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L’incredibile storia dei tour di Peter Gabriel

Dagli inizi minimal al doppio palco di ‘Us’ e oltre, i suoi concerti sono esperienze immersive. Non sono solo parchi divertimento per occhi e orecchie, ma anche veicoli di pensieri ed emozioni

Peter Gabriel

Foto: Stefan M. Prager/Redferns via Getty Images

Prima ancora di MTV e dei videoclip, la musica da vedere è stata un’idea fissa per Peter Gabriel, capace di trasformare i suoi concerti in esperienze immersive e autenticamente multimediali. Senza nuovi album da promuovere, il settantenne artista del Surrey si è messo in stand-by molto prima che la pandemia congelasse le attività di tutto il settore della musica dal vivo (le sue ultime apparizioni, peraltro nei soli Stati Uniti, risalgono al 2016 con il Rock Paper Scissors Tour insieme a Sting).

È un’assenza che pesa, perché per almeno un ventennio, tra i primi anni ’80 e gli albori del nuovo millennio, ne è stato uno dei protagonisti più geniali, innovativi, vitali e carismatici. Capace di circondarsi di collaboratori visionari quanto lui e di sfruttare tecnologie allo stato dell’arte per comunicare idee, concetti e messaggi che andassero oltre il puro intrattenimento. Lo ha fatto negli anni in cui i live show espandevano le loro ambizioni e la dimensione spettacolare con coreografie ed effetti speciali che lasciavano il pubblico a bocca aperta: gli anni della Zoo Tv degli U2, dei tour monstre dei Pink Floyd di A Momentary Lapse of Reason e The Division Bell, del Who’s That Girl Tour di Madonna.

Giocando (quasi) sullo stesso campo, anche nei megashow destinati ad arene, palazzetti e stadi Gabriel ha sempre cercato di trasmettere un calore e un’empatia fatalmente destinati a disperdersi nei grandi spazi e sotto il peso degli apparati produttivi, proiettando sul palco le sue visioni utopiche di artista desideroso di riflettere sui guasti e le nevrosi ma anche sulle opportunità di emancipazione della società contemporanea.

È stato un percorso affascinante e complesso attraverso cui ha saputo riscrivere il linguaggio dello spettacolo dal vivo (talvolta sacrificando la spontaneità della musica alle esigenze della performance), sempre intendendolo come uno strumento per ricercare una connessione intima con il pubblico. «Uno dei pochi artisti sul fronte della musica commerciale», come scriveva il giornalista John Griffin sul Montreal Gazette nel 1986, «a considerare i suoi spettatori come esseri adulti e senzienti meritevoli di ottenere qualcosa di speciale in cambio del biglietto che hanno pagato».

1977-1978

Abituato a concepire il palco come luogo di rappresentazione e di azione scenica dai tempi in cui, con i Genesis, indossava maschere e costumi in linea con i temi fiabeschi e allegorici delle canzoni, nei tour in cui presenta dal vivo i suoi primi due album solisti Gabriel fa una scelta radicalmente diversa: sintonizzandosi sulle nuove frequenze del punk e della new wave, prende esplicitamente le distanze dalla magniloquenza del tardo prog presentandosi in pubblico senza travestimenti (capelli corti e poi rasati a zero alla maniera degli skinhead) e con una immagine da “uomo qualunque” (pettorine fluorescenti da vigile, poliziotto o operaio stradale indossate anche dai membri della band).

Expect The Unexpected, “aspettatevi l’inaspettato”, intitola la tranche americana del primo tour riprendendo lo slogan promozionale del primo album: un messaggio inequivocabile da parte di un artista che sta esplorando nuove forme di espressione musicale e che ora ricerca con insistenza un contatto fisico con il pubblico. Scende in platea, stringe mani, sale su scale e amplificatori, alterna il fronte del palco al pianoforte conservando l’attitudine istrionica delle sue vecchie performance soprattutto con le grottesche distorsioni vocali ottenute con un harmonizer (Moribund The Burgermeister, non a caso il più genesisiano dei suoi nuovi pezzi) o quando, per l’ultima volta, indossa i panni di Rael, il teppistello in giubbotto di pelle protagonista di The Lamb Lies Down On Broadway.

Lo smilzo repertorio solista si rimpolpa con qualche classico dei suoi anni di formazione (i Kinks, il soul di Marvin Gaye e Smokey Robinson) e la band non ha ancora una identità definita, tra la sfacciataggine camp del tastierista/sassofonista Timmy Cappello e la ritrosia sprezzante di Robert Fripp che si nasconde all’ombra degli amplificatori o dietro le quinte. Gabriel non ha ancora ben chiaro chi e cosa intende essere in futuro, ma intanto fa capire quel che non è più.

1980-1983

Sono gli anni del terzo e del quarto album solista. I più rivoluzionari e avventurosi, dark e futuristici della sua discografia solista: quelli di Biko e di Shock The Monkey, di Intruder e di The Rhythm of the Heat, dei sintetizzatori Fairlight che si mischiano ai tamburi africani. Nel Tour Of China 1984 e in Playtime 1988, avveniristici non solo nei titoli, Gabriel e la band – Tony Levin al basso, David Rhodes alla chitarra, Larry Fast ai synth, Jerry Marotta alla batteria – arrivano sul palco fendendo la folla sotto la luce di grandi torce elettriche. Tute e tuniche da arti marziali giapponesi sono le uniformi che ribadiscono lo spirito di squadra che li anima, mentre sul palco cominciano a prendere forma quei movimenti studiati e sincronizzati che Peter elabora con la collaborazione di celebri coreografi (Laura Dean, più tardi Charles Moulton).

Gli show di inizi anni ’80 sono una sintesi efficace tra il minimalismo delle prime esibizioni soliste e la teatralità dei Genesis: tornano le maschere (il volto scimmiesco di Shock the Monkey) e i giochi con le immagini (lo specchio di San Jacinto), mentre in Lay Your Hands on Me Gabriel attribuisce un nuovo significato alla pratica rock and roll dello stage diving: lasciandosi cadere a corpo morto sulla folla traduce in potente gesto rituale il significato di una canzone che ha come tema «la fiducia, la guarigione e il sacrificio».

This Way Up (1986-1987)

Nel tour che fa seguito al successo planetario di So e che catapulta Gabriel dai teatri agli stadi, i musicisti (con Levin e Rhodes stavolta ci sono il tastierista americano David Sancious e il batterista francese Manu Katché) sono tutti vestiti di bianco, dotati di strumenti portatili e microfonati, così da consentire loro assoluta libertà di movimento tra il ritmo soul di Sledgehammer e la danza in costumi senegalesi di In Your Eyes (ospiti Youssou N’Dour e Les Super Etoiles de Dakar). Lo richiede il carattere estroverso del nuovo disco, anche se i momenti più intensi sono legati all’esecuzione dei pezzi più intensi e drammatici: il climax è ancora lo spericolato tuffo sul pubblico di Lay Your Hands on Me, ma indimenticabili sono anche i bracci meccanici luminosi che assalgono il vocalist mentre canta No Self Control («era un po’ come svelare il mio mondo interiore, mentre le maschere che avevo usato nei tour precedenti erano in qualche modo una forma di espressione esteriore», spiegherà lui in seguito) e il finale ipnotico di Mercy Street, quando si rannicchia su se stesso e striscia sul palco illuminato da un unico spot.

Peter sfrutta il suo momento da pop star per allestire uno show tutto giocato tra luci e ombre, momenti di tensione e di rilascio liberatorio. Stregherà anche Martin Scorsese, che si incarica della produzione del video PoV.

Secret World (1993-1994)

Uscito nel 1992, Us è un album incentrato sul tema delle relazioni tra uomini e donne, tra genitori e figli. Un disco che parla di sesso e di sentimenti, oltre che del mondo segreto che ognuno tiene nascosto sotto una superficie di apparente normalità. Un intreccio complesso e denso sotto il profilo tematico ma anche nella materia sonora, sempre più caratterizzata da suggestioni world: nel tour più costoso e ambizioso della sua carriera Gabriel lo rappresenta confezionando con il regista, commediografo, scenografo e attore canadese Robert Lepage uno show rimasto nella storia, al cui tessuto strumentale contribuiscono stavolta anche i suoni esotici del violino di Shankar e del flauto armeno (il doudouk) di Levon Minassian. Un palco, rettangolare, rappresenta il mondo maschile e l’ambiente urbano; l’altro, circolare e a centro sala, simboleggia l’universo femminile e la natura, mentre la passerella con tapis roulant che li collega rappresenta metaforicamente una via di comunicazione e un percorso di trasformazione tra i due universi.

Un light show sofisticato e un flusso continuo, impetuoso di proiezioni arricchiscono uno spettacolo che si svolge sopra ma anche sotto il palco, dove la crew aziona botole che fanno apparire e scomparire una serie di oggetti simbolici: la cabina telefonica che raffigura il bisogno di dialogo cantato in Come Talk to Me, un letto su cui Gabriel si cambia d’abito durante Lovetown, un albero che in Shaking the Tree incarna la fertilità femminile, una valigia da viaggio in cui a fine concerto il frontman “rinchiude” tutti i musicisti, mentre durante Digging in the Dirt la sua headcam rimanda sugli schermi primi piani deformati di occhi, naso, denti e narici esprimendo in immagini disturbanti il sofferto scavo psicanalitico di cui parla la canzone. Non è solo un parco divertimenti per gli occhi e per le orecchie: come tutti i tour di Gabriel, Secret World vuole trasmettere emozioni e indurre a pensare.

Growing Up (2002-2003)

Per la messa in scena di Up, dieci anni dopo, Peter e Lepage tornano al concetto di dualità: i due palchi, stavolta, sono sviluppati in verticale («la rappresentazione di terra e cielo») mentre una pedana rotante permette al pubblico di vedere da diverse angolazioni i musicisti – tutti vestiti di nero – e gli addetti audio, luci e di palco in tuta arancione che si muovono in una scenografia dominata da grandi teloni bianchi che diventano schermi di forma cangiante.

Un Gabriel completamente trasformato – invecchiato, ingrassato, calvo, con un pizzetto da guru e un’aria ieratica lontanissima dalla immagine sexy di So e di Us – sembra divertirsi parecchio con i suoi nuovi giocattoli tecnologici: la bicicletta su cui pedala in circolo durante Solsbury Hill, il segway con cui si muove a scatti mentre canta Games Without Frontiers, la giacca a led luminosi di Sledgehammer, la telecamera che manovra durante l’esecuzione di The Barry Williams Show e la sfera trasparente (Zorb Ball) in cui si rinchiude sobbalzando al ritmo di Growing Up, mentre in Downside Up lui e la figlia Melanie cantano letteralmente a testa in giù, appesi a una rotaia metallica. A dispetto del tono serioso e tenebroso dell’album, non mancano il divertimento e il senso dello humour.

Warm Up Tour (2007) e New Blood Tour (2010)

Secret World e Growing Up sono due apici della storia live di Gabriel ma anche due punti di non ritorno. Peter è consapevole del fatto che il declino del suo appeal commerciale impone di ridurre i costi di produzione e che le energie mentali e fisiche cominciano a venire meno. Capisce anche che nell’era dell’Internet 2.0 l’interazione con i fan è un ingrediente essenziale: così, nel 2007, le tappe del suo “tour di riscaldamento” sono concerti a budget ridotto, di sapore rétro e dai visual essenziali il cui principale motivo di attrazione è la scaletta confezionata in base alle richieste dei fan e in cui prevalgono pezzi ripescati soprattutto dai primi quattro album (anche del primissimo periodo, come Mother Of Violence).

Tre anni dopo, il New Blood Tour che nella prima parte propone le cover di Scratch My Back e nella seconda il vecchio repertorio riarrangiato per orchestra, affolla il palco con un ensemble di 54 elementi (“no drums no guitars”, come avvertono i manifesti) facendo un uso sapiente della computer graphics e dei videowall su cui si succedono l’animazione divertente di The Book of Love, corpi scannerizzati, occhi umani ed elettronici e città viste sottosopra, mentre nel finale di San Jacinto torna il vecchio specchio con cui Gabriel punta il pubblico. Nella performance circola indubbiamente sangue nuovo, anche se la dimensione sinfonica della musica non convince tutti e in molte date del tour i biglietti si vendono a fatica.

Back to Front (2012-2014)

Lo show diviso in tre portate (un set acustico, uno elettrico e, in chiusura, la riproposizione integrale di So) con cui nel 2013 Gabriel torna a festeggiare il suo disco di maggior successo è un mix di spontaneità e di know how tecnologico: a imprimergli dinamismo non è solo un light show come sempre di primissimo ordine ma anche il movimento sul palco dei musicisti (con i suoi funk fingers, bacchette di legno che producono un suono percussivo sul basso, Tony Levin è uno spettacolo a sé) e dei cameramen con macchina a mano anche questa volta utilizzati come attori: in We Do What We’re Told (Milgram’s 37) la crew immobile e mascherata sembra materializzare certi incubi distopici cari a Roger Waters.

Il cilindro in tessuto bianco che cala dall’alto e inghiotte il cantante durante l’esecuzione di The Tower That Ate People è il colpo ad effetto di una esibizione che utilizza e aggiorna vecchie invenzioni sceniche (i bracci composti da tre fari e una telecamera ereditati dal tour di metà anni ’80): talmente avanti sui tempi, allora, da risultare attuali anche nel momento in cui Gabriel, per la prima volta, si guarda indietro.

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