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Alex Turner s’è mangiato gli Arctic Monkeys, e va benissimo così

Nella prima data italiana del tour ‘The Car’, il frontman della band inglese ha dato prova di una bravura, un’eleganza e una grazia che nessuno della sua generazione è in grado di vantare. Sul palco esiste solo e soltanto lui, ed è uno spettacolo per gli occhi e le orecchie

Foto: Maria Laura Arturi

Dodici anni dall’ultima volta che li avevo visti, gli Arctic Monkeys: nel settembre del 2011 agli I-Days a Bologna, accompagnati da White Lies e Kasabian; nel 2023 sempre agli I-Days ma a Milano, con gli Hives a fare da spalla. Io insieme alla stessa amica di allora, noi e la nostra ossessione per l’indie rock, noi e la serie di sbattimenti che negli anni ci siamo accollate per vederle tutte, quelle band lì. Se da un lato tutto è rimasto uguale, dall’altro tutto è cambiato, e forse – anzi, senza forse – gli Arctic Monkeys sono rimasti gli unici esponenti degni d’essere chiamati tali della scena per cui ci strappavamo i capelli pur di farne parte.

Foto: Maria Laura Arturi

Una sensazione condivisa, stando almeno alle sessantacinquemila presenze all’Ippodromo Snai La Maura (del quale ignoravo l’esistenza fino a qualche giorno fa, tipo che se fosse stato per me sarei andata dagli Iron Maiden che suonavano all’Ippodromo San Siro e avrei passato una buona porzione del mio tempo a stupirmi dei fan metallari degli Arctic) accorse nonostante sia un sabato di metà luglio, nonostante un caldo e un’umidità da metropoli del Sudest asiatico, nonostante una concentrazione illegale di zanzare.

Il parterre è il classico misto pizza che attirano le band che hanno alle spalle un minimo sindacale di longevità: ci sono gli adoratori della prima ora – mia amica e io incluse – con qualche ruga in più e un po’ di pancetta; ci sono le ragazzine innamorate di Alex Turner (e vagli a dare torto, ma ci torneremo); ci sono pure gli sciuri e le sciure, i cinquanta e sessantenni che quando uscì Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not avevano già qualche anno in più di noi, ma non hanno mai pensato nemmeno per un secondo di mollare i quattro ragazzi di Sheffield.

Foto: Maria Laura Arturi

Dimmi che pubblico hai e ti dirò chi sei: quello degli Arctic Monkeys è educato (mai ricevuto tanti «scusami» ogni volta che qualcuno mi toccava passandomi di fianco), privo di spacconerie, vagamente sentimentale, paziente e soprattutto è lì soltanto per la musica – e per Alex Turner, giuro che adesso ci arrivo. Salgono sul palco in perfetto orario, lui elegantissimo con i soliti Aviator Classic, i jeans leggermente svasati, gli stivaletti rockabilly e la camicia bianca («non era una camicia bianca, era una polo a maniche lunghe», mi farà notare un’amica a fine concerto: per lei orribile, io l’ho trovata tremendamente sexy), e da lì ha inizio l’Alex Turner show, ossia più di un’ora e mezza di live dove c’è solo la sua stage persona – rubo il termine agli anglosassoni perché mai definizione fu più corretta.

«Esistono pochi frontmen oggi capaci di avvalersi della teatralità tipica della rockstar con la stessa facilità di Alex Turner», ha scritto Sian Cain sul Guardian, circoscrivendone in maniera chirurgica il carisma: una rockstar che pare arrivare dagli anni Cinquanta, capace di tenere il palco come pochi, di una bravura eccezionale e di una grazia quasi extraterrestre. In un mondo di musicisti mitomani smaniosi di sgomitare per farsi notare, Turner fa l’esatto opposto: mette in scena una performance dove l’unica protagonista è la ‘sua’ musica – ancora, senza forse, uno dei songwriter più dotati di sempre – e vince a mani bassissime.

Foto: Maria Laura Arturi

Gli altri membri della band ci sono, certo, e lo seguono come si segue un vero leader, il punto è che è come se non esistessero, perché l’attenzione è interamente puntata su di lui: fa impazzire chiunque, gli uomini ma soprattutto le donne (ho sentito commenti che voi umani… vabbe’), con la sua chitarra con tracollina di pelle (stilosissimo) e quella fatality mai ripetuta abbastanza, la mano infilata nella folta chioma (beato lui) per tirarsi indietro i capelli, unico richiamo agli esordi da sbarbo quando veniva intercettato a Glastonbury mano nella mano con la ex storica Alexa Chung.

Apre il concerto Brianstorm, e poi via senza soluzione di continuità, alternando vecchie glorie come Teddy Picker, l’immancabile Fluorescent Adolescent, I Bet You Look Good on the Dancefloor, 505 a estratti dall’album più recente, The Car, passando per le hit di AMWhy’d You Only Call Me When You’re High?, Do I Wanna Know?, R U Mine?, Arabella. Grande assente – fatta eccezione per Don’t Sit Down ‘Cause I’ve Moved Your Chair – Suck it and See, il quarto album in studio che per quanto mi riguarda rimane il più poetico degli Arctic Monkeys, ma per i detrattori rappresenta una sorta di inciampo. A voler fare della dietrologia, si dice possa essere una scelta dettata dai ricordi di una rottura: Suck it and See era in buona parte scritto per, e dedicato a, Alexa, peccato che venne pubblicato nell’estate del 2011 quando la relazione finì, conquistandosi così suo malgrado la nomea di figlio brutto.

Foto: Maria Laura Arturi

Chiusa la parentesi gossippara, il nostro dimostra di avere una presenza scenica che nessun altro della sua generazione può vantare, sia quando amoreggia con punk e garage rock, sia quando flirta con la psichedelia, sia quando, infine, si culla nelle sonorità anni Sessanta e Settanta, si mette al pianoforte e intona le ballad che accendono di colpo le torce degli smartphone. Fa sorridere pensare che il desiderio di diventare una rockstar era stato acceso dagli Strokes, e che all’inizio gli Arctic Monkeys erano una sorta di cover band del gruppo di Julian Casablancas e soci: fa sorridere perché a conti fatti li hanno superati semplicemente facendo ciò che sanno fare meglio, ossia il loro lavoro, senza eccessi sbandierati a mezzo stampa, senza litigi, senza carognate.

E confermando un vecchio adagio: potrai rimanere per sempre un Fluorescent Adolescent nell’anima, ma se t’ostini a non voler crescere ti rimarranno in mano solo «a memory and those dreams».

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