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Linda Perry: la mia vita in 15 canzoni

Christina Aguilera intimidita, Courtney Love strafatta, Rivers Cuomo incasinato. Una delle grandi autrici pop degli ultimi anni racconta i pezzi che le hanno cambiato la carriera, a partire da 'What's Up' dei 4 Non Blondes

Nessuno è più sorpreso di Linda Perry quando una delle hit pop che ha scritto, che sia Get the Party Started di Pink o Beautiful di Christina Aguilera, passa in radio o viene sparata dalle casse in un club. «Non sono pop», dice, «non so nemmeno come sono finita qui, perché la mia essenza è dark rock’n’roll. Amo i Velvet Underground, amo i Led Zeppelin. Sono quella roba lì. È divertente che sia entrata nel mondo del pop, perché non è il mio mondo. Ma forse è proprio questo che mi rende interessante».

Quella di musicista pop è solo una delle tante carriere di Perry. Da quando è diventata famosa come membro dei 4 Non Blondes alla fine degli anni ’80, Perry non solo è sopravvissuta allo status di one hit wonder negli anni ’90 con What’s Up, ma si è rifatta come cantautrice e produttrice di prima fascia, lavorando con artisti diversi che vanno da Miley Cyrus ai Weezer.

Le abbiamo chiesto di prendersi una pausa per guardarsi indietro e fare una lista delle 15 canzoni e produzioni che hanno dato una svolta alla sua carriera e alla sua vita.

“What’s Up” 4 Non Blondes (1992)

«Mi sono trasferita a San Francisco e scrivevo canzoni da sola. Poi questa band chiamata 4 Non Blondes mi ha chiesto se volevo suonare con loro. Non si chiamavano ancora 4 Non Blondes all’epoca. Ho iniziato a vivere con Christa [Hillhouse], la bassista, e un giorno lei era nella sua stanza che faceva sesso con la sua ragazza e io avevo appena preso un cagnolino. Erano gli anni di Reagan e la politica mi sembrava una cosa folle. Sentivo tutti questi mugolii dall’altra stanza e c’era il mio cane che saltava su e giù e abbaiava, spargendo pulci dappertutto. E stavo in questa band che non mi era mai piaciuta veramente.

Con tutte quelle emozioni in testa ho preso la chitarra e ho scritto questa canzone. Mi è venuta fuori già finita. Ho sentito i passi di Christa e lei mi ha detto, “Cos’è?”. E io: “è una canzone che sto scrivendo”. E lei: “è fantastica”. Avevo scritto un sacco di canzoni prima di quella, ma quella è stata probabilmente la mia prima vera canzone. C’era tutto.

Ho avuto un problema quando abbiamo iniziato a registrarla in studio perché sentivo di aver scritto una canzone perfetta, anche con tutti i suoi difetti e le sue ripetizioni. Poi siamo arrivati al momento della registrazione e il produttore continuava a cercare di correggere queste imperfezioni. Ho suonato la sua versione per la band e loro mi hanno detto: “Cosa c’è che non va?”. “Come cosa c’è che non va? C’è la batteria da marcetta, c’è l’assolo, mi ha fatto cambiare tutto il testo”. “Linda, a noi sembra ottima”. Allora ho chiesto dei soldi per fare un’altra registrazione. Avevamo una bobina. Se ascolti il disco sembra una cosa fatta da un dilettante. Non è per niente perfetto. Lo sento oggi e rido. Ma era quella sensazione, quell’emozione di cui la canzone aveva bisogno.

Non voglio sembrare una stronza, ma sapevo che il pezzo sarebbe stato una bomba. In un incontro con l’etichetta, avevo buttato lì l’idea di lasciare What’s Up fuori dal disco. “Siamo nuove”, avevo detto, “l’album verrà sommerso da questa canzone e non avremo alcuna possibilità di fare altro”. Mi avevano guardato come si guarda una pazza. “Perché dovremmo farlo?”. “Per darci una possibilità. Siamo nuove. Dobbiamo costruirci una carriera”. Sapevo che non saremmo sopravvissute se il disco fosse uscito con dentro What’s Up. “Questa canzone è un classico”, ho detto. “Andrà bene anche l’anno prossimo nel prossimo disco. Qualsiasi disco in cui la mettiamo andrà bene”.

Non hanno spinto un’altra canzone dopo quella e non hanno investito soldi dopo il nostro primo disco. Ma quella canzone è stata un sasso lanciato in un lago, ha creato un’increspatura e ha trasformato la mia vita in un’onda».

“Fill Me Up” (1996)

«Abbiamo registrato un secondo disco delle 4 Non Blondes, ma io lo odiavo. Continuavo a scrivere canzoni e la band le rifiutava e la cosa mi intristiva. Ricordo che il produttore Dave Jerden era venuto da me in studio e mi aveva detto, “Hai davvero talento. Hai istinto. Non lasciare che ciò che ti dicono ti tocchi, perché è quello che succede a quelli come te. Sei molto sensibile”.

Avremmo fatto un secondo disco di successo, non c’è dubbio. Ma io non potevo farlo perché non sono una bugiarda. Posso solo essere sincera al 100% in ogni cosa che faccio, perché la più piccola menzogna mi fa sentire marcia dentro. Odiavo andare in tour. Odiavo le persone che mi dicevano cosa fare. Odiavo fare le foto. Mi sembrava tutto marcio. Sono andata dall’etichetta e ho detto: “Voglio scendere. Voglio fermarmi. Non posso fare tutto questo e sono molto infelice. Io voglio fare Dark Side of the Moon. Voglio che la gente mi ascolti da seduta. Non voglio che mi ascoltino i ragazzini ubriachi. Voglio altro”. Mi hanno guardato come se fossi pazza. Hanno mollato la band e hanno tenuto me.

Fill Me Up parla di un’ubriaca che si è persa. È così che mi sentivo. Mi sentivo davvero persa. Il fatto di aver deluso queste persone che si affidavano a me mi ha gettata nello sconforto. Per me, In Flight è un concept album e Fill Me Up è l’ultima canzone che ho scritto per l’album. L’etichetta quest’album non l’ha spinto. Volevano trasformami in Sheryl Crow. Ma io non ero Sheryl Crow, anche se loro ci speravano. Per cui c’è molta delusione intorno a quel disco».

“Get the Party Started” Pink (2001)

«A dire il vero questo era una specie di scherzo. Quando mi sono trasferita a Los Angeles, ho chiamato un amico e gli ho chiesto: “ehi ma cos’è questo suono che passa sempre in radio adesso? Che è sempre su MTV? Che moda è?”. Per me era semplicemente ridicolo, faceva schifo.

E lui mi ha detto, “Oh, è quello che usano tutti”. Quindi ho preso ProTools e ho impostato tutto. Get the Party Started è un pezzo che parla di me che cerco di capire come funzionano queste cose. Ho preso quel ritmo, l’ho messo giù, ho trovato tutti questi strani accordi e questi strani suoni e ce li ho montati sopra. Poi sono tornata alla chitarra. Mi stavo solo divertendo. Ho preso il microfono e ho detto “Adesso dirò ogni cliché che mi viene in mente” e ho buttato giù il testo. Poi ho chiamato il mio manager e gli ho detto: “ho appena scritto una hit”. È stato facilissimo.

Ho mandato il brano a Madonna, ma l’ha rifiutato. Una settimana dopo mi ha chiamato Pink, lasciandomi un messaggio folle che diceva che se non l’avessi richiamata mi sarebbe venuta a cercare. Ho visto che faccia aveva e le ho risposto, “Penso che tu abbia chiamato la Linda Perry sbagliata”. “Questa è la Linda Perry dei 4 Non Blondes?”. “Sì”. “Allora è la persona giusta”. Avevo appena scritto Get the Party Started e le ho detto: “Guarda, ho una cosa che ho scritto settimana scorsa” e le ho mandato il brano.

Pink è fantastica. È impertinente. Un giorno eravamo sedute e ho detto “Questo disco sarà enorme”. Lei si è messa a ridere. Ma io continuavo: “Sarà un disco rivoluzionario e cambierà la tua carriera”. Lei non mi credeva. Ma alla fine ha funzionato. Quella canzone mi ha fatto finire al centro dell’attenzione. Tutte le boy band mi chiamavano. Ma io non ero interessata. Sono un’artista, non una fabbrica di hit. Non ho mai l’intenzione di scrivere una hit. Non capisco nemmeno come si fa. Cerco solo di rimanere il più vera possibile, e se succede succede. Il mio obiettivo principale è sempre scrivere una bella canzone. Questo è ciò che faccio. Non scrivo canzoni brutte. Alcune poi diventano hit, altre no.

Ma quella canzone mi ha fatto capire quanto fosse bello aiutare altri artisti a raggiungere i loro obiettivi e le loro visioni. Non ci sono solo io e le mie emozioni. Cercavo di mettermi nei panni di Pink. Era una fuga da me stessa».

“Beautiful” Christina Aguilera (2002)

«Ho iniziato a scrivere questa canzone mentre lavoravo con Pink, ma non riuscivo a finirla. Per qualche ragione continuavo a rimandare. C’era qualcosa nel testo che mi dava problemi, perché non esprimeva quel che provavo. Quando sono venute fuori le parole “I am beautiful”, ero sconvolta perché non mi sentivo davvero così. Stavo ancora negando la possibilità di pronunciare un messaggio così positivo. È per questo che ho cambiato il secondo in “You are beautiful” e il terzo in “We are beautiful”. Non potevo sopportare di continuare a dire “I am beautiful”.

Pink non ha mai registrato questo pezzo. Magari l’ha sentito mentre lo stavo scrivendo. Mi sembra di ricordare che me l’avesse chiesto e di averle risposto che non era la canzone giusta per lei. Non sono sicura. So che non era finita. Dopo che l’ho finita, Christina si è presentata. “Non voglio management e addetti ai lavori nel mio studio” le ho detto. Lei era molto vulnerabile e mi ha chiesto di suonare qualcosa per rompere il ghiaccio. Io ho deciso di suonare Beautiful, perché quella era la canzone su cui avevo lavorato in quel periodo. La sentivo avvicinarsi sempre di più al pianoforte. Quando ho finito, ha detto: “Puoi scrivermi il testo e darmi un demo? La voglio per il mio album”.

Ho deciso di lasciargliela cantare, quindi c’è lei lì nel mio studio con il testo in mano che dice a questa amica che si è portata dietro, con la sua vocina sussurrata, “non mi guardare”. Sapevo che era la persona giusta per quella canzone. “È una di quelle belle persone che hanno tutto, ma che sono lo stesso insicure. Ok, il pezzo è suo”.

Voleva registrarlo una seconda volta e io ho detto: “No, deve rimanere semplice”. Lei sembrava volesse solo un’altra possibilità perché pensava di poterlo cantare meglio. Io gliel’ho lasciato suonare per 30 secondi e poi ho spento. “Cosa?”, mi ha detto. E io: “non sta funzionando, stai rovinando la canzone. La prima registrazione è perfetta perché è imperfetta. Devi capire che i difetti sono pregi. Questa è una canzone bellissima perché nessuno ti ha mai sentita così”. E alla fine si è dimostrato vero. Ha guadagnato un sacco di fan con quella canzone».

“What You Waiting For?” Gwen Stefani (2004)

«Grazie al mio lavoro con Christina ho cominciato a farmi una reputazione e si è sparsa la voce che lavorare con me era terapeutico. Non è che vieni a lavorare con me e io ti tiro fuori una canzone. La canzone nasce dopo che ci conosciamo. Devo capire chi sei e cosa fai. Mi sembra che alla gente questa cosa piaccia davvero, specialmente alle ragazze. Molte di queste donne, come Gwen, non avevano mai lavorato con una produttrice donna prima.

Jimmy Iovine voleva che Gwen facesse un disco solista e pensava che tutto ciò che toccavo si trasformasse in oro. Dal mio punto di vista, Gwen era molto riluttante, non era ancora pronta per diventare Gwen Stefani. Quando si è presentata, si vedeva che non sapeva se voleva essere lì. Era letteralmente una bambina con un piede dentro e uno fuori dalla cosa. Provavo angoscia per lei. Abbiamo parlato per un po’ e poi ho detto, “perché non te ne vai? Torna domani e vediamo come ti senti, non ti preoccupare”. Se n’è andata e io sono rimasta sveglia tutta la notte. Volevo che si presentasse il giorno seguente e trovasse l’ispirazione.

Gwen è la persona più simpatica e divertente che conosco. Stupenda, piena di talento e di idee. Non può scrivere una canzone e basta, lei deve avere la visione completa: il video, il look, la storia di fondo. Deve esserci tutto. Per What You Waiting For? avevo in testa il ritornello, ma non le strofe. Lei è arrivata il giorno dopo e le ho detto, “Mi è venuto in mente questo”. Ho suonato e lei si è infiammata.

A turno abbiamo buttato giù idee per le strofe. Lei voleva fare qualcosa con tanti personaggi, quindi io ho montato sei microfoni e ci ho messo delle etichette, e a ogni frase delle strofe le dicevo a che microfono andare. Diversi microfoni danno suoni diversi e ti fanno diventare un personaggio diverso. Abbiamo fatto l’intera canzone in quel modo. È stato divertente. Più tardi è arrivato Jimmy Iovine e ha detto, “Beh, pare che abbiamo il nostro primo singolo”».

“Voice Inside My Head” Dixie Chicks (2006)

«In quel periodo volevo prendermi Nashville. Non so perché, ma sono fissata con Nashville. Però era troppo presto. Lo sapevo e rispettavo quella scena, ma loro non erano pronti per i cambiamenti che volevo portare.

È stato Rick Rubin a incoraggiare la nascita di questo brano. Anche lui è una persona fantastica, capace di ispirarti, di supportarti, molto rispettoso. Era lui che ha voluto che lavorassi con le Dixie Chicks. A prima vista possono sembrare delle dolci ragazze di campagna, ma non lo sono. Sono toste, con tanta voglia di andare contro il sistema. È per quello che mi sono piaciute. Amo soprattutto Natalie [Maines]. C’è un’artista molto sottovalutata dentro di lei, e mi piacerebbe conoscerla meglio.

Ci siamo messe lì a lavorare e a me è venuto in mente il ritornello. A Rick è piaciuto e ha chiesto a Dan Wilson di raggiungerci e mettere a posto il testo. E fine. Volete che sia del tutto sincera? Abbiamo lavorato anche su un paio di altri brani che secondo me erano anche meglio di questo. Di questo non mi piaceva molto la produzione. Non mi sembrava che Rick avesse catturato bene il mood. Penso che si potesse tirare fuori una canzone migliore».

“Superwoman” Alicia Keys (2007)

«Alicia è una persona molto forte, abbiamo legato subito. Semplicemente io iniziavo a cantare, lei mi faceva suonare il pieno e assorbiva tutto. Registravo tutto quello che succedeva, quindi bastava che dicesse “aspetta fammelo risentire”. E poi scriveva il testo.

Superwoman è nata dal quell’esperienza e la riassume bene. Alicia aveva un ritornello, ma niente strofe. E aveva il titolo. Probabilmente voleva parlare di essere donna e sentirsi una supereroina. La canzone però riconosceva anche le vulnerabilità, perché averne non significa non essere potente. La maggior parte delle parole nelle strofe sono nate quando io dicevo cose a caso e lei le scriveva. Ma il ritornello era ottimo e il testo lei lo avrebbe scritto lo stesso, con me o senza di me. Ma la sua generosità, il fatto di invitarmi a prendere parte a quel processo creativo, è stato fantastico.

Ho imparato una cosa da quell’esperienza. Lei ha questa ingegnere del suono incredibile, Ann Mincieli. Ann registrava le voci di Alicia e questa cosa mi rendeva gelosa. Volevo essere l’unica a registrarla, l’unica donna a fare quel mestiere. E lei mi diceva, “ma perché sei gelosa?”. Questa cosa mi ha resa molto consapevole. Da quel giorno ho cambiato atteggiamento e iniziato a sostenere tutte le donne nel settore».

“Brave New World” Weezer (2010)

«Appena arrivato, Rivers Cuomo ha cominciato a parlare del fatto che non voleva può suonare nei Weezer. Non sapeva se avrebbero fatto un altro album. Sembrava una sessione di terapia, come se fosse venuto da me per tirare fuori quel che gli passava per la testa. Sembrava che volesse fare un album solista, ma sapeva che la band si sarebbe arrabbiata con lui se lo avesse fatto. Forse si stava sfogando.

Mi è venuta in mente Brave New World perché pensavo che ci fosse qualcosa di interessante in quello che stava dicendo. Voleva fare questo grande salto, smettere di stare con i Weezer, ma era serio? O aveva troppa paura di non farcela senza i Weezer? Non stavo pensando al libro, Brave New World, ma solo al fatto che la sua decisione mi sembrava molto coraggiosa.

L’unica parte che ho scritto è stato il ritornello. Poi lui se l’è portato a casa, ha scritto il testo, ed è venuto il giorno dopo e abbiamo registrato una demo. Sembrava a caso, ma ci siamo divertiti e alla fine penso che sia venuta fuori una canzone molto bella. Lui è un tipo divertente. Ha molto talento ed è molto goffo e strano. Andavamo d’accordo e abbiamo scritto una canzone insieme. Non deve per forza esserci una connessione profonda tra due persone che lavorano insieme. Il brano poi è finito su un album dei Weezer, il che ha reso tutto ancora più divertente».

“Letter to God” Hole (2010)

«Il motivo per cui volevo lavorare con Courtney è che nella mia testa pensavo di poterla salvare. Volevo rilanciare questa artista di incredibile talento, ma che è anche incasinata. La sua vita è sempre stata caos e volevo darle uno spazio creativo tranquillo.

Ho scritto delle canzoni con lei per America’s Sweetheart e lascia che te lo dica, è stato folle. Suonavamo e poi aspettavamo Courtney per ore e ore. Parliamo delle 3, le 4 del mattino. Alla fine una notte, alle 4 o giù di lì, le ho detto, “Quando hai voglia di fare musica chiamami. Io me ne vado”. E fine, me ne sono andata. Non ho tempo per certe cose.

È stato divertente perché dall’altra parte della strada c’era il posto dove lavoravo con Christina. Courtney mi diceva di venire da lei e io le dicevo che ero con Christina, e poi Christina mi diceva “ma è Courtney Love?”. Era molto affascinata. E alla fine ho portato Christina di là ed è stato molto divertente perché Courtney ha una personalità esplosiva e un sacco di energia. Christina non poteva gestirla. Non ce la faceva, era troppo per lei.

Poi Courtney è andata in rehab. Le ho portato una chitarra acustica e un piccolo registratore e le ho detto, “usa questo tempo per scrivere”. E lei l’ha fatto, e quando è uscita dal rehab aveva un sacco di canzoni che suonavano molto country. “Ok, lavoriamo”, le ho detto. Avevo di fronte a me una Courtney sobria, e abbiamo cominciato a lavorare a quest’album incredibile, una cosa a metà tra i Velvet Underground e i Fleetwood Mac. E Courtney era molto calma, era lei seduta davanti al camino che ti racconta la storia della sua vita. È stato un disco bellissimo, molto melodico. Eravamo tutti molto eccitati.

Ho scritto Letter to God prima di Courtney. Ha visto nel mio computer le canzoni che avevo scritto, l’ha trovata e ha detto: “Voglio fare questa”. Il testo aveva senso per lei, ma non era il suo genere di canzone. Era più cinematografica, più drammatica. Non era una canzone per una chitarra e stop. Mi ha quindi sorpreso il fatto che lei volesse fare proprio quella. Quando ha iniziato a cantare però mi ha dato i brividi.

Poi Courtney è scomparsa e quando è ritornata era di nuovo incasinata. E hanno ri-registrato di nuovo tutte queste canzoni, male, e hanno rovinato un disco bellissimo facendolo diventare una merda. Adoro Courtney. È un disastro ma è favolosa, è davvero un genio e una delle persone più intelligenti che ho mai incontrato. Le auguro ogni bene. Vorrei solo che facesse un altro disco davvero serio, davvero bello. Un giorno sistemerò quegli inediti e li farò uscire, quindi se succede sappiate che sono stata io».

“Can’t Let Go” Adele (2015)

«A volte le cose succedono così in fretta che non so davvero come nascano. Adele era a Los Angeles a scrivere con altre persone e mi hanno contattata. È venuta un giorno nel mio studio e stiamo state insieme. Ci eravamo già incontrate quando mi aveva fatto sentire la demo di 21. Quando ci siamo incontrate di nuovo per 25 abbiamo parlato della sua famiglia. Lei è prima di tutto una mamma: tutto il resto per lei viene dopo, la famiglia è al primo posto.

Mi sono seduta al piano e ho tirato fuori la musica, e lei ha detto: “Bellissima, puoi continuare?”. Ho suonato la strofa più e più volte e lei ha scritto il testo. Potrei sbagliarmi, ma penso di aver inventato io una parte del ritornello. Abbiamo scritto il pezzo in un’ora e poi è andata via.

A quanto pare hanno provato a produrre la traccia, ma a lei non piaceva il risultato e voleva tenere la demo. Adorava la canzone, ma alla fine non l’ha messa nel disco, il che è stato un peccato. [Il brano è uscito come bonus track nella versione deluxe]. Mi ha un po’ ferita. Avere l’opportunità di scrivere con un’artista del genere e poi non finire nel suo disco è un po’ come suonare sul secondo palco al Coachella».

“Halfway Gone” Pink (2017)

«Per colpa di Beautiful io e Pink ci siamo un po’ allontanate: lei pensava di tenermi tutta per sé e non farmi lavorare con nessun altro. Quando ho lavorato con Christina si è incazzata. Ovviamente in più c’era il fatto che Christina non le piaceva. Lei era contro tutti. Capivo il perché: voleva essere l’anti-quella-roba-lì.

Poi ci siamo incontrate in un ristorante dopo che non ci vedevamo da anni, io mi sono seduta e le ho detto: “Perché non vieni in studio con me?”. L’ha fatto e da lì siamo passate a: “Scriviamo una canzone?”. “Sì, dai”. E mi è venuto in mente questo pezzo, dal nulla. Mi guardava con degli occhioni come a dirmi “mi sei mancata”. Senza pensarci abbiamo scritto i testi.

Quando stavo lavorando a Served Like a Girl, ho pensato: “ho tutte queste canzoni inedite di grandi artiste. Potrei fare una compilation e dare tutto il ricavato a qualche associazione per donne veterane dell’esercito”. Volevo fare qualcosa di speciale, insomma. Così ho cominciato a raccogliere le canzoni e ho chiesto a tutti gli artisti se potevo usarle, e Pink ha detto di sì. E poi ci siamo separate di nuovo. Ma ci ritroveremo un’altra volta, lei ed io, perché siamo troppo creative insieme».

“America” Christina Aguilera (2017)

«Christina aveva appena finito The Voice e voleva cambiare un po’. Così è venuta da me e io le ho detto: “Torna sulla Terra. Concentrati sulla musica e sulla tua voce. Molla tutto il resto”.

Voleva fare un disco davvero organico, davvero bello, e abbiamo tirato fuori quel pezzo. Le frasi sul “vecchio” dal “cuore d’oro” le ho scritte apposta come riferimento a Neil Young. Ancora una volta, il modo in cui Christina ha cantato ha reso il tutto più credibile. Non sembrava per niente Christina, e ci sembrava che questa fosse la cosa che dovevamo fare. Ho detto: “Facciamolo davvero bello, questo disco, come una specie di live in edizione limitata”. Quindi il piano era fare questo disco qui, lo-fi. Che poi è diventato “Christina che fa la sua versione di Lemonade”. Non voleva pubblicare quella canzone perché non rappresentava quello che era davvero.

Abbiamo scritto il pezzo subito dopo Trump e penso che sarebbe stato un vero successo se solo l’avessimo pubblicata in quel periodo, sarebbe finita al numero uno. Quindi le ho chiesto, piuttosto che lasciarla lì perduta, posso metterla in Served Like a Girl? E lei mi ha detto di sì».

“Flawless” Dorothy (2018)

«Dorothy è una mia artista. La gestisco io. E ho adorato il suo album 20 Days in the Valley. Non ci sono altre cantanti come lei. Lei ringhia. È come Grace Slick, Courtney o Stevie Nicks. È una rockstar. È tutto quanto. È stata in tour con i Greta Van Fleet e la gente ora comincia a sapere chi è. C’era spazio per questo tipo di artista e lei l’ha riempito. E la gente adora la sua estetica rock, fa molto anni ’60 e sul palco è una dura.

Flawless è una grande canzone sulle relazioni di merda. È la storia di una relazione in cui lui ti caccia di casa e butta tutte le tue cose per strada come se fossi spazzatura. E tu stai cercando di dirgli: “Non sono perfetta, ma mi considererò tale d’ora in poi”. Stai cercando di sentirti forte in una situazione in cui qualcuno non ti dà il rispetto che meriti. È una canzone che è piaciuta molto: è arrivata all’ottavo posto in classifica, posizione in cui non si vedeva una ragazza da anni».

“Girl in the Movies” Dolly Parton (2018)

«Dolly è il miglior essere umano sul pianeta Terra. Mi ha chiamata per produrre una sua canzone per la colonna sonora di Dumplin’ e io pensavo: “Assolutamente. Non mi importa cosa devo fare. Sono disposta a ballare per lei mentre pranza. Non chiamate nessun altro. Lo faccio gratis. Non mi importa. Non chiamate nessun altro, per favore”.

Quando ascolto i dischi di Dolly sento di tutto. Un sacco di suoni, un sacco di questo, un sacco di quello. Così stavolta volevo semplificare. Volevo mettere davanti a tutto la sua voce.

Il giorno dopo c’è stata la sessione di scrittura. Prima, il suo manager mi ha detto: “Dolly non scrive con nessuno da un sacco di tempo”. Mi stavano preparando all’idea che non avremmo tirato fuori niente. Ero lì che sistemavo il microfono e lei mi fa “quindi, domani cosa facciamo?”. E io ho detto, “scriveremo 5 o 6 canzoni”. Lei mi ha guardata e mi ha detto: “Rallenta. Vediamo se ne abbiamo almeno una, prima di tutto”. Penso che le sia piaciuta la mia fiducia.

In studio era proprio Dolly. Non perde un colpo. Ho detto: “Ho un’idea”. Le ho suonato la melodia e le ho detto che avevo in mente la frase “Girl in the Movies”. Le è piaciuta l’idea e in un solo giorno ha scritto tutto il testo. Avevo incontrato la mia anima gemella creativa. È stato facile, senza alcuno sforzo, così libero. E lei ha un sacco di talento per la narrazione. Non ho mai incontrato qualcuno che abbia la mia stessa resistenza, e lei ha 73 anni.

Io sono rumorosa, nervosa, aggressiva. Voglio che le cose siano come voglio io. Con lei ho imparato a calmarmi un po’. Mi ha detto una cosa tipo, “C’è una ragione per cui succede tutto questo. Se non lo volessimo, non succederebbe”. Lascia andare le cose. Lascia che vadano come vanno. Mi ha ammorbidita».

“Here You Come Again” Willa Amai (2018)

«È una mia artista. Ha 14 anni. Aveva sentito che stavo lavorando con Dolly e mi ha inviato quell’arrangiamento di Here You Come Again. Mi ha colpita, ma poi me ne sono subito dimenticata. Ne abbiamo riparlato perché volevano inserire per forza quella canzone nel film, e allora me ne sono ricordata e ho suonato la versione di Willa. All’epoca Willa di anni ne aveva 13 e la reazione è stata “Oddio, dobbiamo usare assolutamente questa”.

Allora ho pensato: “Come faccio a far duettare Dolly Parton con questa 13enne che nessuno ha mai sentito nominare?”. Così sono andata a Nashville a parlare con Dolly e le ho detto: “Ehi, hai sentito la versione di Here You Come Again della mia 13enne, Willa?”. E lei, “no, chi è Willa?” E io, “È una specie di piccola Carole King. Una ragazzina nerd. È un genio. E ha fatto questa versione della tua canzone in cui ha preso una strada completamente diversa”. E Dolly ha detto: “Fammela sentire”.

Così gliel’ho fatta sentire. E alla fine quella di duettare con Willa è stata un’idea di Dolly. Ha detto: “Sarebbe bello se entrassi a cantare io a un certo punto. Come se le stessi passando la torcia”.

La morale è che l’ambizione è la parte più importante del successo. Puoi avere tutto il talento che vuoi, ma il talento è solo una parte. L’ambizione, la motivazione, la voglia di fare successo. Non bisogna rinunciare alla propria visione creativa. Se la segui puoi diventare Adele».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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