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Little Steven ricorda Little Richard: «Ha scritto la bibbia del rock»


«Incarnava lo spirito del rock'n'roll e l'epoca in cui la musica ancora si evolveva», scrive per 'Rolling Stone' il chitarrista di Bruce Springsteen. «Che fortuna essere stato suo contemporaneo»

Steven Van Zandt

Foto: Jordi Vidal/Redferns

Little Richard incarnava lo spirito del rock’n’roll. Era un po’ il ponte con quello che c’era stato prima, cioè l’era delle big band, del boogie woogie e dei bluesman come Joe Turner. Quando avevano cominciato a girare meno soldi, le big band erano diventate sempre più piccole e si eri arrivati alla tipica formazione del rock’n’roll, che è stata fondamentalmente inventata da Muddy Waters. La sua prima band, nel 1952, aveva batteria, basso, pianoforte e forse l’armonica.

Richard stava nel mezzo. Aveva le caratteristiche che oggi associamo al rock’n’roll, ma i suoi riff venivano comunque suonati da quattro sassofoni. La differenza la faceva quando apriva bocca. Cantava di liberazione, cantava di libertà. Possedeva lo spirito rock che ha influenzato tutti quelli che l’hanno seguito ed è diventato parte di loro. Tutti i pionieri hanno dato un contributo importante. Elvis Presley ha reso il genere popolare. Chuck Berry ha inventato la narrazione rock. Bo Diddley era la sensualità e il ritmo. Jerry Lee Lewis ha portato il fanatismo religioso selvaggio. Tutti hanno contribuito, ma Richard, oltre all’incredibile spirito che viveva attraverso la sua voce, aveva anche l’androginia appariscente che diventerà parte essenziale del rock’n’roll.

Veniva a galla solo a volte, ma più apertamente degli altri. Sicuramente ha influenzato Mick Jagger e quel che ha fatto nel film Performance. Non solo ha cambiato Mick, ma ha permesso a tutti di essere androgini. Credo che il glam venga da lì, David Bowie e Marc Bolan e tutti gli altri. In quella celebre foto, David Bowie, Lou Reed e Iggy Pop somigliano tutti a Little Richard.

Little Richard ha reso accettabile essere gay e fare rock. Era così, cercava una libertà senza limiti. Non solo nell’arte, non solo nel canto, non solo sul palco, ma anche nella vita di tutti i giorni. Ha indicato la via.

È la mia religione. Per me, Little Richard è dio. Ha scritto la bibbia che seguiamo ancora tutti. Non devi reprimerti. Non devi seguire le regole. Puoi essere te stesso ed esserne orgoglioso.

È una tragedia che Chuck Berry abbia vissuto gli ultimi anni con amarezza. È un peccato, perché aveva portato un grosso peso sulle spalle per tutta la vita. A differenza di Chuck, Richard non si è mai dato delle arie. Ne abbiamo parlato direttamente. Le canzoni degli artisti neri dell’epoca venivano rifatte da altri. So che i più giovani stenteranno a crederci, ma all’epoca c’erano le radio per i neri e quelle per i bianchi, e le radio bianche non potevano suonare dischi dei neri. Quindi cantanti come Pat Boone si avvantaggiavano della situazione e interpretavano i pezzi di quelli come Little Richard. Poi è arrivata gente coraggiosa come Alan Freed e i dj bianchi che suonavano musica nera e per questo venivano messi in croce. Ma hanno cambiato il mondo. Perché quando senti gli originali di Little Richard non hai più tanta voglia di tornare alle versioni di Pat Boone.

Richard ne parlava sempre allo stesso modo: «Ha convinto un sacco di ragazzini ad ascoltare la mia musica prima che i miei dischi venissero passati dalle radio bianche». Le cose sono cambiate nel ’56, ’57. Prima di allora pensava che Pat Boone fosse un po’ il suo ufficio stampa, che gli stesse facendo un favore. Little Richard era raffinato e preciso, non incazzato com’è stato Chuck per tutta la vita. Perché tanta rabbia? Ehi, sei Chuck Berry, uno dei più grandi artisti della storia e ampiamente riconosciuto come tale. Diecimila dollari nella custodia della chitarra, cinque giorni a settimana, per 50 cazzo di anni. Non importa quanto Leonard Chess abbia preso da lui, e comunque non è così tanto. Richard invece ha sempre preso le cose nel modo giusto, credo che gli facesse bene alla salute.

Ha registrato anche negli anni ’70, tutti dischi grandiosi. Li abbiamo suonati nel mio programma radio (Underground Garage, su Sirius XM). In quel periodo fatto una grande versione di Brown Sugar e alcuni singoli molto buoni.

Quando mi sono sposato, nel 1982, volevo un vero matrimonio rock’n’roll. Quindi abbiamo chiamato Little Richard – era solo un’idea, ovviamente, perché ho scelto il mio nome d’arte in suo onore ed è il mio mentore. Mi ha detto “ok”, anche se era la prima volta che lo faceva. Ha grossomodo improvvisato tutto.

Credo che il mio primo incontro con Little Richard risalga al film Gangster cerca moglie. Guardavo tutti i primi film rock’n’roll, le pellicole di Alan Freed. Poi nel 1972 sono partite le radio oldies ed è stato un momento molto, molto importante. Credo che la prima sia stata CBS-FM. La musica non era così vecchia, all’epoca, ma le cose cambiavano molto velocemente. È davvero difficile da spiegare. Sono successe tante cose in pochissimo tempo. Sembravano passati cento anni, ma metà delle band che passavano in radio avevano scritto delle hit solo cinque anni prima.

Per noi è stata una scuola incredibile. Potevamo ascoltare tutta la musica che non conoscevamo degli anni ’50 e ’60. Ovviamente c’era anche Little Richard, e un sacco dei musicisti che avrei incontrato più avanti con il tour con i Dovells. Ho incontrato Gary U.S. Bonds in quel tour, Lloyd Price, i Drifters, Ben E. King e tutte le Shirelles e le Chiffons.

Insomma, all’improvviso è apparso un canale che trasmetteva tutta quella musica. Era la fine degli anni ’60. Nel giro di un anno si passava da un trend all’altro, tipo monoculture. Nel ’64 erano tutti per la British Invasion, nel ’65 per il folk-rock, nel ’66 il country rock, la psichedelia nel ’67, il blues rock nel ’68 e l’hard rock nel ’69. L’ultimo trend era il southern white soul, più meno nel ’70, poi si è frammentato tutto.

La frammentazione è arrivata più o meno insieme alle radio oldies. All’improvviso non c’erano più trend, non c’era più evoluzione della forma artistica. Era la fine del Rinascimento. Lo so adesso, ma allora mica lo capivo. Si era attratti dalle cose che ci eravamo persi. Non amavo il glam. Non amavo l’art rock e nemmeno il progressive. Non amavo i cantautori. Ho usato quel periodo per studiare quel che mi ero perso negli anni ’50 e ’60. È stato fondamentale per me.

All’Upstage, il club dove passavamo le serate ad Asbury Park, abbiamo iniziato a organizzare delle oldies nights ed è così che abbiamo imparato il mestiere. C’erano queste serate in cui suonavamo canzoni degli anni ’50, roba che non avevamo mai fatto prima. Era divertente, e faceva parte del processo d’apprendimento. Il rock’n’roll non è diverso da tutti gli altri lavori della vita. Devi studiare e imparare il mestiere. E questo significa andare indietro nel tempo e imparare dai vecchi maestri.

L’unica volta che io e Little Richard abbiamo suonato insieme è stato quando ho assemblato una band per Hank Williams Jr., nel 2006. Aveva una canzone, Monday Night Football, che era un po’ country rock, poi ha deciso che voleva suonare un po’ più rock’n’roll. Sono venuti da me e abbiamo messo insieme una band. Ho convinto Richard, Joe Perry, Rick Nielsen, Bootsy Collins, Clarence Clemons e Questlove.

La vita è così: sei sempre impegnato, il tempo passa e non vedi le persone con cui non lavori. Sfortunatamente, non ho visto Richard tanto quanto avrei potuto. L’ultima volta che ho parlato con Paul McCartney gli ho detto: «Paul, dovremmo prendere un aereo e andare a trovarlo a Nashville, dobbiamo dirgli addio». Non si faceva vedere da un po’ ed era un anno che chiedevo informazioni su di lui. Non c’erano notizie. «Richard non può venire al telefono, adesso». Sapevo che aveva da anni problemi alle gambe. Sembrava che si stesse avvicinando alla fine.

Ma non riesco a credere che l’uomo che ha inventato il rock’n’roll fosse ancora in giro. Era un miracolo. Che fortuna essere stato suo contemporaneo.

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