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L’industria musicale proclama un ‘blackout’, ma nessuno sembra capire cosa significhi davvero

La chiamata alle armi del settore musicale, che ferma le proprie attività, ha raccolto sostegno ma anche scetticismo da parte di etichette più piccole e alcuni artisti: «Bisognerebbe protestare in modo anonimo, non come sforzo promozionale, non con il logo sullo sfondo. Scendete in strada»

Foto di Scott Olson/Getty Images

Mentre i manifestanti e le industrie reagiscono all’uccisione di George Floyd e di altre vittime della brutalità della polizia, gli artisti, i dirigenti e le aziende di tutto il mondo della musica parteciperanno oggi a una giornata di protesta silenziosa – anche se la mancanza di messaggi chiari da parte delle principali etichette rende il suo significato aperto a più interpretazioni.

Gli organizzatori del ‘Blackout Tuesday’ hanno chiesto all’industria di “mettere in pausa gli affari” e di dedicare invece del tempo a riflettere su come sostenere la comunità nera. Durante il fine settimana, le tre major musicali Warner Music Group, Sony Music e Universal Music Group si sono impegnate a sostenere il progetto, anche se altri operatori del settore hanno espresso confusione sull’intento del messaggio.

«I dirigenti, gli artisti, i manager, il personale e i colleghi sono traumatizzati, feriti, spaventati e arrabbiati», ha scritto Jamila Thomas, Senior Director of Marketing della Atlantic Records, in una dichiarazione ai colleghi dell’industria musicale, lanciando l’hashtag chiamato #TheShowMustBePaused.

Jamila, insieme all’ex dipendente della Atlantic Records Brianna Agyemang, ha fatto una formale chiamata all’azione, chiedendo a chi lavora nel campo della musica e dello spettacolo di “fermarsi” martedì perché “lo spettacolo non può andare avanti così, quando la nostra gente viene cacciata e uccisa”.

«#Theshowmustmustbepaused è un’iniziativa creata da due donne nere che lavorano nella musica, per contrastare l’antico razzismo e la disuguaglianza», ha scritto il duo. «La nostra missione è quella di rendere più responsabile l’industria, comprese le grandi aziende e i partner che beneficiano degli sforzi, delle lotte e dei successi delle persone afroamericane. A tal fine, è obbligo di queste entità proteggere e responsabilizzare le comunità nere in modi misurabili e trasparenti. Non voglio fare chiamate su Zoom per parlare degli artisti neri che vi fanno guadagnare tanti soldi, se non ci si occupa di quello che sta succedendo alla gente di colore in questo momento», ha scritto la Thomas. «Questo è l’unico “piano di lancio” di cui voglio parlare».

La Columbia Records è stata una delle prime etichette a rilasciare pubblicamente una dichiarazione indipendente dall’iniziativa di Thomas e Agyemang. «Ci schieriamo insieme alla comunità nera contro ogni forma di razzismo e violenza», ha scritto l’etichetta. «Ora più che mai dobbiamo alzare la voce per parlare e sfidare le ingiustizie che ci circondano».



Ben presto è arrivata una raffica di post sui social media da parte di etichette e altri industrie e servizi del settore. Alcune consigliano azioni specifiche. Come Interscope, che ha annunciato che la società avrebbe “contribuito” alle organizzazioni che si concentrano sul salvataggio dei manifestanti “esercitando il loro diritto di riunirsi pacificamente” e aiutando gli avvocati nella lotta per i cambiamenti giudiziari, e che avrebbe aiutato le organizzazioni non profit che lavorano per “l’empowerment economico nella comunità nera”. (Un rappresentante di Universal Music Group, la società madre di Interscope, non ha risposto a una richiesta di commento o di chiarimento su quanto l’etichetta avrebbe contribuito). Interscope, che ha promesso di non pubblicare alcuna nuova musica durante la settimana del 1° giugno, ha anche suggerito ai suoi seguaci di scrivere “FLOYD” al 55156 per dare voce alle opinioni contro la violenza della polizia e/o donare al Minnesota Freedom Fund.

Capitol Records ha detto che farà una donazione a Color of Change, che vuole “porre fine alle pratiche che trattengono ingiustamente i neri, e promuovere soluzioni che per andare avanti tutti insieme”. Sia la Atlantic che la Warner Records hanno incoraggiato i propri follower sui social a inviare SMS per raccogliere fondi e aggiungere i loro nomi alle petizioni “Justice for George Floyd” su change.org.

Epic, Columbia e Republic non hanno fornito pubblicamente alcun tipo di istruzioni o inviti all’azione. La Columbia ha insistito sul fatto che quel martedì non era “un giorno di riposo” e che era, invece, un giorno per “riflettere e trovare modi per andare avanti in solidarietà” – facendo eco alle parole di Rob Stringer, CEO della casa madre Sony.

«Molti di voi mi hanno telefonato o mi hanno mandato un’e-mail per discutere di ciò che possiamo dire o fare come azienda. Ovviamente risponderemo, ma le azioni sono più forti delle parole», ha scritto Stringer in un promemoria ai dipendenti. «Nel corso di questa settimana estenderemo una politica di donazione aziendale alle organizzazioni e alle cause pertinenti. Come azienda, osserveremo il Blackout martedì. Tuttavia, stiamo ancora determinando i modi migliori per affrontarlo. Non dovrebbe essere solo un giorno di riposo, perché deve essere più significativo di così».

«Tutti possono prendersi un giorno di pausa dal lavoro», ha scritto Steve Cooper, CEO della Warner Music. «Utilizzate questo tempo per concentrarvi sull’aiutare voi stessi e gli altri – sia che si tratti di gestire i vostri sentimenti, di sostenere i vostri amici e colleghi, sia che si tratti di agire».

«Sosteniamo fortemente le iniziative di protesta come il Blackout Tuesday e altre preziose e sentite proteste non violente”, ha detto il CEO di Universal Music Lucian Grainge in una nota. «Ma, come sappiamo, la protesta è solo un inizio, non una soluzione. Un cambiamento reale e costruttivo – un cambiamento duraturo – richiede un’attenzione costante e un impegno incrollabile nel tempo».

Joe Steinhardt, proprietario della Don Giovanni Records e docente alla Drexel University, ha dichiarato a Rolling Stone che ritiene che il movimento sia un “modo ignorante e fuorviante” di protestare, aggiungendo che quello che le etichette dovrebbero fare è sostenere gli sforzi e le iniziative già esistenti e che erano state attive come “Black Lives Matter”.

«Tutti nei loro fottuti uffici dovrebbero protestare in modo anonimo, non come sforzo promozionale, non con il logo Sony sullo sfondo; scendete in strada», dice Steinhardt. «Io sono in strada; la maggior parte dei miei artisti è in strada. Chiunque possa farlo dovrebbe unirsi al movimento in modo anonimo. C’è un movimento enorme in corso nel paese in questo momento. Perché stanno dando vita a un movimento con il loro marchio? Doneranno soldi, ma da dove vengono? Dai loro artisti. Che cazzo è un blackout culturale? La cultura è ciò che Donald Trump va a censurare. Perché ci autocensuriamo?»

«La maggior parte delle etichette ha tratto profitto sulle spalle dei musicisti neri fin dall’inizio, e prendere iniziative in tal senso è qualcosa che dovrebbero fare sempre, non solo quando c’è pressione su di loro».

Contro l’iniziativa anche Bon Iver, uno dei pochi musicisti a schierarsi contro il movimento: «La chiusura dell’industria musicale mi sembra un’iniziativa piuttosto fuori luogo».