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Afterhours, la lama di un rasoio dritta al cuore di Milano

Il concerto con cui la band ha festeggiato i 30 anni di carriera è stato un processo di simbiosi, dove la band si è unita al proprio pubblico come mai prima

Foto: Rodolfo Sassano/Alamy Live News

«Per il concerto con cui celebreremo i nostri trent’anni vorremmo avvicinarci alle performance di Nick Cave un vero concerto e non uno spettacolo, senza led wall o effetti scenici, ma con un contatto profondo e viscerale tra il pubblico e chi sta sul palco», aveva confidato Manuel Agnelli durante uno dei nostri ultimi incontri. Quanto andato in scena ieri sera non ha tradito le parole del frontman degli Afterhours, con le pareti del Mediolanum Forum che sembravano dissolversi tanto era ‘ingombrante’ il legame carnale tra la band e il suo pubblico, tanto era tangibile l’oscurità e i demoni raccontati durante i trent’anni di carriera, abbattutisi come una cicatrice indelebile nell’intimo più recondito dei fan, ad occhi chiusi durante quasi tutto il concerto, come fosse un colloquio segreto con “l’inferno privato” cantato da Agnelli in Ci Sono Molti Modi, canzone conclusiva della trasfusione con cui ieri ha carezzato la platea con la lama di un rasoio.

Un avvicinarsi fino alla simbiosi, quello tra gli After e il pubblico del Mediolanum Forum, inaugurato con i rintocchi di chitarra che fanno da preambolo a Dentro Marylin, il brano che forse più di altri racchiude i colori lancinanti della voce di Agnelli, perché quando canta quel “Sovversivo amore” del ritornello colpisce con un destro dritto allo stomaco che lascerà storditi e ipnotizzati per il resto del concerto. Un processo catartico partito come un tuono, quasi in apnea, con Strategie e Germi ad amplificare l’esplosione che sta trasformando il palco, con il pubblico che torna a respirare a pieni polmoni con Ossigeno, uno dei brani più invasivi e profondi dell’intera discografia Afterhours. Un vortice emotivo che precipita fra le tenebre de Il sangue di Giuda per poi catapultarsi nella vastità di luce che trafigge Padania. «Questa canzone è dedicata a una persona che durante la sua vita ha inseguito un sogno, lottando tanto duramente per raggiungerlo finché non si è scordato cosa stesse cercando di realizzare», racconta Manuel Agnelli introducendo il brano, con le prime parole rivolte alla platea.

Una ragazza qualche metro più in là non riesce a trattenere le lacrime sul ritornello, poco più in là un altro ragazzo del pubblico chiude gli occhi tenendosi le mani giunte dietro la testa: la simbiosi con la musica e le parole degli After è iniziata, impossibile tornare indietro. «Quello di stasera è un punto di arrivo e siamo molto fortunati ad avervi qui – dice Manuel rivolto al pubblico, prima di attaccare con la marci trionfale di Non Voglio Ritrovare Il Tuo Nome – quello di stasera è un cerchio che si chiude ma, come tutto ciò che si chiude, è anche l’inizio per qualcosa di nuovo». Dopo il singolo estratto dal loro ultimo album Folfiri o Folfox, è il momento di una strumentale, in cui il capitano degli After cede il palco alla band, lasciata in mano al suo vice, lo sciamano Xabier Iriondo che con a sua Flying V sembra rapito da un’altra dimensioni, posseduto dalle distorsioni della sua chitarra presa a pugni. Dell’Era completa e Pilla completano la triade di bombardieri armati di sei corde, D’Erasmo stringe un basso Hofner tirato al massimo, Rondanini tempesta dietro la batteria.

È il momento per il frontman di prendersi la scena, da solo sul palco con la sua chitarra acustica e Grande, lacerante fin dai primi versi, un climax ascendente in cui il primo a ritornare da dietro le quinte è Stefano Pilla, qualche secondo prima che D’Erasmo trascini con sé il pubblico, pifferaio magico ma con il violino, fino al culmine, lacerante: “Resta un po’ a giocare con me/ a non sentire più. Avevamo un patto io e te/ e l’hai tradito tu/ perché io diventassi grande/ Scoprendo che il dolore non era/ la destinazione vera”. “Non moriremo mai”, conclude Grande, con un ultimo verso che sembra una profezia sugli Afterhours. La parentesi dedicata all’ultimo lavoro in studio continua con la title track, Folfiri o Folfox, dove Agnelli sembra in preda a un raptus, tra voci cigolanti, scatti epilettici che ricordano Thom Yorke nel video di Lotus Flower o un growl infernale, specchio perfetto al treno sonoro che si scatena attorno al cantante, lanciato a velocità supersonica verso l’Inferno.

Indossando una t-shirt dei Ritmo Tribale, sale Giorgio Prette, storico batterista degli Afterhours, con la band per 23 anni dal ’91 al 2014, primo ‘ospite’ della serata in cui sul palco si alterneranno tutti i musicisti passati tra le grinfie di Agnelli durante gli ultimi trent’anni. Sarà per l’emozione di ritrovare i vecchi compagni o forse di trovarsi davanti a un Mediolanum Forum stipato – sold out VERO, anche per la procura – tant’è che Prette sembra, almeno inizialmente, zoppicare un po’ sul ritmo di Ballata per la mia piccola iena, mentre Rodrigo D’Erasmo trasforma il suo violino distorto a sangue nella quarta chitarra sul palco. Palco che diventa l’altare per la messa nera di Iriondo con La sottile linea bianca, dove la vittima sacrificale è la sua chitarra, prima colpita fino a scardinarne i pick-up, poi accoltellata con un cacciavite su San Miguel, ombra inquietante che accompagna il rito oscuro di Xabier. Rito che trova la sua sublimazione con Il mio popolo si fa, dove Manuel si spoglia della sua chitarra, perché con un Iriondo così si rischia davvero di far crollare le pareti del Mediolanum Forum. Prima della pausa c’è ancora tempo per una maestosa Pelle, capace di accapponare anche la scorza più dura: Agnelli al piano, per le prime battute accompagnato solo dalla voce di Dell’Era e dal violino di D’Erasmo. Sublime.

Il primo dei CINQUE bis inzia come meglio non potrebbe, con il battito dei tamburi che viaggia insieme alle mani del pubblico per l’intro di La Vedova Bianca, e il graffio delle corde vocali di Agnelli riesce a imbrigliare tutta la violenza covata nel nucleo del brano, mentre passa quasi inosservato il sorriso che il frontman accenna all’indiavolato Iriondo, ‘colpevole’ di toccare volumi cosmici con l’amplificatore che chiede un attimo di pietà che non gli sarà mai concesso. Sullo schermo appare l’insegna di Friedrichstraße, nel video vecchie Trabant sfrecciano sull’arteria che attraversa Kreuzberg e arpeggi e delay scatenano il sing along di Riprendere Berlino. Nemmeno il tempo di asciugarsi le prime gocce di sudore che, nelle parole di Manuel, si fa avanti un fantasma: il “bambino con la sua pistola” immortalato dalla foto di papà Italo Agnelli e nei versi di Quello che non c’è, quel bambino con lo sguardo da Clint Eastwood che ora ci guarda attraverso la copertina di Foto di pura gioia, antologia celebrativa dei trent’anni della band, uscito lo scorso novembre. Durante il momento più toccante dell’intero concerto, Agnelli gioca con il sé da bambino, a volte omettendo il “non” dai versi che raccontano il titolo della canzone, quasi che il cantante facesse i conti con il passato e il presente della band, con quella rabbia sotterranea necessariamente divenuta familiare con gli anni.

Serve una pausa per riprendersi dall’arpione scagliata da Agnelli dritto al cuore del suo pubblico, subito travolto da Male di Miele. La band rientra sul palco indossando una maschera di Pippo, presenze inquietanti che danno le spalle al pubblico mentre impugnano il martello pneumatico con cui inizia il brano. La formazione sul palco è quella del tour di Hai paura del buio, l’album con cui nel 1997 gli After scrissero una nuova epoca per l’alternative italiano: Andrea Viti al basso, Dario Ciffo al violino, Girgio Prette alla batteria e Xabier Iriondo alla chitarra. Al centro sempre lui, Manuel Agnelli, stella fissa dell’universo Afterhours. Parte Rapace, con cui la band eviscera la platea per poi addentarne il cuore. Occhiali da diva in faccia e bestemmia in bocca, è il momento di 1.9.9.6.: «Questo pezzo è dedicato a un annus horribilis che ha segnato la nostra esistenza – introduce Agnelli – stavamo per scioglierci, la fidanzata mi aveva mollato, io avevo anche perso lavoro… gli altri erano disoccupati, Ciffo un lavoro non lo ha mai avuto», scherza il cantante prima di scagliarsi con l’apertura di un brano con cui gli After incisero con una katana la pelle splendida della musica in Italia. Sulla raffica Lasciami leccare l’adrenalina/ Dea, Prette rischia l’infarto, il pubblico anche, travolto da un pogo tsunami fino al trionfo di Voglio una pelle splendida, ed è quasi impossibile descrivere il momento, se non attraverso lo sguardo glaciale di Agnelli che qui comincia, quasi impercettibilmente, a sciogliersi nella commozione che lo invaderà a fine concerto.

«Torniamo sempre più indietro», avvisa il cantante, tornato sul palco per il terzo bis in tenuta 1988: basco al contrario, maglietta dei Looney Tunes (sì, avete letto bene), accompagnato dal cofondatore della band, Lorenzo Olgiati, Cesare Malfatti (al lavoro anche con i La Crus), l’attuale produttore Paolo Mauri al basso e Alessandro Pelizzari che, arrivato al Forum direttamente dall’ufficio, si siede alla batteria ancora in giacca e cravatta, “Come vedete oggi fa un altro lavoro”, scherza Agnelli. Insieme all’embrione originario degli After, Manuel sale sulla macchina del tempo con un quartetto di canzoni cantate in inglese concluso da Inside Marilyn three times. «All’inizio la gente ci guardava molto male, forse avevano ragione», esclama Manuel divertito dal sipario punk e, guardando all’abbinamento basco-Looney Tunes, come dargli torto. Sul palco si chiude la parentesi britannica, e uno spettatore pochi metri in là, con evidente accento romano, forse inebriato dal risultato spiato sul telefonino grida: «Faccene una in latino!», ulteriore conferma dello stereotipo per cui la lingua inglese è un difficile appiglio sul pubblico italiano.

Le luci si spengono ed è arrivato il momento che nessuno si aspettava, il più spettacolare della serata. Gli Afetrhours fanno il loro ingresso dal terzo anello del Mediolanum, per suonare a contatto diretto con i loro fedeli, le luci ora sono accese, perché la band vuole vedere tutti in faccia. Bianca e Non è per sempre suggellano l’estasi collettiva. Andate a consumarvi i video su YouTube perché niente può descrivere quel momento in cui l’immedesimazione tra artista e pubblico diventa inscindibile, ed è facile ora capire cosa intendesse Agnelli con quel riferimento a Nick Cave, a quel rapporto viscerale con i propri fedeli. «Volevamo vedere gli After al Forum anche noi», dice Manuel.

Ultimo bis. Il frontman rientra sul palco in versione Bruce Lee, brandendo il microfono come fosse un nunchaku, il delirio di chitarre è quello de La verità che ricordavo, gli Afterhours sono carnali come non mai. E poi, Bye Bye Bombay e il grido della folla su “Io non tremo” è suona immenso, anche oltre le chitarre del diavolo Iriondo. È il momento della chiusura, in cui la lama del rasoio incide dritta al cuore: Ci sono molti modi. Il pubblico è fuso in una sola anima, la canzone è quella che ha accompagnato tutti i presenti, attraverso i demoni che hanno lacerato Agnelli e che ha messo in musica come forse nessuno è riuscito prima e dopo di lui. Le luci sono di nuovo accese, e sono ormai libere le lacrime sul volto dei presenti, quelle stesse lacrime che finalmente scalfiranno il ghiaccio negli occhi del cantante mentre, alla fine di un concerto che rimarrà nella storia, accoglie come fosse il Cristo Redentore la standing ovation infinita con cui il pubblico ringrazia, per la serata e per i trent’anni incredibili della più imponente rock band della musica italiana.

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