciole apre a una fase più intimista del live, mentre Piangere a 90 è la classica ballad da cantare a squarciagola: sui ledwall compare una sua foto da bambino vestito da Zorro, trasformando il pezzo in una specie di flashback di massa. L’imprevedibilità, come detto, è latente. E in Un briciolo di allegria succede qualcosa di anomalo ma affascinante: Blanco sale sulla cassa a lato del palco, si inginocchia, apre le braccia e si prostra alla voce di Mina, quasi fosse in adorazione. Con Ricordi chiude la prima parte un assolo di sax, in uno dei rari momenti di pausa della serata.
Quando torna sul palco è vestito in total black e riparte con La canzone nostra, accompagnata dalle fiamme sui monitor mentre Blanco chiede il boato che puntualmente arriva. Ma subito dopo cambia ancora pelle: Nostalgia e Los Angeles vengono immerse in un folk urbano chitarra e voce. Sarebbero momenti pensati per rifiatare, ma lui continua a spingere ogni nota, ogni acuto, persino con degli strani falsetti distorti dall’Auto-Tune. Alla fine scherza: «Mi sono pisciato addosso a fare il cambio abito. Sono tutto pisciato, non abbracciatemi».
Con Blu celeste il Forum si ferma davvero, e lui stesso ne sente il peso: «Ogni volta che faccio questo pezzo è sempre strano, mi prendo un attimo e mi “attacco” le scarpe», dice prima di eseguirla piano e voce. È uno dei pochi momenti in cui la folla entra in una fase estatica. Da lì in poi il live ripartirà come una corsa a perdifiato. Dopo Woo ammette: «Dico “ora” perché dobbiamo essere nel presente, lo dico ma non lo faccio mai». E subito dopo urla: «Dobbiamo fare un po’ di casino, un po’ di fuoco». E il Forum torna a detonare innescato dagli urli dei 12.ooo presenti.
Ci si avvia al finale con Pornografia, che assume una veste nervosamente punk. Infatti grida: «Milano facciamo venire giù questo cazzo di palazzetto», prima di Notti in bianco, il momento più caotico del concerto: il pubblico si scatena sotto al palco in un pogo bizzarro, visto che nessuno molla gli smartphone puntati verso il loro beniamino. E in un attimo appare nitida la fotografia dei concerti nella contemporaneità della Gen Z.
La melanconica dolcezza di Innamorato, 15 dicembre e 27 luglio accompagnano il concerto alla chiusura. Attenzione, però, ad abbassare la guardia: Mi fai impazzire alza di nuovo i giri del motore, la band si stringe intorno al frontman e diventa una cavalcata rockeggiante. È qui che decide di abbassare la pressione con Brividi, ormai un evergreen, con l’ariosa Un posto migliore e la chiusura di Ma’, con la quale ha ritrovato la solidità delle radici familiari.
È allora, quando si può finalmente tirare il fiato, che ci si rende conto di aver partecipato a un concerto come se ne vedono pochi attualmente: Blanco mantiene l’ingranaggio pop perfettamente oliato e riesce, nello stesso tempo, a non farlo inceppare con l’errore, l’eccesso o l’istinto. E grazie a questo instabile equilibrio è in grado di generare, in chi assiste al “numero di funambolismo”, un sano turbamento che ognuno può portarsi a casa insieme alle canzoni.















