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Little Simz è la rapper emergente che dovreste ascoltare

Della 25enne inglese sentirete parlare molto presto. E la conferma è arrivata durante il suo primo concerto italiano, sold out, in cui ha portato sul palco avanguardia, vecchia scuola e soprattutto molta onestà

Foto di Blair Brown via Instagram

Fino a una manciata di anni fa, l’Italia era un paese in cui i tour dei rapper internazionali non facevano quasi mai tappa, e anche quelle poche volte raccoglievano poche decine di spettatori, sempre più o meno le stesse facce. Non c’è granché da stupirsi: siamo una nazione non particolarmente ricettiva alla musica ritmica di derivazione afroamericana, e ci abbiamo messo quasi un secolo a imparare a battere le mani sul due e sul quattro. Ma a quanto pare finalmente qualcosa sta cambiando, se il concerto di una rapper indipendente inglese, che in patria è ancora un’emergente e da noi è praticamente sconosciuta alle classifiche e alla stampa generalista, fa un clamoroso sold-out a Milano, in un posto come Santeria Social Club, che non è certo un locale piccolo e intimo. Per di più si tratta di una rapper donna, una categoria che da queste parti finora aveva avuto ancora meno fortuna dei colleghi maschi, in termini di numeri: neppure nomi molto più noti, come Nicki Minaj o Azealia Banks, erano ancora riuscite a sfondare al primo colpo, in questo tradizionalista angolo del sud Europa.

La rapper in questione è Little Simz, nata a Londra da genitori nigeriani venticinque anni fa. In patria, prima ancora che per la sua musica, si fa conoscere sul piccolo schermo: da ragazzina recita in alcune serie di BBC e Channel 4 ma, forse anche perché è intrappolata nella sua immagine di attrice adolescente, inizialmente non riesce a farsi prendere sul serio con le sue canzoni. È lei stessa a raccontarlo al pubblico, con la stessa semplicità della Fred Perry bianca e dei jeans che indossa: «Quando ho cominciato a fare musica la mandavo dappertutto, la twittavo a chiunque, facevo tutto il possibile per far sapere alla gente che era là fuori, ma nessuno mi rispondeva mai».

Per fortuna Simz (diminutivo di Simbiatu, il suo nome di battesimo) non è il tipo da scoraggiarsi, e piuttosto che stare seduta ad aspettare un treno che non passa mai preferisce incamminarsi, anche a costo di farsela tutta a piedi: apre una sua etichetta, la Age 101 Music, e dimostra che chi fa da sé fa per tre. E infatti ad oggi la Age 101 ha pubblicato tutti e tre gli album dell’artista, compreso il clamoroso Grey Area, uscito nel 2019 e incensato dalla critica per il suo talento lirico e per la sua straordinaria capacità di mettere d’accordo sia i puristi della vecchia scuola che i fanatici dell’avanguardia urban. Capacità che dimostra in pieno fin dal primo brano in scaletta, Boss, rappato integralmente all’interno di un megafono e in perfetto equilibrio tra grime e boom bap. E anche con qualche venatura rock, volendo, visto che sul palco non è accompagnata da un dj, ma da un batterista e da un tastierista/bassista.

Simz non è tipo da costruirsi un personaggio invincibile e über cool: riversa tutta se stessa nelle sue canzoni, nel bene e nel male. Come in Therapy, un’ode al fallimento, compreso il fallimento della sua psicoterapia, che a quanto dice non le è servita proprio a niente, se non a confonderla ulteriormente e a farla stare peggio. O in Sherbet Sunset, in cui senza alcuna vergogna o remora confessa che sì, anche lei è una di quelle che dopo una rottura, anziché giocare a fare l’indifferente, cerca in tutti i modi di capire se il suo ex sta con un’altra, e magari scopre pure che la tizia in questione è rimasta incinta di lui e soffre come un cane.

Riesce ad essere onesta perfino nelle canzoni in cui fa la figa: è il caso di Selfish, in cui tra una spacconata e l’altra ammette senza problemi di essere un’egoista. Non a caso, anche se sono pezzi meno adatti a rivelare la sua potenza sul palco, sono tra i più apprezzati dal pubblico. Ma nulla batte l’entusiasmo che riesce a scatenare con i suoi exploit più crudi e tecnici, in cui il suo talento di rapper e di performer emerge in tutto il suo splendore: la travolgente Venom, che replica due volte di seguito, o Offence, che chiude lo show con una delle rime più iconiche e sborone dell’hip hop inglese, “I’m Jay-Z on a bad day / Shakespeare on my worst days”. Non perde un colpo, né nei momenti più intensi né in quelli più intimi e raccolti. E neppure quando si cimenta in imprese che non sono propriamente il suo pane: un piccolo assolo di chitarra, le percussioni, qualche accordo alla tastiera. Riesce a fare tutto con una naturalezza e una spontaneità che conquisterebbero chiunque, in preda a una genuina e contagiosa euforia.

Durante gli ottanta minuti del concerto, Little Simz non smette di ripetere quanto sia bello essere a Milano per il suo primo concerto, e che non si aspettava assolutamente un’accoglienza così calorosa. È molto probabile che per la sua prossima visita – perché dopo il trionfo di stasera, è chiaro che una prossima visita ci sarà – farà le cose più in grande. Non solo per il successo della serata, ma anche perché le sue quotazioni sono in continua ascesa, sia in Inghilterra che nel resto del mondo. Negli ultimi due anni è già stata ospite dei lavori di colleghi enormemente più famosi di lei, anche al di fuori dell’universo hip hop, come i Gorillaz o gli Alt-J. A sua volta, nel suo ultimo album (autoprodotto, lo ricordiamo) è riuscita a coinvolgere nomi del calibro di Michael Kiwanuka e Little Dragon. Tra i suoi fan ci sono anche Kendrick Lamar e soprattutto Drake, che l’ha voluta nella serie tv che ha prodotto per Netflix, Top Boy, il revival di un serial già di culto nel Regno Unito.

Morale della favola: di questi tempi, quando qualcuno vi invita al concerto di una rapper emergente, datele una chance, e di corsa, anche se ancora non sapete chi è. Primo, perché non è detto che troverete ancora biglietti, se aspetterete troppo. Secondo, perché nulla batte la sensazione di poter dire “Io c’ero” quando tutti cominceranno a parlarne.

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