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Lil Peep è stato ucciso dall’industria discografica?

La battaglia legale fra madre e management circa la morte del rapper solleva una domanda cruciale: chi ha la gestione totale della carriera dei giovani artisti deve assumersi anche la responsabilità del loro benessere?

Lil Peep

Foto: Scott Dudelson/Getty Images

Lo scorso novembre, in occasione del secondo anniversario della morte di Lil Peep, un documentario, un pop-up store di merchandising e un album postumo sono apparsi per commemorare la breve carriera del giovane rapper. Ma su tutti questi progetti incombono la battaglia legale a proposito della sua morte e la discussione sul ruolo giocato nella vicenda dall’industria discografica.

Lil Peep, all’anagrafe Gustav Elijah Åhr, è morto su un tour bus a Tucson, Arizona, nel novembre 2017. Åhr aveva appena festeggiato il 21esimo compleanno; il particolare stile del suo emo-rap aveva attirato i favori della critica e diversi paragoni con Kurt Cobain, due fattori che hanno contribuito alla sua ascesa nelle classifiche. I medici legali hanno stabilito che la morte era stata causata da un’overdose accidentale di Xanax e fentanyl. Nell’ottobre del 2019, la madre di Åhr, Liza Womack, ha depositato una causa contro First Access Entertainment, l’azienda di management che nel 2016 aveva firmato un contratto pluriennale con l’artista, sostenendo che aveva diverse responsabilità nella morte del figlio – specificamente, nell’averlo spinto a “esibirsi sul palco città dopo città, manipolandolo e sfiancandolo” con droghe illegali e convincendolo a firmare un accordo asimmetrico che, come se non bastasse, l’azienda avrebbe infranto più volte.

First Access Entertainment (FAE) sta contestando tutte le accuse, tra cui quella di negligenza, infrazione del contratto e omicidio colposo, secondo i documenti depositati il 23 dicembre alla Corte Suprema di Los Angeles venuti in possesso della redazione di Rolling Stone USA.

Gli avvocati che rappresentano FAE Limited e FAE LLC – rispettivamente le filiali britanniche e americane dell’azienda – sostengono, in una memoria di 44 pagine, che il contratto stipulato con Lil Peep non rendeva FAE responsabile della salute del rapper. Gli avvocati hanno inoltre citato precedenti, come il caso del 2013 degli eredi di Michael Jackson contro AEG Live, come esempi della responsabilità limitata delle aziende musicali nei confronti della condotta privata degli artisti sotto contratto.

Il rapporto tra Lil Peep e FAE era “di natura puramente professionale, e non quel tipo di relazione speciale che può dar vita a un obbligo di cura nei confronti della sicurezza o della salute di una delle parti”, sostiene FAE nei documenti depositati.

Sarah Stennett, CEO di FAE, in passato ha dichiarato che aveva un interesse personale nei confronti del suo cliente Lil Peep. “Mi sono da subito sentita protettiva nei suoi confronti”, ha detto a Rolling Stone all’inizio del 2019. Ma a dicembre, in risposta alla causa di Womack, FAE ha ripetutamente sottolineato che la relazione con Lil Peep era strettamente “un accordo di business”, come stabilito nell’accordo di joint-venture.

La risposta di FAE fa riferimento a una clausola dell’accordo che sostiene: “le parti sono responsabili delle proprie azioni e non saranno perseguibili, né singolarmente né insieme, per le azioni di una delle parti”. In breve, “la relazione tra l’azienda e Mr. Åhr era di natura puramente lavorativa e contrattuale”, scrivono gli avvocati. “L’accordo di joint-venture non conteneva servizi di protezione personale verso Mr. Åhr, né poteva vincolare l’azienda a controllare la sua vita privata, incluso l’uso di droghe”.

Ma lunedì 30 dicembre, una settimana dopo la risposta di FAE, Womack ha depositato un aggiornamento della denuncia per contestare la natura “puramente lavorativa” dell’accordo tra Peep e l’azienda.

I nuovi documenti di Womack sostengono che “FAE si è impegnata controllare e gestire la vita personale di Peep”, occupandosi di “quello che mangiava e beveva, di dove dormiva, della sua igiene personale, della sua patente, di dargli una casa, comprare mobili, firmare insieme contratti d’affitto, pagare le bollette, gestire denaro e budget, pagare le tasse e i trasporti, e persino di gestire le spese mediche, la terapia, l’esercizio fisico, le attività sociali, la droga, la sicurezza personale e il suo benessere”.

“Chiunque dica che questo era un semplice accordo di business deve confrontarsi con i fatti, che dicono il contrario”, dice a Rolling Stone Paul Matiasic, l’avvocato di Womack.

Peep e FAE hanno firmato il contratto al centro della causa legale – che Rolling Stone USA ha ottenuto e studiato – nell’agosto del 2016. Stabilisce una suddivisione al 50% tra le parti di “diritti di qualsivoglia natura, tra cui anche quelli di proprietà intellettuale” scaturiti dalle attività di Peep. Se i guadagni netti avessero superano i 5 milioni di dollari, la divisione sarebbe cambiata a 60% per l’artista e 35% a FAE, se invece fossero arrivati ai 20 milioni, a 65% per l’artista e 40% per l’azienda. FAE, inoltre, ha pagato Peep 35 mila dollari d’anticipo e altri 300 mila per registrare musica, andare in tour, organizzare campagne di marketing e sviluppare il suo brand.

I termini dell’accordo sono la normalità tra i giovani artisti e le aziende che offrono un range così ampio di servizi – ma se si cerca di capire cosa facciano effettivamente queste società, la questione si fa meno chiara, almeno secondo diversi manager e avvocati del settore che lavorano sui contratti degli artisti. I musicisti, soprattutto se sono giovani e non hanno familiarità con l’industria discografica, non riescono a capire se una società stia esagerando con le sue promesse con l’obiettivo di ottenere la divisione al 50%.

“È un rospo difficile da ingoiare, dividere interessi sui master con un’azienda di management e servizi”, ha detto John Seay – un’avvocato di settore di Atlanta che rappresenta gli artisti durante questo genere di negoziazione – a Rolling Stone lo scorso ottobre, quando Womack depositò la causa. “Queste aziende fanno davvero quel che dicono? Dove sono i loro precedenti? Chi gestisce normali obblighi di management di solito ottiene tra il 15 e il 20% dei profitti lordi di un artista, e nessun diritto di copyright. Ma ultimamente i manager dicono che non si occupano solo di quello, ma che fanno PR e altri servizi tipici di un’etichetta discografica. Il problema è che sono poche le aziende che lo fanno davvero, quindi la richiesta del 50% non è propriamente giustificata”.

Seay ha aggiunto che la struttura dell’accordo di joint-venture di Peep “accende diversi campanelli d’allarme e dovrebbe ispirare un esame molto attento della questione”. Nonostante le joint-venture siano una buona idea per aumentare il potenziale di marketing di un progetto, o mostrare un allineamento con un certo brand – Meek Mill, per esempio, ha di recente firmato una joint-venture con Roc Nation dell’amico Jay-Z –, spesso sono finanziariamente sconvenienti per i giovani artisti, almeno rispetto ai tradizionali contratti discografici, a causa della necessità di dividere al 50% guadagni e diritti.

Mentre l’industria discografica continua la corsa all’oro per giovani artisti nati su SoundCloud e altre piattaforme DIY, le offerte di joint-venture diventano sempre più comuni, secondo diversi avvocati e manager. “È un modo semplice per strutturare un accordo e cambiare la narrazione”, dice il music strategist Dan Feldstein. “È una tattica di PR che dà credibilità a un artista e lo fa sembrare più di quello che è. Si ottiene immediatamente l’attenzione della stampa e del pubblico”.

Amir Kashani, partner di Feldstein con cui gestisce lo studio di consulenza Salt+Vinegar, aggiunge: “Di solito non consigliamo una joint-venture. Gli artisti arrivano da storie e circostanze diverse, e c’è chi ha bisogno di denaro per fare qualcosa, ma purtroppo, una joint-venture significa cedere diritti di proprietà intellettuale. Di solito, quando ho a che fare con qualcuno che riceve questo tipo di offerta, faccio una domanda: qual è il valore del denaro scambiato in questo accordo? Diciamo che una joint-venture è valutata un milione di dollari: che cosa otterrai perché lo scambio sia equo? Di queste cose non si parla mai. L’artista non dovrebbe conoscerle?”.

“Forse ci sono circostanze in cui un accordo come quello di Peep ha senso”, ha detto lo scorso ottobre John Strohm, ex musicista e avvocato del settore che ora presiede Rounder Records. “Ma la maggior parte delle volte, negli accordi che vedo, c’è gente che non ha granché da offrire”. Strohm sostiene che gli accordi che girano nella scena hip hop odierna sono molto simili a quelli che vedeva negli anni ’90, durante l’era d’oro del rock. “Dev’essere uno scambio equo”, dice. “Se ti limiti a guadagnare denaro per un artista, allora siamo di fronte a un tipico caso di sfruttamento”.

La stessa FAE è una joint-venture tra la manager Sarah Stennett e Access Industries, la multinazionale guidata da Len Blavatnik che possiede Warner Music Group (nel marzo 2019, l’avvocato di Stennett ha detto a Rolling Stone che FAE era l’etichetta di Peep, e non l’azienda di management, e che pur avendo Stennett dato supporto personale al rapper non era accaduto nel contesto di un normale rapporto di management).

Ma anche se l’azienda lavorava solo in quanto etichetta di Peep, non ha rispettato gli obblighi a cui era tenuta, secondo le accuse di Womack. La denuncia sostiene che FAE ha rotto l’accordo di joint-venture, tra le altre cose, “non comportandosi seconda buona fede; esercitando solo ed esclusivamente management e controllo sulla joint venture, e usurpando il controllo della carriera musicale del defunto, le registrazioni della sua musica e i concerti con l’obiettivo di massimizzare i profitti dell’azienda e della joint-venture; mancando, inoltre, di registrare e distribuire al defunto la sua parte dei profitti”.

Nella risposta depositata a dicembre, gli avvocati di FAE sostengono che la denuncia di Womack non dimostra alcun tipo di violazione del contratto. L’azienda dice che la denuncia “non presenta fatti che supportino una violazione dell’accordo di joint-venture”, e che non dimostra nemmeno che Lil Peep abbia rispettato la sua parte di obbligazioni (“In realtà”, scrive uno degli avvocati di FAE, “l’accusa ammette che Mr. Åhr ha fallito nel rispettare i suoi obblighi contrattuali”, e che in ogni caso le violazioni non hanno niente a che fare con la morte dell’artista.

“Non c’è alcun collegamento”, hanno detto gli avvocati in un’obiezione sollevata alla corte a dicembre, “tra l’overdose di Mr. Åhr causata dagli effetti di fentanyl e alprazolam – droghe che il querelante non può sostenere siano state fornite da FAE a Mr. Åhr il giorno della morte – e le accuse che FAE abbia esercitato ‘controllo esclusivo’ sulla joint-venture, usurpato il controllo della carriera di Mr. Åhr per massimizzare i profitti, e/o mancato di registrare o distribuire i guadagni a Mr. Åhr, sono infondate”.

La battaglia giudiziaria in corso ha a che fare sia con Lil Peep che con le responsabilità dell’industria discografica verso gli artisti che mette sotto la luce dei riflettori. Sin dall’inizio, la querela di Womack contro FAE solleva il problema della natura dei rapporti contrattuali tra le aziende di servizi/etichette discografiche del 21esimo secolo e gli artisti per cui lavorano. D’altra parte, FAE sostiene che se la causa di Womack avesse successo, si creerebbe un precedente pericoloso sulle responsabilità delle aziende d’intrattenimento, e cita inoltre diversi precedenti, come i casi in cui le università non sono state ritenute responsabili della salute dei loro studenti che abusano di alcol.

“Considerando la realtà della vita dei college contemporanei, le università non hanno il dovere di salvaguardare la salute degli studenti di fronte all’abuso di bevande alcoliche”, hanno scritto gli avvocati di FAE, citando una decisione della Corte Suprema della California del 2018. “La stessa ratio si applica anche in questo caso”.

“L’overdose di Mr. Åhr estenderebbe i confini delle obblighi legali al di là ogni precedente, e ben oltre gli obblighi contrattuali e le realistiche aspettative delle parti che stringono accordi”, dicono gli avvocati. “Trasformerebbe il business della musica e dell’industria dell’intrattenimento in una sorta di baby-sitting per artisti”.

Inoltre, la battaglia legale si sta combattendo nel bel mezzo di un rinnovato interesse del pubblico verso la vita e la carriera di Peep. Due mesi fa, il documentario Everybody’s Everythingche parla dell’eredità artistica del rapper attraverso dozzine di interviste con chi lo conosceva bene – è arrivato nei cinema americani; il progetto accredita Womack, Stennett e Terrence Malik –  amico della famiglia di Peep – come produttori esecutivi, ma i due registi Sebastian Jones e Ramez Silyan dicono che Womack e Stennett non hanno contribuito granché alla produzione.

“C’è sempre stata tensione tra le due parti”, ha detto Silyan a Rolling Stone all’inizio del 2019, aggiungendo che la denuncia di Womack “non è stata una grossa sorpresa”. “Era ovvio che non andassero molto d’accordo. Capisco perché sia andata a finire così, anche se non fa parte della storia raccontata nel film”, dice.

Insieme al documentario è uscito un album di Columbia Records, una divisione di Sony, anche questo intitolato Everybody’s Everything, ma prodotto separatamente. Il disco contiene “una collezione di canzoni selezionate con amore da tutti i momenti della carriera di Lil Peep, tra cui i brani amati dai fan mai pubblicati su tutte le piattaforme, e canzoni inedite”. Per celebrare l’uscita, l’etichetta ha aperto un pop-up store temporaneo a New York, vendendo merchandising come magliette e cappellini. Le vendite online passano dal sito LilPeep.com, gestito direttamente da Womack e dal fratello di Peep, Oskar.

Gli avvocati di FAE non hanno risposto a numerose richieste di replica. Secondo i documenti depositati alla corte, il processo si svolgerà il 5 aprile 2021.

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