Gentile signora Brancale,
Sono una signora sulla sedia. Avete presente? Una di quelle menzionate nella canzone a firma Vostra, di Levante e Delia che quest’estate tanto spesso si sente passare alla radio.
Vi scrivo a nome mio ma soprattutto dei colleghi citati nel suo brano. Gente che da decenni presidia con grande determinazione piazze, marciapiedi e usci di casa ma che non tirerebbe mai fuori il coraggio di scrivere a una rivista à la page come Rolling Stone e tantomeno a Voi. Questo lo so bene perché, Ve lo confesso, ho dovuto buttare giù due bicchierini di rosolio prima di poterlo fare io.
Ma vengo al dunque. Ho ascoltato il brano con simpatia. Mi sono riconosciuta. Ci siamo riconosciuti tutti. Del resto è questo il segreto delle canzoni popolari: non raccontano una persona, raccontano delle categorie umane. Voi non avete cantato del Vostro paese. Avete scritto del Paese Italiano. Il verso “La storia è uguale, Sicilia e Calabria, da Bari fino a Sorrento”, è una dichiarazione discutibile dal punto di vista storiografico, ma da quello sentimentale è inattaccabile, perché la geografia emotiva non funziona come quella politica.
Solo, permettetemi alcune precisazioni.
Capisco che Maria Rita possa sembrare un po’ bidimensionale a chi la vede sempre e soltanto con un lenzuolo in mano. Del resto, se uno viene in paese dieci giorni l’anno e per una singolare legge della probabilità la incontra tutte e dieci le volte mentre stende, è comprensibile che finisca per credere che quella sia tutta la sua esistenza. Vi assicuro che non è così. Maria Rita, per esempio, sa distinguere a colpo d’occhio un temporale vero da uno che gira largo, ricorda perfettamente in quale estate il figlio ha smesso di chiedere di essere accompagnato al mare, ha un’opinione sorprendentemente severa sui pomodori comprati a luglio e una memoria dei torti familiari che farebbe impallidire un archivio notarile. Poi, certo, stende anche le lenzuola. Ma sarebbe come dire che Glenn Gould era uno che premeva dei tasti.
Capisco anche la tentazione di descrivere i bambini che giocano a pallone come una specie di elemento d’arredo urbano con le ginocchia sbucciate. Una formazione permanente, come i lampioni o i pini. Ma quei bambini non sono mai gli stessi. Cambiano sempre, senza che quasi ce ne accorgiamo. Quelli che ieri vedevate tirare due calci a un Super Santos sono diventati quelli che parcheggiano in doppia fila, che accompagnano i figli agli allenamenti, che discutono di mutui o di anche doloranti. Nel frattempo hanno scoperto che il più bravo della compagnia non sarebbe diventato mai un calciatore e che il più scarso, invece, sarebbe diventato un padre premuroso. Hanno cambiato squadra, fidanzata, lavoro, città, idea politica e taglio di capelli. Alcuni, per la verità, non hanno più toccato una palla.
Nel caso delle Madonne nelle chiese, signora Brancale, consentitemi di dire che il Vostro pezzo è un po’ sbrigativo. Le presenta come se fossero tutte intercambiabili. Ma in un vero paese nessuno confonderebbe mai la propria Madonna con quella del comune accanto. Sarebbe come scambiare due zie soltanto perché si chiamano entrambe Maria. Ce n’è una con gli occhi buoni, una che sembra ascoltare in silenzio, una davanti alla quale viene spontaneo abbassare lo sguardo, un’altra che dà l’impressione di non scandalizzarsi più di nulla. Teologicamente saranno anche la stessa Madonna. Paesanamente, Ve lo assicuro, non ne esiste una uguale all’altra.
Quanto a me, molti pensano che sia pigra e che non abbia proprio voglia di stare in piedi. È un malinteso frequente. Si sopravvaluta terribilmente la posizione eretta. Come se il valore di una persona dipendesse dal numero di passi registrati su uno di quei marchingegni che molti portano al polso. La sedia, invece, è un’arte con un lunga curva di apprendimento. Con questa sedia ci siamo scelte a vicenda. Conosce il punto esatto in cui la schiena vuole essere sostenuta, scricchiola solo quando è necessario e non pretende di migliorarmi la postura. Dopo una certa età non si cerca più la sedia più bella. Bisogna imparare a occupare lo spazio senza invaderlo, a partecipare a una conversazione anche quando non è rivolta a noi, a riconoscere dal rumore di una serranda se il negoziante è di buon umore e dal modo in cui qualcuno parcheggia se è rientrato solo per il fine settimana oppure ha litigato con la moglie. Noi signore delle sedie sembriamo inattive soltanto a chi confonde il movimento con l’operosità. In realtà facciamo una cosa faticosissima: prestiamo attenzione. Di questi tempi, è molto più raro trovare qualcuno che sappia osservare bene che qualcuno disposto a fare una camminata veloce.
Naturalmente la Vostra canzone, signora Brancale, fa quello che deve fare una canzone. Trasforma delle persone in figure. È sempre stato così. Da secoli l’idea di paese italiano funziona come un presepe destagionalizzato che ha dimenticato di rimettere via le statuine dopo l’Epifania. C’è chi sta seduto, chi stende, chi si affaccia, chi porta la banda, chi frigge le pettole, chi litiga con il cognato, chi prepara le luminarie. Non siamo personaggi. Siamo funzioni narrative. Basta che stiamo al nostro posto e il ritornello può finalmente cominciare.
Ma provate a pensarci. Nel presepe il pescivendolo vende pesce per l’eternità. Il fornaio inforna pane per sempre. Il pastore dorme a tempo indeterminato.
Invece, noi paesani abbiamo avuto un’infanzia, un carattere, un amore sbagliato, una canzone che non sopportiamo e un’altra che ci commuove ogni volta senza sapere bene perché.
Per questo, quando tornate ad agosto e ci trovate ancora qui, non pensate che siamo rimasti fermi. Pensate piuttosto che siamo rimasti abbastanza a lungo nello stesso posto da accorgerci di tutti i movimenti che, passando troppo in fretta, Voi non avete visto.
Con affetto,
la signora sulla sedia (quella che salutate ogni estate senza sapere quasi mai come si chiama).















