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Al concerto dei Public Image Ltd per vedere il mostro da vicino

John Lydon ai Magazzini Generali di Milano: il predicatore post punk e la sua band di formidabili maniaci trasformano la rabbia in energia e svelano le contraddizioni dello “shitstem”. Alla fine, i mostri siamo noi

Foto: Gus Stewart/Redferns

È imponente, scomposto, giullaresco. Fa musica fuori moda com’è del resto fuori moda lui, con l’enorme gessato che indossa e il ciuffo tirato su e la noncuranza che esibisce. In un mondo di gente determinata a dire la cosa giusta, John Lydon ti sbatte in faccia quella sbagliata e la chiama verità. I nuovi punkettini non verrebbero mai a vederlo: è un vecchio di merda (cit). Potete elencare le sue contraddizioni, le prese di posizione discutibili, le apparizioni televisive imbarazzanti, l’egocentrismo, i dischi così così. Tutto vero. Resta uno dei grandi originali, un formidabile guerriero farsesco, il giullare apparentemente demente e invece lucido che svela le contraddizioni dello shitstem, come lo chiama lui, il performer deforme che ti fa capire che t’hanno fregato. Anzi, che ti sei fregato da solo. Non vai a un concerto dei Public Image Ltd per celebrare qualcosa, per far festa o per cantare (si canta, sì, ma poco). Non ci vai nemmeno per sentirti sfidato, come un tempo. Ci vai per vedere il mostro da vicino, per poi scoprire che il mostro sei tu.

Ieri sera ai Magazzini Generali di Milano i Public Image Ltd hanno portato il loro teatro post punk fatto di canzoni dalla ritmica incalzante e ostinata, pezzi in cui si è felicemente intrappolati su cui Lydon declama cose manco fosse un predicatore invasato. Alle spalle, un telo raffigurante un muro di mattoni e il logo del gruppo. Sul palco, il chitarrista Lu Edmonds (notevole), il batterista Bruce Smith, il bassista e tastierista Scott Firth, ovvero una gran band. Lydon non ha mai avuto lo stesso gruppo di musicisti per tanti anni, con loro sembra avere trovato un equilibrio. Non saranno più musicalmente estremi, ma sono massicci e implacabili e valorizzano anche alle canzoni dell’ultimo End of World, che con quelle di Metal Box riempiono quasi metà scaletta. Sono anni che i PIL non fanno un disco memorabile, in grado di catturare o addirittura anticipare i tempi. Non hanno da portare nuove canzoni indimenticabili e difatti il vero delirio scatta per This Is Not a Love Song, per Public Image, per Rise, tutta roba anni ’70 e ’80. Portano sul palco la loro presenza ingombrante e il passo marziale di certi pezzi che a volte sembrano canti di guerra come Penge, che apre il concerto.

Oggi Lydon è un sessantasettenne («voi invece che scusa avete?», ci chiede a un certo punto) che può dire di tutto, anche prendere per il culo la meglio gioventù con un pezzo che su disco è interessante più per il significato che per la musica e invece ai Magazzini regge benissimo. Si chiama Being Stupid Again ed è un inno anti-woke dedicato agli universitari americani, alla loro cultura di sinistra talmente moralista e rigida da diventare bigotta. “Metti al bando la bomba, salva la balena, dai una possibilità alla pace”, canta sarcastico Lydon che rivede in questi ragazzi gli eredi della stupidità dei fricchettoni di fine anni ’60. «Cari studenti, vi amiamo», dice introducendo il pezzo. Come no.

Ma Lydon non è a Milano per offendere, se non occasionalmente (ci arriverò). Sta fermo dietro al leggio su cui ha appoggiato il quadernone da cui sbircia i testi, eppure è incontenibile. Bastano la mimica, il roteare folle degli occhi, i gesti, le smorfie della bocca. E ovviamente il vocione, che non è quello tagliente d’una volta, le tonalità alte sono svanite, ma è ancora potente e sgraziato il giusto. Canta di alienazione, dell’amico che scappa dall’ospizio, di sesso (“all sex is bollocks”), di amore e di non amore, di società. Ha cose da dire sulla contemporaneità.

In un paio d’occasioni se la prende con chi fai i video, dicendo che «se mi punti la tua cazzo di camera in faccia, vuol dire che sei al concerto sbagliato». Spara un fuck dietro l’altro, ma non sembra veramente incazzato, gli serve per introdurre la canzone successiva e trasmettere l’urgenza di sentirsi tra «gente vera» che vive fuori dagli schermi illuminati degli smartphone. La musica che fanno i PIL è tutto tranne che celestiale, ma lui spiega che «questo è il nostro paradiso». In un certo senso, ce l’aveva detto a luglio: «Lasciate ogni animosità fuori dal locale perché questa è la nostra chiesa, una chiesa senza religione». Introduce l’ultimo pezzo prima dei bis, Shoom, dicendo che è arrivato il «singalong-to-Johnny time». Ci guida poi in una serie di sonori «fuck off!». È un po’ gesto infantile e un po’ sfogo salutare.

Zero nostalgia (grazie John) e niente canzoni pop. Quelle, in un pezzo che ieri sera m’è parso un po’ sottotono chiamato Poptones, le ascoltano semmai i rapitori di ragazzine. Queste sono piuttosto dichiarazioni di guerra, post punk con echi industrial, dub, mediorientali. Ridicolizzano chiunque abbia usato il termine punk a sproposito negli ultimi anni per indicare, magari attaccandoci la parolina pop, musica che non sfida niente e nessuno, ma è piaciona. I Public Image sono invece respingenti per i canoni odierni della cultura popolare e difatti a vederli siamo relativamente in pochi – i Magazzini saranno pure sold out, ma non sono certo il Forum e nemmeno il Fabrique. Sotto il palco ogni tanto si poga. In platea c’è di tutto: il sessantenne che li ha scoperti all’inizio degli anni ’80, la ragazzina che li sente per via del papà, il punk con la cresta, l’amante dell’indie, il metallaro, l’intenditore di musica sovreccitato.

E che roba quando in chiusura arriva la canzone-manifesto Rise. Lydon aizza le persone chiedendo col suo ringhio duro e tonante «what is anger?». E loro rispondono, gridando fino a sgolarsi che «anger is an energy!» per una, due, cinque, dieci volte, manco fossimo in una scena di Quinto potere a urlare alla finestra «sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più». Quello di cui ha bisogno il mondo oggi è un altro vaffanculo, canta Lydon. Bello che urlarlo a un concerto del re del punk non sia un gesto disperato, ma elettrizzante.

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