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Linea 77: «Torino è addormentata, l’hip-hop è omologato»

Nel nuovo EP ‘Server Sirena’ prodotto da Bloody Beetroots, la band unisce hardcore e rap con Salmo, Ensi, Caparezza, Samuel dei Subsonica. Non vi piace? «Non rompeteci i coglioni, vogliamo divertirci»

Linea 77. Foto stampa

«Chi è Linea 77?». È la domanda di tanti fan di Salmo che commentano il video di AK77. Nella testa di un teenager italiano del XXI secolo è concepibile solo la collaborazione tra rapper e produttori, non con una band, perlopiù sconosciuta alla stragrande maggioranza dei nati negli anni Duemila.

Nitto, il cantante dei Linea 77, racconta così la reazione del pubblico più giovane al lavoro di squadra da cui è nato Server Sirena, mini-album in uscita solo in digitale venerdì 11 ottobre che sarà presentato live all’Alcatraz di Milano il prossimo 6 novembre: sei nuovi pezzi suonati dai Linea, cantati insieme a una sfilza di rapper e note voci italiane (parte scuderia Salmo, per esempio Hell Raton e Slait, parte vecchie conoscenze come Ensi, Caparezza e Samuel dei Subsonica), prodotti da Sir Bob Cornelius Rifo, ossia Bloody Beetroots, supereroe nostrano in grado di tritare insieme EDM e hardcore-punk e far ballare tutto il mondo.

È il secondo, forse inevitabile passo di un percorso comune cominciato qualche anno fa. «Un mio amico era nel backstage di Salmo: “Oh, raga’, sono senza bassista”. “Perché non chiami Dade?”, gli ha risposto», ricorda Davide Pavanello, membro fondatore dei Linea 77, prima al basso e ora cantante, conosciuto appunto come Dade. «Tempo due giorni e siamo finiti in sala prove insieme».

Dunque, dopo essere entrato nella band di Salmo e di conseguenza nella famiglia Machete, Dade ha trascinato l’uno e gli altri nella famiglia Linea 77. «Ci conoscono, sono nostri fan, lo stesso Salmo con i suoi gruppi hardcore aveva suonato di spalla a noi: così durante un soundcheck, chiacchierando con il suo dj Slait, è nato questo progetto».

Unire la mentalità e il suono hardcore-nu metal con il rap contemporaneo è una ricetta prelibata per i Linea 77, massimi esponenti del crossover italiano e non solo degli anni ’90 e 2000, cresciuti con la vecchia scuola dell’hip-hop nostrano: Isola Posse All Stars, 99 Posse, Colle Der Fomento, Kaos One. «L’idea era quella di collaborare anche con altri producer», racconta Dade: «Poi mio fratello Paolo [Chinaski, chitarrista dei Linea 77] ha detto: “Perché non proviamo a sentire Bob? Ha un gusto affine al nostro, molto violento, hardcore”. Cazzo, sì!». La risposta dell’uomo mascherato è stata più che entusiasta ed ecco servito Server Sirena, registrato a Torino, ma cucinato via WhatsApp: «Ci siamo scambiati col telefono idee e demo. Bob non è mai nello stesso posto. Un giorno è a Hong Kong, poi Bangkok, Giappone, Cina, Sudamerica, Los Angeles… Ci siamo visti solo due volte, ma è riuscito a tirare fuori una botta incredibile. È un disco minimale, forse il più facile che abbiamo scritto a livello tecnico. “Più togliete e più suonerà”, diceva e aveva ragione».

Nel parlare delle differenze tra la scena hip-hop degli anni ’90 e quella attuale, Dade e Nitto citano Odio pieno del Colle Der Fomento e Karma di Kaos One come dischi di riferimento e dicono che «nel rap italiano c’era un messaggio chiaro, sociale. Oggi pochi hanno qualcosa da dire: ci sono tanti virtuosismi onanisti. Una bella forma, per dire poco. L’auto-celebrazione nel rap è stata sempre la regola, e ci può stare. Ma un tempo era una rivalsa: i topi della società che dovevano uscire dai ghetti. Ora l’hip-hop vive in centro e parla la lingua del centro, è omologato, fine a se stesso e vuoto. C’è differenza tra farsi riconoscere taggando il proprio nome sui treni nelle stazioni e cantare “vado in discoteca con gli amici e sboccio”, uno stile di vita che magari neanche gli appartiene».

Per i Linea 77, una band italiana con 25 anni di carriera alle spalle, che vanta un curriculum internazionale invidiabile (da un contratto discografico con l’etichetta di culto Earache a un concerto al Reading Festival nel 2001, passando per album registrati con Toby Wright, produttore tra gli altri di Metallica, Alice in Chains e Korn) il rock è vivo e vegeto, in coma o morto e sepolto? I due Linea 77 hanno visioni discordanti. Dade, attivo nel mercato discografico con l’etichetta INRI: «Io sono pessimista. La spina è stata staccata». Nitto, invece, non perde la speranza: «Christian, il nostro batterista, ha una sala prove e vede ragazzini che si ostinano a suonare punk e metal: niente rispetto ai numeri di una volta, ma sono da coltivare come semi d’oro».

La storia dei Linea 77 è iniziata nella fertilissima Torino degli anni ’90 e Nitto ricorda un concerto ben preciso come momento di svolta nella sua vita: «I Fluxus al Barrumba con tre chitarre e due bassi, un muro di suono devastante: lì ho capito cosa volevo fare da grande». Parlare di Torino, parlare dei Fluxus, significa ricordare uno dei membri storici di quella band, Marco Mathieu, colonna portante dell’underground italiano, bassista fondatore dei Negazione, giornalista, rimasto vittima di un incidente e costretto da due anni in un letto d’ospedale, in un limbo tra la vita e la morte. «Marco è stato come un padre per noi», spiega Dade. «Lui e i Negazione erano un’entità, sono stati molto importanti per tutti. Poi lo abbiamo conosciuto come giornalista: tante serate trascorse insieme tra alcol e risate. Pensiamo a lui spesso».

Ma quanto è cambiata Torino nel corso degli ultimi anni? «Si è addormentata, e non solo la scena musicale, ma tutta la città. Un tempo dicevi “ma cos’è questo pezzo d’Europa?”. C’è stata una moria di locali e dopo la tragedia di piazza San Carlo c’è stata un’ulteriore stretta. Ormai è impossibile organizzare concerti». Di chi è la colpa? Nitto non ha dubbi: «La colpa è della politica. La voglia di rischiare è zero. Le situazioni limite ci sono sempre state, dagli anni ’60 in poi, ma c’era sempre qualcuno disposto a mettere una firma e assumersi la propria responsabilità. Ora ci sono tanti che non sono più disposti a farlo».

L’amministrazione torinese è in mano alla sindaca Chiara Appendino. Nel 2010, i Linea 77 hanno suonato alla cosiddetta Woodstock 5 Stelle a Cesena, festival organizzato dal Movimento di Beppe Grillo. Pentiti? Nitto: «In quel momento era una forza che aveva un’energia fresca, diceva cose più di sinistra della sinistra di quel periodo. Poi è successo il disastro, ma non rinnego nulla, ai tempi ci poteva stare tranquillamente».

La politica resta comunque fuori dai nuovi pezzi dei Linea 77, anche se il titolo dell’EP ha un risvolto politico. «Non avevamo un titolo perché il disco è un concept, ma a livello di suoni e mood, non di testi. Poi è arrivata l’Universal: “Oh, raga’, ci serve un titolo!”. E allora ecco l’idea di Server Sirena, che speriamo accenda una lampadina in chi lo legge. I Server Sirena sono le piattaforme digitali che stanno schiavizzando l’uomo, senza che lui se ne renda conto: i social network come Facebook fanno miliardi grazie a noi che forniamo contenuti e regaliamo dati, lavorando gratis per loro».

I Linea 77, invece, lavorano e suonano soprattutto per se stessi e per i propri fan. Quelli che ai tempi del featuring dei featuring, Sogni risplendono con Tiziano Ferro, la madre di tutte le collaborazioni, «ci volevano bruciare come Giovanna D’Arco. Ma l’avevamo fatto apposta e in fin dei conti quelli con i coglioni non siamo stati noi, ma Tiziano! I suoi fan lo hanno preso benissimo, per i nostri è stato un vendersi alla commerciabilità. Non era neanche un pezzo reggaeton su figa e mare: abbiamo portato l’ospite nel nostro mondo, non ci siamo piegati, e a livello di testo è riflessivo, personale, non era certo da classifica. E infatti in classifica non ci è mai andato».

Questa volta i Linea hanno portato nel loro mondo i rapper di Machete e un altro manipolo di amici e colleghi distanti dal crossover, nu metal o rock in senso lato. «Se avessimo chiamato Pierpaolo del Teatro degli Orrori, Divi dei Ministri o Manuel degli Afterhours sarebbe stato scontato. Sicuramente sarebbero venute fuori cose belle e interessanti, ma non è quello che cerchiamo. Ci piace rischiare, vogliamo metterci in gioco».   

Mettersi in gioco, concetto ignoto al mondo della fabbrica di featuring mainstream: «Non vediamo più come come i Linea 77 con Tiziano Ferro. Se ci fosse più coraggio, anche se solo gli artisti avessero i coglioni di dire chi gli ha scritto il testo! L’80% delle canzoni che si sentono in radio non sono scritte da chi le canta». E qui scatta la riflessione sul rapporto tra nuovo pop, spesso erroneamente etichettato indie, e il vecchio pop italiano: «I Fast Animals and Slow Kids sono un esempio di band che ha cose da dire con un linguaggio proprio, e infatti la Pausini non gli va a chiedere i pezzi. Ma tutti chiedono testi a Tommaso Paradiso o Calcutta perché hanno un linguaggio più giovanile. Considerato che il pop degli anni ’80, ’90 e 2000 si è esaurito tutti stanno cercando nuove forme, una musica che però inevitabilmente si appiattisce su Calcutta, Thegiornalisti e poca altra roba».

Nitto e Dade sono ben consapevoli che questo EP, nonostante la collaborazione con Salmo e le giovani leve della musica italiana, cambierà poco o niente la loro storia, non allargherà il loro pubblico: «Tanti ragazzi che ci seguono da anni ci scrivono cose super belle, c’è gente che si è tatuata il nostro nome. Se riuscissimo a fare lo stesso adesso, anche con solo cinque persone di questa nuova generazione, sarebbe un grande successo. Ma i vecchi fan ci chiedono: “Continuate a essere quelli di prima”. Proprio adesso? Ora siamo davvero liberi: vogliamo divertirci, non rompeteci i coglioni!». Ecco chi sono i Linea 77.

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