Alla festa di Willie Peyote la cultura del campionamento incontra la musica suonata | Rolling Stone Italia
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Alla festa di Willie Peyote la cultura del campionamento incontra la musica suonata

Ieri sera, il rapper ha fatto a Milano un concerto pieno di citazioni, una sorta di 'Sarabanda' per intenditori, intenso, divertente. «Voglio vedervi saltare e ballare, che sennò poi chi lo sente Rhove»

Willie Peyote

Foto: Alessandro Bosio/Pacific Press/LightRocket via Getty Images

Chi fa il nostro mestiere spesso tende a cadere in un errore da principianti: giudica la musica – gli artisti, gli album e sì, anche e soprattutto i concerti – esclusivamente in base a parametri freddi e intellettuali come la durata, la complessità, la perfezione dell’esecuzione o la spettacolarità. Tenere conto di questi aspetti non è sbagliato di per sé, anzi, sbaglieremmo se non lo facessimo. Ma non dovremmo dimenticarci che gli scopi primari di un concerto sono altri: divertire, emozionare, possibilmente arrivare a tutti. Nel suo concerto all’Ippodromo di San Siro, Willie Peyote è riuscito a spuntare ognuna delle caselline di cui sopra, senza per questo rinunciare a imbroccare tutto il resto (durata, complessità, eccetera).

Mancava da Milano da prima della pandemia, più precisamente dal gennaio 2019, quando aveva riempito l’Alcatraz per la data finale dell’Ostensione della Sindrome Tour. La tournée successiva, quella di Iodegradabile, si è interrotta a metà causa pandemia, una fatalità che Willie Peyote ha sofferto parecchio: il palco è il luogo in cui si sente più a casa in assoluto, stando a quello che racconta lui stesso. Il pubblico sembra aspettare di vederlo dal vivo con la stessa intensità con cui lui aspettava di cantare per loro, a giudicare dall’entusiasmo e soprattutto dai numeri: non è da tutti riunire oltre 5000 persone in una metropoli semideserta e rovente di fine luglio. Negli ultimi tre anni per Willie è cambiato parecchio, a cominciare dalla band, oggi capitanata dal polistrumentista Daniel Bestonzo. Si è arricchito anche il suo repertorio (il suo ultimo album Pornostalgia è uscito qualche mese fa) ed è cresciuta la sua esperienza (se sopravvivi da rapper al palco di Sanremo, sopravvivi a tutto). Insomma, l’evento ha il sapore di una festa lungamente rimandata, con qualche faccia nuova, molti più invitati e una colonna sonora aggiornata ai tempi che corrono. Il tipo di festa a cui non vorresti mancare.

Che brani come C’era una vodka, Portapalazzo, I cani, Le chiavi in borsa, Quando nessuno ti vede – ma anche le nuovissime Fare schifo, La colpa al vento, Robespierre o La casa dei fantasmi – acquistino una marcia in più se suonate dal vivo è cosa nota, per i fan di Willie Peyote. Ma ciò che davvero ha fatto tutta la differenza del mondo è il gioco messo in piedi da Willie e dalla band, una sorta di Sarabanda per palati fini, in cui le strumentali delle canzoni venivano a tratti sostituite da citazioni di altre canzoni famose, di ogni epoca e latitudine. Senza che la cosa venisse annunciata in maniera plateale, tra l’altro: ogni tanto uno dei musicisti cominciava a suonare un riff famoso e apparentemente gli altri gli andavano dietro, compreso Willie, che sfoggia un’intonazione e una resistenza vocale misteriosamente temprate dai gin tonic. Tra gli omaggi che siamo riusciti a cogliere (grazie a Matteo Villaci di Radio Popolare per avermi aiutato a mettere insieme la lista, due cervelli e quattro orecchie funzionano sempre meglio di uno e due): Deeper Underground dei Jamiroquai, Two dei Motel Connection, Bitch Don’t Kill My Vibe di Kendrick Lamar, Do I Wanna Know? degli Arctic Monkeys, Still D.R.E. di Dr. Dre, Good News e Small Worlds di Mac Miller, With My Own Two Hands di Ben Harper, Mare mare di Luca Carboni, Everybody (Backstreet’s Back) dei Backstreet Boys. Un’operazione simile la fanno ogni tanto i Roots, la band hip hop per eccellenza e, come dire, c’è un motivo se sono la band hip hop per eccellenza. Portare la cultura del campionamento nella musica suonata è un notevole esercizio di stile.

La serata prosegue in un crescendo di ritmo e allegria, con l’intervento a sorpresa di Fulminacci per la loro Aglio e olio e qualche bonaria frecciata a Rhove per la recente polemica sui suoi live («Mi raccomando, voglio vedervi saltare e ballare, che sennò poi chi lo sente Rhove»). Almeno finché Willie Peyote non scala improvvisamente di marcia, chiudendo la scaletta con Sempre lo stesso film, la traccia più intensa e di Pornostalgia, dedicata all’amico Libero De Rienzo, mancato prematuramente un anno fa. «Mi ha insegnato che il talento vale più del successo, perché era il migliore attore della sua generazione, ma non ha mai inseguito i riconoscimenti: non erano così importanti per lui», spiega. L’interpretazione è talmente commossa, e il testo talmente denso di significato, che quando esce di scena il pubblico piomba in un silenzio catartico e fatica quasi a riscuotersi per applaudire e richiamarlo a gran voce sul palco per il bis. Ciononostante, Willie torna e conclude la scaletta con Mango, Semaforo e Che bella giornata. «Questa l’ho scritta il giorno in cui mi sono licenziato dal call center dove lavoravo», spiega in riferimento all’ultima canzone. «Voglio che vi ricordiate sempre che nessuno può obbligarvi a fare un cazzo: fate sempre ciò che vi sentite, perché nulla vale più della vostra libertà».

Considerando che la Gen Z, ovvero una buona fetta dei suoi fan, è già cintura nera di great resignation (le dimissioni di massa che hanno caratterizzato gli ultimi mesi post pandemia, motivate dal fatto che la felicità vale più dei soldi), siamo sicuri che il suo appello non resterà inascoltato.

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