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L’industria musicale continua a inquinare, ma crescono le iniziative sostenibili

Negli ultimi anni, l'attivismo di Millennials e Gen Z ha contribuito a sviluppare una serie di iniziative volte ad aumentare l'attenzione sulle questioni climatiche e affrontare l'impatto ambientale degli eventi e dei prodotti musicali

Una veduta aerea dei rifiuti lasciati abbandonati dopo la conclusione del Reading Music Festival, 30 agosto 2021

Un’economia dei tour globali con un’impronta di carbonio molto alta. La produzione e il trasporto del prodotto fisico con utilizzo, e successiva dispersione di plastica. E poi la distribuzione digitale del prodotto musicale con molta necessità di energia. È già noto che l’industria della musica deve fare i conti con tutti questi fattori che danneggiano l’ecosistema. E nonostante molti artisti siano tornati (finalmente) in tour per la prima volta dopo due anni di assenza dalle scene, con effetti positivi sul turismo e l’economia locale, il settore è ancora al centro del dibattito perché considerato molto inquinante e impattante sull’ambiente. Ma c’è dell’ottimismo: perché se la musica può educare, può avere anche il potere di apportare cambiamenti positivi nella società.

Il grande attivismo che c’è stato negli ultimi anni da parte del pubblico giovane attento a queste tematiche è servito a creare una maggiore consapevolezza e, parallelamente, a sviluppare una serie di iniziative volte ad aumentare l’attenzione sulle questioni climatiche e affrontare l’impatto ambientale degli eventi e dei prodotti musicali.

L’Associazione dei Produttori Musicali Indipendenti PMI, con la collaborazione di IMPALA e Rockol, ha realizzato il Manifesto della Musica Sostenibile: un programma di dieci obiettivi che sono una sorta di check up per gli operatori dell’industria musicale e gli artisti associati a PMI per vedere il loro stato di salute dal punto di vista della sostenibilità. «C’è il nostro impegno nel portare all’attenzione delle imprese questo tema, con delle iniziative come webinar e carbon calculator, per sollecitare anche le istituzioni a dare un aiuto all’industria discografica a intraprendere iniziative che riducano l’impatto ambientale dell’intera filiera e che utilizzino la musica come veicolo per sostenere politiche e comportamenti ambientali più corretti», spiega a Rolling Stone Francesca Trainini, chair di Impala e vicepresidente di PMI, scommettendo che gli artisti e le imprese che dimostreranno un’attenzione verso la sostenibilità saranno premiati.

Anche le tre principali etichette discografiche del mondo – Sony Music Entertainment, Universal Music Group e Warner Music Group – oltre a quelle indipendenti come Beggars e Secretly, Warp, Ninja Tune e altre, hanno firmato il Music Climate Pact per l’attuazione di obiettivi climatici. L’obiettivo è ridurre le emissioni di gas serra a zero entro il 2050 e ottenere una riduzione del 50% entro il 2030. Le società si sono anche impegnate a collaborare alla misurazione delle emissioni di carbonio nell’industria musicale, ad aiutare i loro artisti a parlare dei problemi climatici e a comunicare con i fan sull’impatto dell’industria musicale sull’ambiente.

E non è tutto perché sono già molte le iniziative nell’industria musicale in questa direzione. C’è Music Declares Emergency, che promuove la richiesta di un’azione urgente sul clima attraverso la campagna No music on a dead planet, sfruttando l’influenza e la portata di artisti e fan per portare questa conversazione completamente nel mainstream e incoraggiando una risposta globale a livello globale problema. E ci sono anche gli eco-guerrieri di Bye Bye Plastic che vogliono spazzare via la plastica monouso nell’industria musicale e hanno ispirato migliaia di DJ e promotori di eventi a sostenere l’iniziativa sin dal suo lancio nel 2018, attraverso il movimento #PlasticFreeParty e Eco Riders.

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