Litigi, rimpianti, ironia: i momenti migliori del documentario sui King Crimson | Rolling Stone Italia
Home Musica

Litigi, rimpianti, ironia: i momenti migliori del documentario sui King Crimson

I problemi dopo l’abbandono di Ian McDonald, la tirannia di Fripp verso se stesso, la necessità di cambiare per «non diventare come i Moody Blues»: otto storie da ‘In the Court of the Crimson King’

I King Crimson nel 2019

Foto: MAURO PIMENTEL/AFP via Getty Images

A un certo punto di In the Court of the Crimson King, il documentario su un’istituzione del prog come i King Crimson, l’ex batterista Bill Bruford sintetizza alla perfezione la filosofia della band e del suo fondatore, il chitarrista Robert Fripp. «Cambiare è essenziale», dice Bruford, che ora sembra un illustre professore universitario. «Sennò rischi di diventare come i Moody Blues, per carità».

Dal 1969 a oggi, nessuno ha mai confuso i King Crimson coi Moody Blues. Nel 2019 l’ultima incarnazione della band, sempre guidata da Fripp, è partita per il tour del 50esimo anniversario. Hanno suonato versioni dense, precise e arrangiate impeccabilmente dei brani del repertorio di fronte a un pubblico rapito. Quel tour sta alla base del documentario scritto e diretto da Toby Amies e co-prodotto da Fripp.

Il film racconta anche la storia tumultuosa della band, dalla formazione in eterno mutamento alla guida di Fripp. Anche i fan più accaniti dei Crimson potrebbero scoprire qualcosa di nuovo dal documentario: in fondo questa è una band in cui, come dice uno dei membri attuali, «tutto può diventare un problema». Ecco i momenti più interessanti.

1Negli anni ’90 i King Crimson «erano un’infezione»

Cosa rara nel rock, e persino nel prog, album dopo album i King Crimson hanno sempre cambiato formazione e repertorio. Questo approccio ha dato vita a musica in costante evoluzione e imprevedibile. Fino a poco tempo fa, nessuno andava a un loro concerto per le cosiddette hit. Ma come dicono tutti i membri passati e presenti del gruppo, questo metodo – insieme alla complessità della musica e alla personalità dominante di Fripp – non è affatto semplice da accettare.

Anzi, i discorsi che fanno per raccontare l’esperienza con la band ricordano quelli di un paziente che descrive i suoi sintomi al medico. Secondo il sassofonista Mel Collins, che ha lasciato la band per poi tornare dopo 40 anni, stare nei Crimson era «un po’ come un trauma… alcuni di noi hanno passato l’inferno». Il chitarrista Trey Gunn, che ha suonato nei Crimson negli anni ’90, dice che la band era come «una piccola infezione. Non sei davvero malato, ma non ti senti neanche bene». Fripp in persona descrive il periodo che va dal 1969 al 2013 come «disgraziato».

2L’abbandono di Ian McDonald è stato decisamente traumatico

Oltre al batterista Michael Giles, anche il polistrumentista Ian McDonald ha lasciato i Crimson dopo il debutto del 1969, mettendo la band nei guai per un certo periodo di tempo. Lo stesso Fripp ammette che la decisione gli ha spezzato il cuore. In uno dei momenti più emozionanti e inaspettati del film, McDonald, che è morto appena un mese fa, si scusa davanti alle camere: «Ti voglio bene, Robert, mi spiace se ti ho ferito», dice prima di mettere la testa fra le mani. Ancora più sorprendente è il momento in cui Fripp ammette di aver pensato di lasciare la band dopo l’abbandono di McDonald e Giles: «Il fatto che quella band sopravvivesse era più importante del mio futuro nei King Crimson. Poi Ian ha detto: “No, questa è una cosa più tua che nostra”». McDonald aveva ragione: è impossibile immaginare i King Crimson senza Robert Fripp.

3Adrian Belew vuole tornare nella band

Dagli anni ’80 e a intermittenza per i vent’anni successivi, Belew è stato cantante e secondo chitarrista della band. Bruford, anche lui in quella lineup, ammette che era la sua incarnazione preferita dei King Crimson. Belew, invece, non riesce ancora ad accettare di non essere più nel gruppo. «Ho sempre pensato che quella con Robert fosse una partnership», dice nel film. «Non pensavo di essere nella band di un altro… Ho pensato: ma come, pensavo fosse una cosa nostra». La risposta di Fripp è piuttosto secca: «Adrian è un frontman, non un musicista da ensemble, non credo che diventarlo gli interessi». Ora Belew sembra aver accettato la cosa e parla di Fripp con ammirazione, ma a un certo punto aggiunge: «Vorrei che non l’avesse fatto. Anzi, sarò onesto: credo che abbia bisogno di me».

4Fripp è un tiranno anche con se stesso…

E non solo perché pratica lo strumento ogni giorno, spesso vestito di tutto punto. Per darsi una disciplina arriva persino a fare la doccia senza usare acqua calda. «Il corpo non vuole fare una doccia fredda, è un modo per dirgli: qui comando io».

5… ma ha i tempi comici di uno stand-up comedian

«Si è addolcito», dice Collins, aggiungendo che in passato Fripp gli diceva cose «decisamente pesanti» (i video del lockdown con la moglie Toyah Willcox testimoniano il cambiamento). Detto questo, Fripp si lascia ancora andare a scatti di puro fastidio e resta la faccia tosta migliore del rock. Due musicisti hanno lasciato il gruppo, dice a un certo punto nel film, «su mia iniziativa». Spiega anche che la line-up attuale gli piace perché «nessuno disprezza apertamente la mia presenza». E come si spiega i casini e gli abbandoni del passato? «Io non ho problemi», risponde puntualmente. «Sono gli altri che ce li hanno».

6I fan dei King Crimson sono più hardcore di quanto pensate

Quando il tour bus della band arriva in una venue, un fan avvicina Collins e gli chiede di autografare alcuni album in cui ha suonato – non solo quelli dei Crimson, ma anche degli Stones e di Joan Armatrading. «Potrebbero non esserci molte altre possibilità», dice il fan ad Amies.

7Nel film c’è un eroe a sorpresa

Buffo, elegante e con i capelli completamente bianchi, Bill Rieflin – che ha suonato batteria e tastiere nella band dal 2013 all’ultimo tour – si rivela un personaggio piuttosto spensierato, fa le smorfie alla camera e chiede al regista come mai continua a seguirlo. È uno dei pochi amici a cui Fripp ha concesso di suonare nel gruppo. Guardando il film, però, scopriamo che quell’umorismo nasconde una tragedia: all’epoca del tour, Rieflin stava combattendo il cancro ed è morto un anno dopo, nel 2020.

Nonostante la malattia, nel documentario spiega con calma e approfonditamente perché ha continuato a suonare. Fare musica, racconta, «può far tornare la grazia nella vita di una persona, anche solo per un momento». Poi aggiunge di aver accettato l’idea della sua morte senza amarezza: «Mi sono promesso di essere una persona migliore e fare del mio meglio». Alla fine fa una pausa e sorride: «Beccati questa!». Sarebbe bello riuscire ad accettare la nostra mortalità con la stessa dignità.

8Jakko Jakszyk non è solo il cantante e chitarrista del gruppo: è un vero fan

Non c’entra solo la somiglianza tra la sua voce e quella dei predecessori John Wetton e Greg Lake, o il fatto che è cresciuto suonando la musica dei King Crimson. Come dice nel film, a 13 anni aveva un cane. Sapete come l’ha chiamato? «Fripp».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

Altre notizie su:  king crimson