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L’industria musicale ha un problema di depressione e non possiamo più ignorarlo

«Negli ultimi anni è aumentato il numero di suicidi tra i membri delle nostre crew, cosa che si sarebbe potuta evitare con il giusto supporto», ha spiegato John Legend sul suo profilo Instagram. Ecco cosa si può fare

Chris Cornell

Chi segue John Legend su Instagram è abituato alla raffica di post allegri, chiassosi e ironici che pubblica quotidianamente. Qualche giorno fa, però, in un videomessaggio dai toni virati sul seppia, annunciava – serio e malinconico – la nascita di una nuova organizzazione dedicata alla salute fisica e mentale dei lavoratori della musica. «Negli ultimi anni abbiamo visto aumentare il numero di suicidi tra i membri delle nostre crew, si sarebbe potuto evitare con il giusto supporto», spiegava. Tour Support, l’organizzazione in questione, nasce proprio con questo scopo: sostenere psicologicamente chi opera in un settore talmente atipico che spesso non è in grado di chiedere o ottenere aiuto in maniera tradizionale. Sfruttando un sistema di videochiamate e assistenza in remoto, mette a disposizione una serie di terapisti disponibili ovunque nel mondo e a qualunque ora, in maniera gratuita. Il progetto è in parte sponsorizzato da Live Nation, colosso mondiale dell’organizzazione di concerti e spettacoli.

Tour Support non è il primo progetto del genere: in America e in Inghilterra esistono da anni associazioni e reti di supporto che si concentrano proprio sull’ambito musicale, pensando alle difficoltà specifiche di chi opera nel settore. Per quanto possa sembrare un lavoro da sogno, infatti, mantenere il proprio equilibrio negli ambienti creativi in generale e nella musica in particolare, risulta particolarmente complicato. Gli orari sono completamente sballati, e la deprivazione del sonno è quasi cronica; si resta fuori casa anche per diversi mesi all’anno, lontani dalla famiglia e dagli affetti; i controlli medici sono quasi assenti; la tipologia di contratto (quando c’è, perché nella maggior parte dei casi si tratta di freelance) non prevede aspettativa o malattia; si è costantemente a contatto con ogni fonte di dipendenza possibile e immaginabile, dall’alcol alle droghe pesanti. Quel che è peggio, spesso si tende a mascherare tutte queste problematiche dietro a una facciata di spensieratezza e divertimento. Secondo una ricerca dell’Università di Westminster, il 71% dei lavoratori della musica ha sperimentato depressione e prolungati stati di ansia e il 68,5% dichiara di avere avuto almeno un attacco di panico nella vita. Le percentuali aumentano ulteriormente quando si parla di “semplice” stress, tanto che la sindrome da burnout, una tipologia di esaurimento nervoso dovuto in gran parte al lavoro, è estremamente diffusa. Insomma, la situazione è ben più seria di quanto si possa immaginare guardandola dall’esterno.

All’estero i primi a organizzarsi e a fare rete sono stati gli addetti ai lavori alcolisti e/o tossicodipendenti, che si trovano in una situazione particolarmente delicata, perché è quasi impossibile stare fisicamente lontani da droghe e alcol nel backstage di un concerto. Non è raro che le produzioni più grandi (tour faraonici che spostano decine di persone alla volta, come quelli di Beyoncé, Lady Gaga o Madonna) abbiano al loro interno dei gruppi di Alcolisti Anonimi che, facendo fatica a partecipare alle riunioni tradizionali quando sono in giro per il mondo, si riuniscono tra di loro autonomamente. Ma ci sono anche organizzazioni come Send Me a Friend, che ha elaborato una strategia pensata apposta per il settore: in sostanza, manda un “amico sobrio” – di solito un musicista pulito da anni – a tenere compagnia alla persona in recupero durante tutti i momenti morti o gli afterparty, per aiutarlo a non scivolare di nuovo. Nel backstage dei Grammy Awards esiste addirittura una cosiddetta Safe Harbor Room, ovvero una “stanza della sobrietà” in cui chi sta cercando di combattere una dipendenza può ritirarsi al riparo da qualsiasi tentazione, in attesa delle premiazioni. È un’iniziativa di MusiCares, altra associazione americana legata ai Grammy che sostiene musicisti e lavoratori della musica in condizioni di difficoltà, pagando loro la psicoterapia o aiutandoli nella disintossicazione.

E in Europa? La strada è ancora lunga, ma stiamo arrivando a una consapevolezza del problema, grazie ad associazioni come Music Support UK, che è presente in molti festival con i suoi banchetti informativi e fornisce supporto e linee guida per preservare la propria salute mentale senza per questo dover cambiare lavoro. Ed è proprio grazie a uno di questi banchetti informativi che Flavia Guarino ha avuto l’idea di creare un progetto simile anche in Italia. Flavia è giovane, ma si occupa di booking già da molti anni ed è spesso in tour con varie band. «Era un periodo della mia vita in cui ero sull’orlo del burnout, a causa dei ritmi serratissimi e di una situazione in cui non avevo molto sostegno», racconta. «Un giorno ero per lavoro al Great Escape di Brighton, mi sono imbattuta nei ragazzi di Music Support UK e mi sono chiesta: perché da noi non c’è niente del genere? È fondamentale parlare di salute mentale nel nostro settore». Insieme ad Azzurra Funari, una ex collega, e Michela Galluccio, laureata in Neuroscienze Cognitive e Psicologia Sperimentale, ha fondato Restart, il primo hub italiano dedicato all’argomento.

«Qui il settore musicale prevede lavori molto liquidi: quasi nessuno di noi ha un posto fisso, e quasi tutti noi facciamo due o tre lavori insieme per riuscire ad avere qualche certezza», spiega. «È il contesto ideale per sviluppare la cosiddetta sindrome dell’impostore, ad esempio: la sensazione di non meritare mai ciò che abbiamo, e che presto qualcuno scoprirà che non siamo davvero in grado di fare ciò per cui siamo stati assunti. Che porta ad ansia, stress, difficoltà nel prendere decisioni, attacchi di panico». Flavia ha sperimentato in prima persona queste sensazioni e ha tratto grande beneficio dalla psicoterapia: con Restart vorrebbe convincere quanti più colleghi possibile a non considerarla come un tabù. «C’è un grande stigma sulla questione: chi ammette di avere un problema e cerca di curarsi spesso viene guardato in modo diverso, tanto che molti lo tengono nascosto per evitare incomprensioni. Per fortuna tra i giovani sta diventando un argomento sempre più sdoganato».

Per quanto riguarda la lotta alle dipendenze, in Italia non esiste ancora un percorso specifico per chi lavora nel music business, né servizi dedicati. C’è però la rete di Alcolisti Anonimi, che è diffusa sul territorio e funziona molto bene: ogni giorno si tengono riunioni in tutte le città principali, per trovare la più vicina, basta consultare l’apposito sito. Ancora più inclusiva è l’associazione Narcotici Anonimi, che combatte contro le dipendenze da ogni tipo di sostanza, alcol compreso: oltre agli incontri sul territorio, fornisce anche un servizio di riunioni online accessibili in remoto tramite il sistema di videoconferenza Zoom e ha un’infoline dedicata a chiunque avesse bisogno di più informazioni o sostegno. Nella speranza che si instauri sempre di più, anche nell’ambito musicale, un clima di apertura, tolleranza ed empatia che favorisca il benessere di tutti, in modo che ci sia sempre meno bisogno di questo tipo di strumenti.

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