Licenza di uccidere (un brano): breve storia delle canzoni scartate dai film di James Bond | Rolling Stone Italia
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Licenza di uccidere (un brano): breve storia delle canzoni scartate dai film di James Bond

Molti artisti hanno mancato per un soffio i titoli di testa più famosi del cinema. Da Johnny Cash ai Radiohead, fino a un insospettabile Alice Cooper e ai Blondie, ecco i casi più clamorosi

Daniel Craig nei panni di James Bond

Foto: Greg Williams/Eon Productions via Getty Images

Sono molteplici i riti che sanciscono definitivamente il passaggio dall’età della poracciaggine all’età dell’oro per un cantante/band: sold out, tour negli stadi, featuring importanti, Grammy Awards, Halftime Show del Super Bowl, album di duetti, isole caraibiche di proprietà e ovviamente una fraccata di milioni. Ce n’è uno in particolare che consacra definitamente l’artista ammantandolo automaticamente di un’aura “classica”: essere l’interprete del brano dei main titles della serie 007.

Concepiti inizialmente e realizzati (fino al 1989 con License to Kill) dal connubio tra quel genio assoluto della grafica che risponde al nome di Maurice Binder insieme a Saul Bass, semplicemente il più importante titolista del cinema di ogni tempo, si tratta di sequenze che iniziano sempre dopo un prologo ricco di azione e «che lavorano soprattutto sulla mescolanza certosina, artigianale e fortemente evocativa di silhouette umane su sfondi onirici, puntando particolarmente sull’elemento erotico e sul corpo femminile, ma anche sull’evocazione di una violenza raffinata, crudelmente sottesa. Si declinano così fin dall’incipit le due valenze principali dell’universo bondiano, Eros e Tanatos, la seduzione e la minaccia, l’eccitazione e il pericolo» (Roberto Pugliese).

In altre parole la sigla iniziale è un topos tra i più amati di tutta la saga ed essere scelto per comporre il brano di apertura per un artista significa istantaneamente allinearsi con una delle figure più importanti della cultura pop degli ultimi 60 anni e magari, con una botta di culo, vincere un Oscar. In questo lasso di tempo tantissimi pesi massimi (e qualcuno medio) delle sette note hanno avuto l’onore di unire il proprio nome a quello dell’agente con licenza di fornicare, uccidere e bere vodka martini in servizio: Shirley Bassey, Tom Jones, Paul McCartney, Carly Simon, i Duran Duran, Tina Turner, Adele (che appunto l’Oscar l’ha vinto, meritatamente, con Skyfall).

L’ultima della lista è la giovane gallina dalle uova d’oro zecchino del pop, l’adorabilissima Billie Eilish che con No Time To Die (titolo dell’omonimo film uscito al cinema un mese fa) si è aggiudicata un Grammy Award per la migliore canzone scritta per un media visivo, oltre al primato di essere stata la più giovane artista a scrivere e registrare un tema per il franchise (all’epoca della registrazione, 2020, Billie aveva 18 anni). Ma per una stella che entra nella grande nella cosmologia bondiana ce n’è una altrettanto fulgida che resta sulla porta d’ingresso aspettando vanamente che il buttafuori scruti fra le varie liste per trovare il suo nome. Uno stile compositivo troppo distante dai canoni stilistici della saga, l’impossibilità di raggiungere un accordo commerciale tra i produttori, un brano che effettivamente fa schifo al cazzo: qualunque sia la ragione, nei sei decenni di vita dell’agente britannico meno segreto del mondo sono parecchi gli artisti che si sono sentiti rispondere dai produttori della pellicola «grazie eh, grazie per lo sforzo ma risolviamo in altro modo». Ecco una breve carrellata dei più clamorosi.

“Thunderball” Johnny Cash (1965)

Per il quarto film della serie, che si rivelerà essere quello in assoluto più redditizio al box office dell’età dell’oro del Bond interpretato da un Sean Connery pronto a entrare nella leggenda, i produttori hanno l’idea del secolo: perché non commissionare il tema al mitico Johnny Cash, che una leggenda lo era già? Detto fatto. Il Man in Black non delude realizzando un gran pezzo che però si discosta ampiamente dal canone compositivo del franchise formalizzato già dal primo film da Monty Norman (compositore dell’immortale Bond Theme con il riff di chitarra surf) e John Barry (uno dei più grandi compositori per il cinema mai esistiti, autore in totale di 12 colonne sonore della serie). Diciamolo pure: il Thunderball di Cash è un pezzo perfetto per un polveroso western con epicentro El Paso piuttosto che la colonna sonora di un agente segreto fissato con la fica che cerca di disinnescare due atomiche sottratte dalla Spectre alla Nato. Ecco quindi subentrare a Cash il testosteronico Tom Jones che regala una grandiosa performance con la propria versione, in cui si nota anche il citazionismo e le ripetizioni ossessive tipiche di John Barry (l’incipit strumentale, in un diluvio di arpeggi e sontuose percussioni, cita alla lettera, ma con gli accenti spostati, la parte iniziale della terza sezione del James Bond Theme).

“You Only Live Twice” Lorraine Chandler (1967)

Tutti conosciamo e amiamo il brano d’apertura del film di James Bond dal titolo più stupido di sempre, You Only Live Twice di Nancy Sinatra, con quella folgorante melodia circolare di John Barry non a caso campionata da Robbie Williams per Millennium. Pochi però sanno che Nancy fu una scelta di ripiego. Ben due altre artiste si erano già cimentate con l’opening song: Julie Rogers e soprattutto Lorraine Chandler, la cui versione spinge di più sui vocalizzi soul. Alla fine la produzione del film non fu contenta e puntò più in alto, chiedendo nientepopodimeno che a Frank Sinatra di registrare una sua versione. Lui però aveva judo e quindi raccomandò la figlia Nancy. Il resto, come si dice, è storia. Lorraine Chandler potè comunque consolarsi: il suo brano divenne un vero e proprio inno della scena Northern Soul inglese amatissimo tutt’oggi.

“Man With the Golden Gun” Alice Cooper (1974)

Ho sempre pensato che con quel misto di ironia cazzara, teatralità cheap e presenza inquietante da vecchio avvoltoio, Alice Cooper sarebbe stato un villain perfetto per l’agente al servizio segreto di sua maestà. Leggendo l’autobiografia Alice Cooper, Golf Monster in cui si parla diffusamente del suo rapporto con la musica e l’amatissimo golf, scoprii anche che Alice è anche un grande fan di Bond. Del resto basta ascoltare il suo brano Unfinished Sweet del 1973 per scoprirlo: i chitarristi Glen Buxton e Michael Bruce, nella parte centrale, citano nota per nota il James Bond Theme di Monty Norman. Un anno dopo, nel 1974, Cooper propone un brano d’apertura per l’omonimo film con Roger Moore e Christopher Lee. Da sempre a suo agio con le chitarre quanto con gli arrangiamenti orchestrali (ottoni che strombazzano, violini che infiorettano) lo stile di Alice sembra in effetti perfetto per l’universo bondiano ma inspiegabilmente i produttori gli preferiscono la versione di Lulu, cantante scozzese vincitrice nel ’69 dell’Eurovision Song Contest, che consegna alla storia quella che per i fan di tutto il mondo è probabilmente la peggior canzone di 007 di sempre. Non ha dubbi John Barry che nel 2006 dichiara: «È il brano che odio di più… per quanto mi riguarda non è mai esistita». La versione di Alice fu inclusa nel suo disco del 1975 Muscle of Love.

“For Your Eyes Only” Blondie (1981)

Nel 1981, con un poker d’assi finito dritto al primo posto della top 40 negli ultimi 24 mesi (Heart of Glass, Call Me, The Tide Is High e Rapture) Blondie, la band capitanata dalla fantastica Debbie Harry, era ai vertici della propria carriera. Il franchise di 007, dopo l’assurdo divertissement spaziale di Moonraker, godeva di buona salute ma i produttori sentivano il bisogno di un ritorno in grande stile alle origini di Bond e del familiare cocktail “azione + orologi che sono in realtà pistole laser + belle fighe + cattivi che vogliono conquistare il mondo + British humour”. Il match con la band di Debbie Harry, seducente, pericolosa, intelligente e ironica, sembrava quindi perfetto. Peccato che a minare l’operazione fu la classica dicotomia esigenze contrattuali/produttive vs autonomia artistica: i produttori avevano già messo sotto contratto Bill Conti e Michael Leeson per scrivere la musica. «Loro volevano solo che io cantassi sul pezzo che avevano già scritto», dichiarò Harry. Questo per Biondie era semplicemente impossibile, visto che oltretutto avevano scritto una loro versione del pezzo, prontamente accantonata in favore del brano già composto per cantare il quale fu scelta la più rassicurante Sheena Easton. Il brano di Blondie fu incluso nel loro disco The Hunter, che si rivelò commercialmente un flop. Ma nonostante l’incidente la band di Debbie è rimasta fan del franchise, coverizzando durante i concerti classici come Goldfinger e From Russia with Love.

“James Bond #1” Pet Shop Boys (1987)

Amo i Pet Shop Boys, due geniali sfigati che con qualche tastiera e una grande sensibilità sono riusciti a definire iconograficamente gli anni ’80 in modo ineccepibile. Ma riuscite a immaginarvi il tema musicale di un film di Bond che rechi la loro inconfondibile firma? Tranquilli, non c’è riuscito nessuno, sicuramente non i produttori di The Living Daylights, il film di debutto dello sfortunato Timothy Dalton nei panni di 007. Poco si sa onestamente di questo demo che Neil Tennant e Chris Lowe sottoposero all’attenzione dello staff creativo di The Living Daylights. Sembra che nonostante lo stadio embrionale, il brano non fosse stato scartato. Ma i Pet Shop Boys non si accontentavano della title track, loro volevano realizzare l’intera colonna sonora, uno scenario francamente troppo “estremo” per i canoni sonori bondiani. Si decise quindi di ripiegare sull’innocuo synth pop degli A-Ha (sì, la one hit wonder band norvegese che brillava ancora della luce riflessa di Take On Me), mentre questo algido tappeto chiamato James Bond #1 fu la base per This Must Be The Place I Waited Years To Leave, brano intimista che rievoca i giorni della scuola cattolica di Tennant incluso nell’album Behaviour del 1990. Quando uscì, a Dalton avevano già revocato la licenza di uccidere (e di impersonare James Bond).

“The Goldeneye” Ace of Base (1995)

Non importa se gli Ace of Base fondano una nuova religione, entrano a far parte di un complotto per assassinare il Presidente degli Stati Uniti o si danno fuoco in diretta durante una finale dell’Eurovision: per tutto il mondo resteranno per sempre quelli di All That She Wants del 1993. Nell’ovvio tentativo di capitalizzarne il mostruoso successo (che stava già iniziando ad evaporare), la produzione del film di debutto di Pierce Brosnam come 007, Goldeneye, li scrittura chiedendo loro di realizzare una title track. Gli svedesi sorprendono tutti con questa versione di Goldeneye (ovviamente stiamo parlando di un demo), un solido brano in equilibrio tra la tradizione musicale bondiana e il tocco sintetico della band nordeuropea. Ma quando a un certo punto arriva Tina Turner e si rende disponibile a cantare un brano per i titoli di testa, aggiungendo che ne avrebbe uno scritto da Bono degli U2, tu produttore che fai? Regali agli Ace of Base dei biglietti per la prima del film e gli mandi un cesto di frutta a casa. Il gruppo di eurodance comunque non buttò via i propri sforzi, trasformando The Goldeneye in The Juvenile, ultimo brano del loro disco del 2002 Da Capo.

“Tomorrow Never Lies” Pulp (1997)

Assieme a Oasis e Blur (anche se leggermente più defilati) i Pulp costituiscono la santa trinità del Brit pop, incarnandone il lato più sofisticato e decadente. Questo pezzo, titolato come il film prima che Lies fosse cambiato in Dies, mostra in parata tutti gli stilemi del genio creativo di Jarvis Cocker: il suo evidentissimo amore per David Bowie, l’ironia malinconica da crooner crepuscolare, lo stile rétro ma non eccessivamente nostalgico. All’epoca di Shirley Bassey forse, con qualche spinta vocale in più, sarebbe stato perfetto. Ma siamo nel 1997 e i produttori vogliono qualcosa che faccia presa sul pubblico in sala senza tradire troppo le aspettative che tradizionalmente genera un film di James Bond (ottoni e violini che tessono melodie in minore, ottoni che spingono, chitarre col tremolo e riverbero che inanellano malinconia riff): quindi ecco subentrare Sheryl Crow che fa un lavoro discreto anche se a detta di molti un po’ svogliato. Nel 2008 Jarvis Cocker ammise a Time Out la propria frustrazione per come andarono le cose: «Fu strano. Avevano messo in piedi una situazione tipo American Idol, in cui chiesero a nove diversi artisti di realizzare una loro proposta per il brano musicale che apre il film. Ci dissero mercoledì che la deadline era venerdì. Conseguentemente mi incazzai davvero molto quando scelsero Sheryl Crow al posto nostro».

“Spectre” Radiohead (2015)

Sono anni (diciamo da dopo In Rainbows) che non seguo con attenzione i Radiohead, band che ho molto amato sin dalla mia gioventù. Ma resta innegabile che l’amore per le partiture orchestrali, le atmosfere tetre e una certa aria di morte sexy che ha sempre permeato la loro musica del periodo più intellettuale inaugurato da Kid A e Amnesiac li rendono candidati perfetti per un tema musicale degno dell’agente segreto britannico creato da Ian Fleming. E nel 2015, alla vigilia di quello che sembrava allora l’ultimo film dell’era Daniel Craig, arriva la chiamata di Sam Mendes. Inizialmente la band di Oxford opta per una soluzione “poca spesa tanta resa” proponendo al regista Man of War, brano registrato negli anni ’90 (all’epoca di The Bends) come un omaggio a James Bond e poi accantonato. I produttori però lo scartano in quanto, non essendo stato composto appositamente per la pellicola, non può da regolamento concorrere agli Oscar come miglior canzone originale. A questo punto Yorke e soci si rimboccano le maniche e iniziano a lavorare seriamente a un brano inedito: il risultato, Spectre, è francamente pazzesco. A me ricorda le atmosfere di Pyramid Song, con una progressione di accordi di piano inusuali, ipnotiche melodie di archi, sua sofferenza Thom Yorke che si lamenta in lontananza e un finale epico da melodramma grandioso. Il brano però viene scartato perché giudicato troppo dark. Un po’ come chiedere a Lino Banfi di fare lo speaker istituzionale di uno spot e poi bocciarlo perché ha la cadenza troppo pugliese. Sam Mendes tenta di usare il brano altrove nel film ma il testo rischia di distrarre troppo lo spettatore concentrato sulle battute. Alla fine, compiendo quella che è una delle decisioni probabilmente più sbagliate nella storia della musica da film, gli studios optano per l’anemico Sam Smith con Writing’s on the Wall. I Radiohead però non la prendono benissimo, dopotutto è un decennio che sono come uno squalo bianco nell’oceano: poco abituati a incassare colpi bassi. Il produttore Nigel Godrich ha dichiarato a Rolling Stone nel 2017: «Quel cazzo di film di Bond ci ha messi nei casini. È stato uno spreco di energie. Abbiamo dovuto interrompere quello che stavamo facendo (A Moon Shaped Pool, nda) per concentrarci su qualcosa che avrebbe presto visto la luce». Resta il fatto che si tratta di una della più belle ballate orchestrali mai realizzate dalla band.