Ai concerti si chiede continuamente qualcosa in più: più schermi, più effetti speciali, più produzione, più stupore. È una rincorsa che non sembra conoscere fine, quasi che la musica da sola non basti più. Poi arriva Ben Harper, sale sul palco con un gruppo di musicisti straordinari, una collezione di chitarre, la sua inseparabile lap steel e una voce che continua a portarsi dietro tutta la polvere del blues, la spiritualità del gospel e l’intimità del folk americano, e ricorda a tutti che, in fondo, un concerto è ancora una delle attività più semplici del mondo: una persona che racconta la propria storia attraverso delle canzoni. Ed è proprio questa semplicità a rendere Harper un artista sempre più raro e che, oggi forse più che mai, non appartiene a nessuna scena. Troppo blues per il rock alternativo, troppo rock per il folk, troppo soul per il blues tradizionale, troppo spirituale per essere rinchiuso nella semplice etichetta del cantautore impegnato. Da oltre trent’anni continua a muoversi con assoluta naturalezza tra linguaggi diversi, costruendo una carriera nella quale il genere musicale è sempre stato molto meno importante dell’onestà emotiva con cui ogni canzone viene affrontata.
Anche per questo il ritorno con gli Innocent Criminals alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica, nell’ambito del Roma Summer Fest, aveva il sapore di un appuntamento con uno di quegli artisti che hanno ormai superato il concetto stesso di catalogazione. La sensazione è diventata immediatamente evidente fin dalle prime note di Below Sea Level: tutto molto sobrio, nessuna introduzione spettacolare, nessun artificio. Soltanto la band che entra lentamente nel proprio mondo sonoro, lasciando che siano il groove e il dialogo fra gli strumenti a costruire l’atmosfera. Gli Innocent Criminals restano una delle formazioni più sottovalutate degli ultimi trent’anni, forse perché, più di altri, i musicisti che accompagnano Harper conoscono perfettamente il significato del verbo “servire”. Un’assenza di protagonismo che non ha a che fare con la mancanza di personalità, quanto piuttosto con la devozione assoluta nei confronti della canzone e del proprio leader.
La prima parte del concerto pesca soprattutto nel repertorio più ruvido di Harper, con pezzi come Ground On Down, Don’t Give Up on Me Now e soprattutto The Will to Live a dimostrazione che il blues continua a rappresentare il centro di gravità della sua scrittura. Un blues che non è mai filologico, ma assorbe rock, funk, soul e perfino suggestioni africane senza perdere minimamente identità. Che poi questa capacità di far convivere tradizioni diversissime senza che il risultato sembri mai un collage di influenze è forse sempre stato il vero talento di Harper. Il concerto cambia poi lentamente, quasi senza che i presenti avvertano uno stacco. Con Steal My Kisses e Diamonds on the Inside torna il Ben Harper più popolare, quello che all’inizio degli anni 2000 riuscì nell’impresa quasi impossibile di portare il folk-blues dentro la programmazione radiofonica senza svuotarlo della propria autenticità. Canzoni che il pubblico conosce a memoria, che canta dall’inizio alla fine, ma che dal vivo conservano da sempre una leggerezza quasi casalinga, come se fossero state scritte durante una session mattutina di pochi giorni fa.
Nel corso della seconda metà del set, Harper trasforma il concerto quasi in una conversazione. Power of the Gospel riporta tutto alla matrice spirituale della sua musica, ricordandoci che il gospel, forse più ancora del blues, rappresenta il cuore della sua formazione, una cosa che lo avvicina ad artisti come Johnny Cash, capaci di rinunciare al puro esercizio di stile per affrontare ogni brano con una vulnerabilità a volte quasi lacerante per quanto sincera. E in tempi in cui tutto deve per forza essere spettacolare o gridato, il suo puntare alla sottrazione è quasi una forma di resistenza culturale. Ed è forse proprio qui che Ben Harper continua a distinguersi da gran parte dei suoi contemporanei, che col passare degli anni finiscono inevitabilmente per interpretare sé stessi. Diventano i custodi del proprio personaggio, ripetono gesti, espressioni, perfino emozioni che il pubblico si aspetta di ritrovare.
Harper, invece, sembra conservare una qualità sempre più rara: ogni volta che canta dà l’impressione di credere ancora fino in fondo a quello che sta dicendo, una cosa che lo accomuna a Springsteen, a Morello, a Neil Young. Forse anche perché la sua musica è sempre stata costruita più attorno alle domande che alle risposte e che dentro alle sue canzoni convivono la fede e il dubbio, la rabbia e la riconciliazione, la denuncia sociale e l’intimità più fragile. Non c’è mai la pretesa di insegnare qualcosa e probabilmente è proprio questa la forma più alta a cui possa aspirare un concerto: smettere di essere intrattenimento e trasformarsi, quasi senza che ce ne si accorga, in un’esperienza profondamente umana.















