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Andrea Laszlo De Simone è un artista fuori dal comune

Il concerto del cantautore torinese sembra un film mai realizzato, un percorso che ha finalmente trovato una sua strada lontana da ogni citazionismo

Andrea Laszlo De Simone, foto Facebook

Questa sera al Pedro di Padova si respira un aria onirica, surreale, a tratti magica. Andrea Laszlo De Simone del resto è apparso fin da subito come un artista poco comune, con un curriculum, canzoni e dichiarazioni, spartano per indole e non per necessità: menarsela assai poco e parlare solo quando si ha qualcosa da dire. Un modo di fare che, inevitabilmente, lo fa apparire a mezza via tra la svampita Olga, amica di Nanni Moretti nel film Ecce Bombo (“Faccio cose, vedo gente”), e Lindo Ferretti, fu cantante dei CCCP, che dichiarava fiero: “Non studio, non lavoro, non guardo la Tv, non vado al cinema, non faccio sport”. Ecco, Andrea è un po’ così, tra il naif e il paraculo, tra Franco Battiato e Franco Oppini. Specie in sede d’intervista dove, tra libri non letti, musica non ascoltata e cose non fatte, ci si chiede per quale intercessione divina (?) sia riuscito a creare un album, tondo e completo, multistrato e strutturato, come Immensità.

Apre una musica di sottofondo che è qualcosa di jazz e a tratti notturno, in cui si scorgono sprazzi di Kind of Blue di Miles Davis. Sembra entrarci poco, specie se si pensa al trentatreenne torinese come al nuovo che avanza nella parte migliore del calderone cantautorale moderno; quello, per intenderci, composto da artisti come Iosonouncane, Iacampo, Il Lungo Addio e qualcun altro con la “i” che ora ci sfugge. Di fatto invece non è così, soprattutto perché dal vivo Andrea si presenta con una veste più crepuscolare che diurna, rasente appunto certo trip hop alla Portishead, il folk sperimentale dei Wilco, la psichedelia corale e bucolica dei Beach Boys e, appunto, il jazz malinconico. E lo fa anche nelle prodezze più Tenco-oriented come Che Cosa e lo fa nonostante il timbro di voce, con quel non so che di sgraziato, quasi stonato, vicino al Lucio nazionale, il sempre compianto Battisti.

Davanti a tutti c’è solo lui, dietro un gruppo di nove elementi con tanto di archi, trombe e filicorni. Al contrario di altri e più lusinghieri paragoni, sembra un Alan Sorrenti targato 1977 sul punto di intonare in falsetto Tu sei l’unica donna per me. Per fortuna, la realtà è assai diversa. Sullo sfondo, un corredo di luci che puntano dritte allo spettacolo suggerendo ipotetiche visioni di quel film che ancora non ha realizzato. Decine di persone in religioso silenzio si gustano uno dei songwriter più singolari dell’ultima decade. L’intera esibizione serve a dimostrare inequivocabilmente che Andrea Laszlo De Simone ha subito una trasformazione.

Nel passato recente era sempre stato in bilico tra un genere di canzone popolare piena di calore e uno spirito da ballata che sconfinava nella noia della progressione obliqua causata dall’inevitabile presenza della giostra di mille rimandi e di mille omaggi. I Radiohead, i Verdena, i Beatles e così via. Oggi si può dire con certezza che Laszlo ha trovato una formula originale e convincente. Le sue canzoni, anche tra le più vecchie, han trovato un loro carattere e si respira un’aria nuova e concludente. Può piacere o non piacere ma non c’è una nota in più e nessun eccesso citazionista a sbafo.

Il risultato è finalmente uguale soltanto a sé stesso. La nostra fine, Mistero e Conchiglie questa sera ne sono la prova schiacciante. 

Laszlo parla poco e ringrazia sempre. Accenna qualche frase, accende tre o quattro sigarette come il miglior crooner che si rispetti e ogni tanto da anche le spalle al pubblico, fregandosene di abbattere la quarta parete. Del resto dice di amare la solitudine. Immaginiamo l’insofferenza con un pubblico che ascolta e canta lì dove conosce, concedendo quei boati che di solito si concedono ai più grandi a ogni fine canzone – fossero anche quattro o cinque come nel caso di Vieni a salvarmi.

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