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Lettera a Battiato da un ragazzo italiano che non sa ballare bene

‘Voglio vederti danzare’ e il suo videoclip ci hanno insegnato due cose: pensare in grande e ballare in piccolo. Rappresentano tutto Battiato: il desiderio di conoscenza, l’ironia, la tendenza alla citazione

Franco Battiato nel video di 'Voglio vederti danzare'

Quando si pensa ai grandi della musica come di qualunque altra forma d’arte, in special modo quando sono così grandi che ne condensano molte in una e, soprattutto, quando in tanti e migliori di te li hanno già benedetti per tutto, può capitare anche di doverli ringraziare per delle cose relativamente piccole. Come accade con Franco Battiato ai ragazzi italiani che non sanno ballare bene.

Per questi ragazzi Voglio vederti danzare (1982) e il suo videoclip sono stati il vademecum per la preparazione a un doppio esame di abilitazione: il primo a pensare in grande e il secondo a ballare in piccolo.

Solo un artista delle dimensioni culturali e fisiche di Franco Battiato avrebbe potuto realizzare una sintesi così perfetta tra palese solennità dell’intenzione intellettuale e apparente, maldestra realizzazione corporea, come quella che avviene nei minuti centrali del videoclip. È e sarà sempre occasione di pura gioia e meraviglia il contrasto tra quelli che sembrano esercizi di aerobica fatta malvolentieri e la concentrazione assoluta con cui Battiato li esegue.

Per quanti studi e raffronti si possano fare sulle fonti di quelle mosse, non sarà mai sciolto il dubbio su quale linea editoriale prevalga in Battiato, tra l’ironia verso il linguaggio della coreografia pop (che allora cominciava a imperare e in cui la produzione di Battiato, quasi suo malgrado, si immetteva) e il rispetto sacrale verso le culture rappresentate nell’introduzione e nel finale del video. Probabilmente nessuna delle due.

Questa clip brevissima ed eterna è un manuale teorico-pratico del rapporto tra testo e video, cervello e ginocchia, e la postura ironica che Battiato sempre assume producendo musica pop si fonde con quelle movenze da calabrone che, in relazione al peso del suo pensiero, non è adatto alla danza, ma lui non lo sa e balla lo stesso, con la lingua che si fa coreografa della mente e i passi sintassi del corpo.

Nel labiale dei primi piani, leggermente fuori sincrono, Battiato sembra, a un tempo, cantare e sussurrarci telepaticamente: Non aver paura mio sofferente, disarmonico ascoltatore – cresciuto nell’isolamento della provincia ma pronto ad aprirti a universi separati dal tuo – di guardare con serenità al resto del mondo, per quanto diverso e lontano da te possa essere. Nel frattempo, se capitasse, non aver paura di muoverti male. In fin dei conti voglio solo vederti danzare.

Battiato balla come uno spilungone colto e riflessivo che sarebbe tentato di restare seduto a scrivere o a comporre ma che, tirato per la giacchetta, si scatena a modo suo. E finisce per entusiasmarsi al punto che le parole Voglio vederti danzare, e lo stupore che ne consegue, prima ancora che a noi, sono un invito di Battiato a sé stesso. Un permette questo ballo riferito a una danza che farà, di fatto, in solitaria ma che, simbolicamente, connette il Battiato radicale sperimentatore musicale a quello del bambino, giocoso ma profondissimo, che il Maestro deve essere stato. E Battiato a noi.

Le consuete quadriglie di associazioni di idee che sono tra i marchi di fabbrica dei testi e degli ipertesti di Battiato lasciano qui spazio a una soluzione essenziale ed esistenziale. Oltre i confini del semplice coordinamento psicomotorio (la cui priorità le movenze del Maestro sembrano confutare), il desiderio profondo di conoscenza e l’istinto di mettere semplicemente in moto i piedi sono affratellati come la tendenza alla citazione e all’ispirazione poetica, tipiche del corpus battiatiano. Ma qui tanto di più, proprio perché è la prima, grande occasione in cui il Maestro sembra fare i conti definitivamente non solo con il linguaggio del pop musicale (cosa che aveva già ampiamente intrapreso ne La voce del padrone, l’album precedente a quello in cui compare Voglio vederti danzare, L’arca di Noè) ma anche con quello delle sue conseguenze visive: il videoclip. La sfida vinta è stata di utilizzare la nuova grammatica non a detrimento della sua visione del mondo, ma a beneficio del grande pubblico della musica leggera.

Come ci hanno insegnato i passi della tribù cui Battiato si reca in visita nel prologo del video, il più intricato rituale religioso di danza e il ballo spontaneo e scombussolato di un cantautore possono somigliarsi talmente da costituire praticamente la stessa coreografia.

Il sovraccaricarsi delle citazioni e delle evocazioni di altre forme di danza nelle strofe del brano (dalle balinesi ai romagnoli) non serve solo come testamento multiculturale delle vaste conoscenze di Battiato in termini di danze orientali e occidentali comparate. Quelle evocazioni di altri paradigmi servono soprattutto in funzione della liberazione che arriverà nel ritornello: “E gira tutto intorno alla stanza mentre si danza”. Nelle strofe Battiato sciorina una vera e propria piccola enciclopedia coreografica, tra misticismo (i monaci mendicanti rotanti) e piaceri più materiali (i valzer viennesi). Ma la danza, così come la stanza, del ritornello sono solo le sue, e le nostre.

Battiato ci sta dicendo che sebbene conosca tutto quello di cui parla, nonostante abbia visitato personalmente (come attesta il prologo del video) numerose tra queste popolazioni ballerine, niente di quello che si possa sapere delle danze di tutte le epoche e di tutti i luoghi conta quanto il danzare. E proprio quando si sa tanto la rinuncia al predominio della testa sulle membra assume ancora più valore.

Qui sta il cuore della lezione più alta che Battiato potesse fare ai ragazzi italiani che non sanno ballare bene. Grazie a Battiato non ci sarà mai più bisogno di essere antropologi culturali o Oriella Dorella per goderci un ballo diversamente armonico. Balla come viene e pensa come si deve, ci sprona. Cioè: liberamente. Se ballerai smettendo di pensare troppo a come ballare, l’anima, piroettando, ti si aprirà come una tunica di derviscio.

In fin dei conti il Maestro è un po’ come quell’utente di un tagadà che, mentre tutti gli altri restano seduti sulla panca circolare, a teorizzare sul se e come sarà possibile evitare volare fuori dalla giostra, effettivamente si alza in piedi, raggiunge il centro della pista e, saltellando, riesce a restare in equilibrio, facendo diventare un concerto la sua rotazione e quella del mondo intorno a lui.

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