I Bluvertigo ritrovano Morgan e Morgan ritrova se stesso. Non è stata solo una reunion quella andata in scena ieri sera all’Alcatraz di Milano, né l’ennesimo ritorno ciclico di una band che negli anni ha fatto dell’assenza una forma di presenza. È stata piuttosto una riattivazione, una mutazione ulteriore, in cui identità individuale e collettiva sono tornate a coincidere, almeno per una sera.
«Nel 1800 si chiamava “concerto”, nell’era del net si dice live set». Il ritorno dei Bluvertigo era cominciato da qui, ben prima della reunion, con un post pubblicato alla vigilia della prima data sold out. E non era semplice promozione, ma una presa di posizione: «Quando gli esseri umani escono di casa per fare una cosa in modalità condivisa, gli individui isolati diventano popoli». Il concerto, quindi, come rito collettivo più che intrattenimento. Non è la prima volta che si ritrovavano insieme su un palco, è la quinta in 24 anni, ma è stata anche quella che più chiaramente ha provato a sottrarsi alla logica della celebrazione e ha rigenerato dei rapporti.

Foto: Mathias Marchioni
Con i Bluvertigo, d’altronde, la sovrapposizione tra musica, filosofia, tecnologia, estetica, rapporti umani è la regola. Tutto entra nello stesso circuito, persino le locandine del live e dell’aftershow, tra apocalisse, rimandi nietzschiani e grafiche ipnotiche. Non sono accessori, ma parti di un unico discorso: l’immagine, il suono, il linguaggio, il mezzo (tradizionale o tech) contribuiscono a dare forma all’ispirazione, che trova casa nel pop per spingerlo fuori dal suo perimetro. Così Morgan, Andy, Livio Magnini e Sergio Carnevale rappresentano (ancora) una sorta di anomalia nella scena italiana, tra new wave, synth pop, art rock e scrittura concettuale. Hanno prodotto canzoni trattandole come oggetti di ricerca. Più che una band, una sorta di esperimento tardo futurista dove coesistono ambizione formale, innesto tra elettronica e strumenti tradizionali, citazionismo colto ma non accademico, testi che passano dall’alienazione all’aforisma. Un equilibrio instabile che li fa sembrare sofisticati ma accessibili a tutti.
Anche per questo l’attesa di rivederli insieme era alta, tanto che allo scattare del quarto d’ora accademico di ritardo (le 21:15) il pubblico inizia a ululare, a nulla sono valse le melodie di Umberto Bindi e Scott Walker diffuse dagli ampli. È un ritardo minimo, ma sufficiente a trasformare l’attesa in tensione. Morgan compare incappucciato e attacca Decadenza. E già dall’incipit fanno capire che non cercano la nostalgia, ma uno scarto. Il concerto è infatti la creazione di un campo di forze, non una sequenza di brani. Così prende forma un crossover radicale, in cui la componente elettronica – synth, distorsori vocali, cori multipli – non sostituisce i musicisti ma li amplifica, li spinge oltre. È un sound pieno, imponente, un muro sonoro che però resta poroso, attraversato dagli assoli di sax e chitarra e mantenuto in piedi da una solida batteria.

Foto: Mathias Marchioni
Andy, Livio Magnini, Sergio Carnevale e Lele Battista (la new entry), oltre all’imprevedibilità di Morgan, si muovono come un organismo compatto, capace di reggere sia la violenza elettrica sia le improvvise aperture. Dio denaro è uno dei primi picchi, seppur il brano sia particolarmente oscuro: il basso di Morgan, martellante e distorto, domina la scena, mentre l’assolo di Magnini arriva a svegliarci dal torpore come una ferita. Il passato torna, ma senza diventare nostalgia anche in L’assenzio. Prima di iniziare, Morgan bacia Andy sulla testa e i due si abbracciano: è un gesto minimo ma densissimo, il preludio a una resa dei conti pubblica che avverrà in seguito. Poi chiama a cantare e il pubblico risponde come non accadeva da anni. Non è solo revival, è riconoscimento reciproco. Alla fine, Morgan “inghiotte” il microfono, deformando la voce in un’eco cavernosa che chiude il brano come un corto circuito.
Con Sono=sono il concerto entra nella sua zona più instabile. Morgan la interpreta come in trance, quasi in preda a una crisi fisica, salvo poi riportare tutto a una normalità sghemba, tipicamente bluvertighiana: un pezzo talmente storto da risultare credibile. La struttura si apre, diventa funk, poi ricade nell’electro-dark. È uno dei momenti in cui si capisce quanto questa non è una semplice riproposizione, ma una riscrittura in tempo reale. La comprensione apre invece uno spazio diverso: improvvisazioni al pianoforte, dilatazione, sospensione.

Foto: Mathias Marchioni
È qui che Morgan ferma tutto per la prima volta e fa un passo indietro, ridimensiona il suo ego per espandere quello della band in un redde rationem di fronte a tutti: «Non mi ero mai accorto di quanto Livio fosse completo come chitarrista, non l’avevo mai capito, l’ho capito oggi per la prima volta con consapevolezza. Sergio, invece, l’ho sempre coinvolto, anche quando umanamente ci sono stati dissapori, invece non avevo capito niente: si assume le responsabilità, ci mette il tempo, la passione e l’affidabilità. È uno dei batteristi migliori del mondo, non perché virtuoso ma perché è una grande persona. Gli voglio bene, ho dovuto arrivare a 50 anni per dirgli queste cose».
«Su Andy» prosegue «potrei scrivere un’enciclopedia. Non posso non chiedergli scusa, l’ho sempre, involontariamente o meno, messo in ombra per la mia smania di protagonismo. Ho sempre fatto attenzione ai suoi limiti e non ai suoi pregi. Mi sono accorto adesso di quanto questo essere sia elegante e gentile. È un principe delle favole, con quella magia che non è altro che arte. Lui non è un sassofonista, un tastierista o un cantante, è un artista. Litigare con te» dice rivolgendosi all’amico «è la cosa più contronatura che mi sia successa nella vita». E poi si gira verso il quinto elemento, che è Lele Battista: «Un’eminenza grigia, tiene insieme tutto suonando gli strumenti, l’elettronica, conosce quasi meglio di noi cosa facciamo sul palco. Per la prima volta con il suo gruppo ho fatto il produttore, il disco è L’eroe romantico dei La Sintesi, un capolavoro. Sono orgoglioso, non tanto di quello che lui è stato ma di quello che lui è rimasto. Io non voglio essere presentato perché ho già rotto i coglioni».

Foto: Mathias Marchioni
Ancora, Morgan si lancia in un elogio dei 50enni e del perché i giovani di oggi sarebbero in balìa degli eventi: «Avere 50 anni oggi è da privilegiati. La condizione migliore. Nel pieno dell’epoca tecnologica siamo gli ultimi che abbiamo conosciuto l’età analogica. La tecnologia l’abbiamo costruita noi. Ne facciamo un uso critico ed etico. I giovani sono nati in cattività, sono manipolati. Noi vediamo dove sono gli abusi sistemici, l’intelligenza artificiale è violenta e bullizza. I boomer non ci capiscono una minchia e i ragazzi sono incapaci di libertà. Noi 50enni siamo le guide morali, i chosen ones. Per questo abbiamo ricostruito i Bluvertigo. Per non cancellare quello che avevamo costruito insieme».
Quando il concerto riprende, muta l’atmosfera con Forse, immersi in un paesaggio visivo fluo, con eruzioni cromatiche ed eclissi. Andy lascia gli strumenti e si prende il centro come crooner, segno di un equilibrio interno che si è ridefinito. Non più la band di Morgan, ma una band che esiste in quanto tale. Morgan, dal canto suo, chiude il brano in un sussurro, quasi a sottrarre peso dopo l’eccesso. Da lì in avanti il concerto assume una tonalità più scura. L.S.D. (La sua dimensione) diventa una massa sonora magmatica, con Morgan a salmodiare sulla fine del mondo. Sovrappensiero perde la leggerezza originaria e si carica di una tensione apocalittica: alle spalle appare Franco Battiato, più che un omaggio è una presenza evocata e un punto di riferimento che attraversa il set e le dimensioni. Complicità riporta per un attimo il tutto su un terreno più riconoscibile, di romanticismo decadente, ma è subito dopo che riaffiora la vocazione alla dissoluzione e il concerto rischia di incepparsi.
Morgan lo ferma una seconda volta per un monologo sul concetto di Essere Umani, titolo della reunion e del tour, ed è l’attimo in cui rischia di incontrare di nuovo i vecchi fantasmi: la polemica, la sfuriata, la tentazione di mettere se stesso davanti alla musica. Parte del pubblico rumoreggia, prima timidamente lo invita a suonare, poi qualcuno gli urla apertamente «basta parlare». La risposta è immediata: «Taci e sentirai qualcosa che non hai sentito da un’altra parte». Ma l’incantesimo non si rompe, si ricompone proprio da lì tornando al punto iniziale: «Gli esseri umani non combattono o odiano gli altri esseri umani. L’essere umano è un animale sociale, vuol dire che non mangia suo fratello. Se facciamo la guerra da millenni è perché chi ci governa o non è umano oppure è governato da chi non è umano». E il concerto cambia di nuovo direzione.

Foto: Mathias Marchioni
Il blocco finale è quello più esplicitamente simbolico. Viene evocato l’artista Robert Gligorov, tra i primi a spingere la band verso un disco e ieri sera tra il pubblico ad ascoltarli: a lui è dedicata L’eretico. Il brano esplode in un assolo di Magnini e in una sfuriata di Carnevale, mentre sui ledwall scorrono volti di “eretici” contemporanei come Ana Kasparian, Enzo Iacchetti, Roger Waters, George Galloway, Thomas Gould, Gideon Levy, Ghada Karmi, Mandy Patinkin, Francesca Albanese, Cenk Uygur, Julian Assange. So Low arriva come uno strappo: versione con intro punk, si trasforma in stoner rock. Poi Cieli neri, introdotta da un’incursione dalla musica classica al piano, che si incastra nell’intro come un cortocircuito colto. La crisi chiude il set principale, con Morgan che pronuncia un sarcastico «il concerto è finito, andate in pace», ma che suona più come un falso epilogo che come una conclusione reale.
I bis ribaltano tutto. Zero, dal disco che li ha quasi distrutti, diventa una colonna portante per la riedificazione di un nuovo sound, potentissimo. Fuori dal tempo ha rappresentato il laboratorio in perenne fermento, con Morgan a deformare i suoni come un alchimista. Mentre Altre forme di vita ha chiuso davvero il cerchio (e riallacciato il legame) con il pubblico: tutta la platea a cantare in loop il ritornello in coro, la band lanciata in una jam di caos controllato, sospesa tra controllo e deriva.
Prima di lasciare il palco, i cinque si sono abbracciati, hanno sventolato una sciarpa palestinese, intonato con i presenti “Free Palestine” e riportato tutto a quel concetto di base della reunion: Essere Umani. Non soltanto come slogan o claim social, ma come responsabilità. Anche una volta tornati a casa.

Foto: Mathias Marchioni














