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A lezione di archeologia jazz con Woody Allen

Nonostante i fan armati di binocolo e smartphone, l'unica data italiana del tour di Woody Allen e la Eddy Davis New Orleans Jazz Band è stata come un viaggio nel tempo, o una versione estesa dei titoli di testa di uno dei suoi film

In una scena del film Manhattan, il protagonista Isaac Davis fa un breve elenco delle cose per cui valga la pena vivere: «Il vecchio Groucho Marx, Joe DiMaggio, il secondo movimento della sinfonia Jupiter e… Louis Armstrong». È il manifesto estetico di Woody Allen, l’universo culturale che tiene insieme un po’ tutti i suoi film e che lo accompagna da sempre. «Il jazz ha qualcosa di mitologico – per colpa del tempo», ha detto in un’intervista per Village Voice, «soprattutto il jazz delle origini, perché rappresenta la nascita di una forma d’arte. Ne sono innamorato».

Il “jazz delle origini”, “New Orleans Jazz”, “Traditional Jazz” o “Dixieland Jazz” è una delle forme più antiche del genere. L’avete ascoltato nei titoli di testa di praticamente tutti i suoi film: è diretto, ordinato e accogliente, basato più sull’armonia del gruppo che sulla qualità dei singoli solisti. È la musica con cui Woody Allen è cresciuto – Sidney Bechet, King Oliver, Jelly Roll Morton – e il mondo di cui ha sempre voluto far parte, prima con il sassofono e poi con il clarinetto. Così, quando negli anni ’70 la sua fama di regista gli ha permesso di entrarci dalla porta laterale, non ci ha pensato due volte. Nel caso della Eddy Davis New Orleans Jazz Band, l’ensemble con cui si è esibito al Teatro degli Arcimboldi di Milano, l’occasione è arrivata vent’anni dopo, nel 1996. Da allora il gruppo si è esibito regolarmente in due club di New York (il Michael’s prima e il Carlyle Hotel poi), e qualche volta nei teatri europei.

Ora, prima di raccontare cosa è successo nell’unica data italiana del tour, c’è da fare un’ultima premessa: Woody Allen non è un musicista professionista, sa benissimo che tutto il pubblico è in sala per lui e non per immergersi nelle opere di Sidney Bechet, ma prende questa musica estremamente sul serio. Tutto, dalla struttura del palco allo svolgimento vero e proprio del concerto, aderisce perfettamente al canone del jazz di inizio secolo, niente compromessi: repertorio improvvisato, parti soliste divise democraticamente, pochissime parole per il pubblico.

I membri della band entrano sul palco ordinatamente. Allen si nasconde nella sezione di fiati – clarinetto, tromba e trombone – e cerca di non darsi troppa importanza. Il pubblico, che come prevedibile la pensa diversamente, è così composto: altoborghesi spettinati e dall’aria confusa, praticamente un esercito di potenziali protagonisti di un suo film, giovani coppie, qualche solitario cultore del jazz e famiglie armate di binocoli e smartphone multipli (la tipica attrezzatura dell’appassionato di jazz).

Il primo applauso chiarisce subito e senza possibilità di replica che nessuno è qui per la musica. Tutti hanno occhi solo per Woody Allen: se il regista sorride durante l’assolo di un altro musicista, scatta l’applauso; se si alza in piedi, tutti si alzano in piedi; se tiene il tempo battendo la mano sulla gamba, ecco il battimani da fiera. A un certo punto, due signore sedute nelle prime file si scambiano il binocolo eccitatissime: «Guarda, sembra felice!», dice una.

Il regista prende la parola dopo i primi due brani. «Noi suoniamo per il nostro piacere ed è sempre bello scoprire che c’è qualcuno che vuole sentirci suonare. Siamo sorpresi, grazie. Sedetevi, rilassatevi, noi faremo del nostro meglio per intrattenervi». Non dirà nient’altro fino alla fine del concerto, quando presenterà gli altri musicisti specificando che al banjo c’è «Eddy Davis, il leader della band».

Ora, Woody Allen non è un virtuoso – in un’intervista si definì un «pessimo musicista, come un tennista della domenica» –, non è nemmeno al massimo delle forze e purtroppo si sente. Dopo una manciata di brani, però, e dopo essersi scrollato di dosso l’obbligo di dover parlare al pubblico, tutto sembra lentamente andare al suo posto: il suono del clarinetto diventa più rotondo, l’intesa con gli altri musicisti migliora e negli ultimi assolo il regista si avventura in qualche glissato niente male. Sul palco è tutto molto newyorkese: la band sottolinea i passaggi più difficili con una serie di aha! I loove it!, chiacchiera tra una canzone e l’altra, si alterna al microfono per i brani cantati. Quando non suona, Allen resta immobile, il clarinetto poggiato sulla gamba, bloccato in un’espressione tra il pensoso e il nostalgico. Il pubblico riempie ogni inciampo tecnico con applausi scroscianti. A fine concerto si alzano tutti in piedi per una standing ovation. Allen sembra imbarazzato, ma contento.

«La maggior parte del pubblico non sa nulla di jazz. Dicono: “Amo i suoi film e voglio vederlo”, oppure “odio i suoi film e voglio vederlo”», ha detto nell’intervista per Village Voice. È vero, e va bene così. Woody Allen non sarà il salvatore del jazz, ma ha il privilegio di presentare a un pubblico enorme ed eterogeneo una musica che potrebbe sparire. E che, almeno per lui, è una delle poche cose per cui valga la pena vivere.

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