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L’epica carriera e le contraddizioni di James Brown

L’infanzia, il rapporto feudale con i suoi musicisti, le difficoltà con i figli: in anteprima il capitolo dedicato a Brown di ‘Mi porta a casa, questa curva strada’, il libro di saggi del critico musicale Ian Penman

James Brown

Foto Bruno Vincent/Getty Images

James Brown e Frank Sinatra, Elvis Presley e Prince, Charlie Parker e Donald Fagen, la cultura mod e il fenomeno hipster: sono alcuni dei temi trattati in Mi porta a casa, questa curva strada, il libro di saggi musicali di Ian Penman – firma di NME, The Wire e del Guardian – pubblicato in Italia da Edizioni di Atlantide. Attraverso la storia di questi artisti e delle scene musicali, Penman racconta alcuni snodi fondamentali della cultura popolare del Novecento. Tra un saggio e l’altro, scrive, «potrebbe esserci una rete di indizi, consigli e suggestioni seminascosti che si insinua tra le righe o dietro di esse e aspetta soltanto di essere trovata. Il filo conduttore è una tesa dialettica tra il disordine e talvolta la disperazione della vita privata degli artisti di cui si parla e l’eleganza, l’economia quasi soprannaturale delle loro canzoni». In anteprima su Rolling Stone le prime pagine di uno dei saggi più apprezzati del libro, quello dedicato a James Brown.

Did he feel good? Vita e carriera epiche di James Brown

La leggendaria nomea di professionista infaticabile – “the hardest working man in show business” – che ha sempre accompagnato James Brown era in parte una sparata virile e in parte un arguto slogan pubblicitario. Al lavoro è stata una settimana pesante? Ci pensa Lui a fare uno spettacolo che ti tira su il morale e cancella la sofferenza. Dedicava alle sue esibizioni lo stesso impegno che i membri del suo pubblico mettevano nei loro impieghi di bassa categoria. Lo show-business era un lavoro da uomini, lavoro pesante, tanto sudore della fronte quanto colpo di coda del mantello. Il pubblico sapeva di aver speso bene i soldi del biglietto; e se c’era una cosa che Brown capiva meglio di tutte, erano i tanti utilizzi e valori, materiali e simbolici, dei soldi. Non partiva mai per una tournée senza un bel sacco di contanti pronti all’uso: per pagare bustarelle, placare le tensioni, spianare gli ostacoli. Quando morì furono ritrovate, nascoste nelle pareti di casa sua o sepolte nei suoi terreni, diverse scatole piene di contanti. Nato nel 1933, Brown imparò la caparbietà negli anni Cinquanta, in un ambiente della musica che era un rozzo garbuglio di egemonia mafiosa e profitti fuori dal comune. Credeva nel potere redentore del farsi un mazzo tanto come altri credevano nel sangue dell’agnello. Da sincero sostenitore del Sogno Americano e del suo ethos individualista, non capiva perché il colore della pelle dovesse essere un ostacolo nella corsa ad accaparrarsi le gioie della vita. Farsi il mazzo fu lo strumento con cui plasmò il suo destino in un mondo fazioso; il successo che raggiunse fu il prodotto di una volontà e di una determinazione quasi tiranniche. E anche come persona sapeva darci dentro senza compromessi. Quasi mai tollerava che gli si dicesse di no, a prescindere da ciò che pretendeva: fare un altro bis, andare a letto con lui, rinunciare alle tue royalties. Tanto nella musica quanto nelle astuzie, Brown non era un raffinato seduttore con l’anello al mignolo. Non possedeva un briciolo della dolcezza da incantatori di serpenti dei soul men delle generazioni successive. Secondo il cliché, la chiave della seduzione musicale starebbe nel nascondere l’artificio dietro un’immagine di spontaneità che è invece calcolatissima: Brown prese tutt’altra strada ed enfatizzò i dettagli che gli altri artisti lasciavano nell’ombra. Ascoltando certi suoi classici – Cold Sweat, Out of Sight, Get Up (I Feel Like Being a) Sex Machine – si ha la sensazione di origliare un gruppo all’undicesima ora di prove; l’atmosfera è agitata da risposte sboccate, istruzioni sbraitate e irriverente gergo da musicisti. Non si può non cogliere lo sforzo indispensabile a evocare quel ritmo sincopato ed effimero.

La musica di Brown sembra totalmente subordinata al suo frontman, guidata nient’altro che dal suo tono stridulo e scartavetrato. In realtà, per apprezzarne il palpito nascosto bisogna scendere dove sono basso e batteria, con le loro frequenze da scantinato, a dare scossoni sotto i piedi di Brown. Se non siete mai stati troppo convinti dell’importanza del bassista in un gruppo, mettete su Sex Machine e cercate di entrare in sintonia con William “Bootsy” Collins mentre snocciola una linea sinuosa, cruciale; sono il basso e la chitarra a metterci l’armonia, i vocalizzi di Brown hanno più la funzione di percussioni disordinate. È musica che si fa un mazzo così: si intuiscono il sudore, i ghigni sulle labbra dei suonatori. Sembrerebbe superare ogni logica e andare dritta al sacroiliaco, non mette mai davvero l’enfasi dove ci si aspetta. Brown aveva un modo tutto suo di definire questa maniera ipnotica di sincopare il ritmo: la chiamava “The One”.

Il titolo della nuova biografia di Brown, The One, scritta dal giornalista musicale R.J. Smith, sembrerebbe alludere proprio a questo, ampliando però il significato del termine a “l’unico e il solo”, l’eccezione a tutte le regole. E Brown, al suo apice, era una montagna di contraddizioni. Predicava la rivoluzione nera ma corteggiava i potenti mediatori politici repubblicani. Si beava di essere stato eletto “imprenditore nero dell’anno”, ma faceva investimenti fallimentari e si rifiutava testardamente di pagare le tasse. Aveva bisogno di sentirsi amato e celebrato nel suo quartiere natio, in Georgia, benché tra i residenti insistessero a circolare voci su bollette insolute e promesse infrante. In pubblico faceva di tutto per presentarsi come uomo onesto e rispettabile, in privato si comportava come un capoclan mafioso. Si spacciava per forte e affidabile figura paterna, ma a quanto sembra non voleva avere niente a che fare con la stancante quotidianità del crescere un figlio. Ufficialmente ebbe nove figli da tre o quattro donne (e altri la cui identità rimane controversa). Per motivi soprattutto politici cercava di proiettare un’immagine che fosse il più lontana possibile da quella dell’indolente padre part-time, ma pare che fosse proprio disarmato davanti alla presenza, alla spontaneità, all’imprevedibile bisogno di affetto dei bambini.

Brown stesso visse un’infanzia che si può ritenere orribile persino rispetto alla media dell’epoca. Anzi, potremmo dire che non la visse: passò direttamente dalla culla alla strada, a imparare l’arte dell’intrallazzo amorale e a tutti i costi. Come Richard Pryor e Billie Holiday, imparò il rapporto tra amore e denaro nel bordello di una sua parente. Forse fu proprio perché non ebbe una vera infanzia – nessun porto sicuro fatto per giocare, dove certe consapevolezze condivise si formano senza fretta – che quello spazio rimase vuoto e denso di ansie. Non riusciva a giocare con i suoi figli perché non aveva mai imparato a farlo. Per lui lo svago era sempre lavoro, il lavoro mai uno svago. La sua musica evoca una sensazione affine: anche nei momenti più pietosi o supplichevoli mantiene una carica di caparbietà quasi minacciosa, che sfiora la follia.

Quei brutti primi anni di vita influenzarono le sue relazioni con il prossimo anche da adulto. Brown preferiva quasi sempre la compagnia di gente che si aggirava nell’ambigua terra di mezzo tra il lavorare sodo e il trafficare più losco e sfacciato. Gli piaceva mettersi alla prova sfidando in furbizia personaggi dai quali lui per primo sapeva di poter rimanere fregato. Gli piacevano i truffatori meschini e i vili furfanti, specialmente quelli bianchi e sudisti (una delle sue amicizie più durature – anzi, duratura e nient’altro – fu nientemeno che quella con Strom Thurmond, furbissimo e indistruttibile politico del Sud). Aveva un debole per gli approfittatori che lo sfruttavano anteponendo i propri interessi ai suoi, ma trattava la sua famiglia e i suoi musicisti con sdegno feudale e finta incomprensione. Tutto questo, alla lunga, si dimostrò fatale sia sul piano personale che finanziario.
Un suo stretto collaboratore citato da Smith dice che Brown era «subdolo, di un’ipocrisia fuori dal comune, e faceva apposta – proprio apposta – a non farsi capire». Con lui non potevi vincere. Se cedevi ai suoi trucchetti mentali, eri un debole. Se gli tenevi testa, ti esiliava. In tanti, appena cominciavano a capire che sarebbero finiti male in ogni caso, lo mollavano (alcuni degli aneddoti qui spezzano il cuore, per esempio la figlia ignorata come se non esistesse soltanto perché, nell’ultima fase della vita del padre, aveva commesso l’insubordinazione di volergli portare aiuto). Brown non stava ad ascoltare nessuno: «Non me lo dici tu / come badare ai cavoli miei!» cantava, o meglio, ripeteva come in un mantra. E per questo a inizio carriera snobbò i consigli degli agenti e degli impresari bianchi che gli dicevano di ammorbidire la sfacciata negritudine del suo modo di porsi. E per questo, in un periodo successivo, si rifiutò di attenersi alla prudenza ideologica del copione che gli avevano preparato i grandi manovratori politici neri. Su certi temi, Brown ci teneva a essere chiaro come il sole. Più che il titolo di una canzone, I Don’t Want Nobody to Give Me Nothing (Open Up the Door, I’ll Get It Myself) – “Non voglio avere nulla da nessuno (aprite la porta e vengo a prendermelo io)” – è l’embrione di un manifesto politico. Si faceva chiamare “Funky President”, e certe sue prese di posizione erano da conservatore nero sui generis: contro la droga, a favore della scuola, contro la rivoluzione, a favore del farsi un mazzo così.

Spronava i neri a non ribellarsi. Nutriva una profonda diffidenza per chi giustificava la propria indolenza o i propri fallimenti appellandosi al razzismo congenito della società. Per come la vedeva Brown, la colpa o il merito sono soltanto tuoi, l’uomo è quello che fa: deve avventurarsi in un mondo ostile e plasmarlo secondo i suoi desideri. Brown non voleva saperne di dare la colpa ai bianchi: era in guerra con il destino, lui. In questo senso era daltonico. Niente e nessuno potevano fermare il progresso della sua irresistibile volontà. In parte era una forma di esibizionismo (uno dei suoi tanti espedienti da teatrante di strada per convincere la gente a fermarsi e guardarlo), in parte qualcosa di più profondo, che suscitò un serio malcontento nello zoccolo duro del suo pubblico nero.

Tratto dal libro di Ian Penman MI PORTA A CASA, QUESTA CURVA STRADA
Per gentile concessione di Edizioni di Atlantide e Fitzcarraldo Editions
Copyright Ian Penman, 2020

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