A volte basta Vasco per tenersi a galla sopra questa merda | Rolling Stone Italia
Vado in Messico

A volte basta Vasco per tenersi a galla sopra questa merda

Più che un greatest hits, una macchina del tempo. Nella data zero del tour 2026 a Rimini, il Blasco riscopre il narratore degli anni Ottanta, quello che trasformava le voci della provincia in canzoni da urlare insieme

A volte basta Vasco per tenersi a galla sopra questa merda

Vasco a Rimini per la data zero del tour 2026

Foto: Alessandra Trucillo

Benvenuti, bentornati, ben ritrovati! Come dice lo stesso Vasco qualche ora prima che cominci lo show, “Stai pure certo che… le uniche due cose a non cambiare mai nel mese di giugno sono il caldo e il nuovo tour di Vasco”. E, viene da aggiungere, gli stadi sold out. La data che scalda i motori di questo Vasco Live 2026 è quella di Rimini, fin dal giorno prima invasa dai venticinquemila della data dedicata al fan club. La prima cosa a colpire è il palco, monumento itinerante la cui geometria triangolare richiama la V di Vasco, che muta di continuo creando scenari sempre differenti, prospettive che danno l’illusione di un edifico gigantesco e luci a prova di attacco epilettico. Forse la struttura più eccessiva vista fino ad ora nel corso di una carriera che, in fin dei conti, non è altro che una continua gara a due con sé stesso.

A fugare il dubbio che quest’anno si fosse però pensato più al contorno che alla musica, arriva come una sassata Vado al massimo, il primo di una lunghissima serie di pezzi che non si sentivano da una vita: “L’avevo scritta contro i benpensanti”, dice sempre prima del concerto in sala stampa. “Poi mi sono accorto che oggi sono forse ancora più di allora e ho pensato a un nuovo biglietto per il Messico”. Doveva essere una partenza punk, riarrangiata alla maniera di Vince Pastano: alla fine, è quasi metal. L’effetto è in ogni caso stordente e preludio a una prima parte di scaletta da fan di una volta, quelli che forse oggi nemmeno ci sono più: “Praticamente quest’anno è la scaletta dei pezzi che restano sempre fuori”, afferma Vasco con orgoglio. “Merito anche di Pastano, che è il mio archeologo”, ammette candidamente. Viene inevitabilmente da pensare a De Gregori e al suo tour di pezzi meno noti, appena annunciato con annessa polemica sul dovere o meno di schierarsi da parte di un’artista. Imbeccato sulla questione, anche qui Vasco dice la sua: “Noi siamo portatori sani di allegria. Però praticamente ogni mia canzone è un proclama, le mie canzoni parlano per me. Poi ognuno chiaramente agisce secondo la propria coscienza”. Concetto poi ribadito, senza riferimenti espliciti, anche nel corso della serata.

Foto: Gasperini

Tutta la prima parte di concerto conferma la sensazione data dalle dichiarazioni delle ultime settimane: Vasco ha voglia di mettersi in gioco, di non eseguire un semplice greatest hits (a quello provvederà ‘il concerto dei concerti’ del prossimo anno), ma di stupire e, forse, di tornare a sentirsi quel poeta di strada che ha raccontato la provincia come pochi altri. Ormai è tardi, Sono ancora in coma, Una nuova canzone per lei, Ciao: Rimini diventa una macchina del tempo, una sorta di stargate verso quel periodo della sua vita di cui praticamente tutti i presenti hanno solo sentito parlare, in genere con molta nostalgia (per Siamo solo noi, a sorpresa, sale sul palco e imbraccia il basso anche Claudio Golinelli, il Gallo, reduce da un lungo ricovero). Uno degli aspetti più sorprendenti del concerto è quanto Vasco abbia riportato al centro della scena una cifra espressiva che appartiene soprattutto alla sua produzione degli anni Ottanta: quelle improvvise “vocine”, le inflessioni caricaturali, spesso femminili, con cui anima i personaggi delle sue canzoni. Che un po’ sono ricordi del teatro canzone, ma soprattutto sono strumenti narrativi che gli permettono di dare corpo a un universo popolato da ragazze di provincia, madri, amanti, amiche, figure marginali e quotidiane che entrano nelle canzoni come voci vive, ascoltate al bar, in macchina, per strada.

Claudio Golinelli sul palco con Vasco. Foto: Roberto Villani

Nel concerto di Rimini queste sfumature tornano con forza, anche perché più della metà della scaletta affonda le radici proprio nel decennio che ha definito la poetica di Vasco. Un repertorio che precede la trasformazione definitiva in icona da stadio e che conserva ancora l’odore delle periferie, delle discoteche di provincia, delle notti passate tra sogni di fuga, (pre)giudizi e piccoli fallimenti quotidiani. Quando Vasco passa da una voce all’altra, quando accenna quelle imitazioni femminili che hanno sempre attraversato il suo modo di cantare e raccontare, riaffiora un elemento fondamentale del suo linguaggio: la capacità di osservare il mondo da dentro, assumendo per un attimo il punto di vista dei suoi personaggi. La stessa cosa, se vogliamo, che avviene anche in Sally. con tutt’altri toni, certo, ma sempre mettendosi nella parti dell’altra metà del cielo. Altra metà che, un attimo dopo, può diventare cinica e spietata come in Sono ancora in coma, uno dei punti più alti dello show, o in altri mille esempi della sua discografia.

Il recupero di questa dimensione non ha soltanto un valore nostalgico. In un’epoca in cui il Vasco monumentale degli stadi rischia talvolta di sovrastare il narratore, il concerto rimette al centro la sua origine: quella di cantautore di provincia capace di trasformare dialoghi sentiti al banco di un bar, frasi rubate per strada e vite apparentemente ordinarie in materia poetica. È la provincia emiliana dei primi dischi che si fa sguardo sul mondo. Uno sguardo ironico, malinconico e partecipe, ma mai giudicante. È lì che ti accorgi che, prima di essere un mito generazionale, Vasco resta soprattutto un formidabile raccoglitore di umanità.

Foto: Alessandra Trucillo

Il fatto che quest’anno non esista un tema portante simile permette alla band di spaziare su macrotematiche strutturali del Vasco pensiero. La parte centrale diventa quindi quella politica, con l’attualità sconcertante di (per quello che ho da fare) Faccio il militare, seguita a ruota da Gli spari sopra e C’è dice no, che effettivamente dimostrano quanto si possa essere rilevanti a livello sociale senza comizi o dichiarazioni paracule. “Spinoza diceva che il potere ha sempre bisogno che il popolo sia affetto da tristezza, perché se c’è quella nessuno riuscirà a fare qualcosa per invertire la rotta”, dichiara Vasco a chi gli chiede una formula per cambiare una società sempre più inerme di fronte ad ogni cosa. A inizio concerto, durante Fegato, fegato spappolato, era arrivato anche l’affondo: “Il potere è una droga e quelli al governo sono dei drogati di merda”.

Probabilmente Vasco non crede che la musica possa cambiare davvero il mondo e renderlo migliore, ma mai come in questo momento si comprende quanto il suo messaggio continui ad avere un fortissimo valore politico e sociale. Come a dirci: “Non preoccupatevi, perché proprio come la noia, che anche se pensi di sconfiggerla scappando rimane sempre lì, anche io non mi muovo di un centimetro”. E se è vero che ci vuol qualcosa per galleggiare sopra questa merda, mi piace pensare che Vasco continui a ricoprire quel ruolo.