L'elettronica riparta da 'In Sides' degli Orbital | Rolling Stone Italia
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L’elettronica riparta da ‘In Sides’ degli Orbital

Venticinque anni dopo, l'album dei fratelli Hartnoll suona ancora come un capolavoro piena d'inventiva. Bisogna creare e pretendere altri dischi come questo, per non accontentarsi di David Guetta

Gli Orbital nel 1992

Foto: David Corio/Redferns

Ci si sta accapigliando attorno a come saranno le discoteche i club del futuro (se e come rinasceranno), attorno a come anche il passato glorioso e arty possa essere una linea guida per delle rinascite (vedi il crowdfunding del Cocoricò, tutto citazionista degli anni d’oro teatranti e artistoidi del superclub riccionese), attorno a quanto si debba ripartire dai dj resident di qualità di casa propria o quanto invece sia necessario contare sempre sulla grandeur del mega ospite collaudato, per far sentire a tutti l’abbraccio del ritorno alla, ehm, normalità e del clubbing poderoso – quello a grandi capitali, grandi stelle, grandi folle e dancefloor bombati. Come andrà a finire davvero non si sa.

Però si sa una cosa: in una fase nel settore di profonda frattura e difficoltà come quella attuale (perché non è solo la pandemia, eh no: già prima di essa il mondo della notte e delle danze era molto lontano dalla piena espansione degli anni ’90 e dei primi 2000, ma invece viveva e vive – salvo non troppe eccezioni – anche e soprattutto su difficoltà e debiti, o almeno profitti drasticamente in calo), ecco, dicevamo, in una fase come questa bisognerebbe in realtà avere il coraggio di inventarsi nuove strade. Con personalità.

Bene: nuove strade e personalità sono due caratteristiche che proprio nitidamente impreziosiscono uno dei dischi di musica elettronica più belli di sempre, di cui proprio oggi cade il venticinquennale della pubblicazione. Era infatti il 29 aprile 1996 quando usciva, sulla benemerita label FFRR fondata da Pete Tong, In Sides degli Orbital. Ora: che i due fratelli Hartnoll, titolari della ditta, fossero gente di classe superiore nel variegato mondo dell’elettronica anglosassone nata dai rave e dalla rivoluzione sonora dell’acid house, quindi nel passaggio tra gli ’80 e i ’90, era già ampiamente chiaro a tutti. La tripletta composta dal Green Album (1991), dal Brown Album (1993) e da Snivilisation (1994) è di suo già da antologia, e altrettanto lo erano all’epoca i loro live, con tanto di velenose dosi di sense of humour – una cosa purtroppo sempre più assente nella musica da club odierna che ormai, da oltre un ventennio, si prende drammaticamente sul serio. Esempio pratico: molti si ricorderanno (fra chi c’era con coscienza e attenzione in quei primi anni ’90) di quando la celestiale e soave Halcyon, costruita sviluppando un sample di It’s a Fine Day degli Opus III, veniva sporcata dal vivo da schegge di brani sfigatissimi come You Give Love a Bad Name di Bon Jovi o Heaven Is a Place on Earth di Belinda Carlisle (sfigatissimi soprattutto per chi si sentiva alfiere di una nuova frontiera musicale come l’elettronica ma ecco, forse proprio sfigatissimi in generale).

Poi, non era solo dancefloor selvaggio e non era solo rave o post rave, la musica degli Orbital. Anche se è da lì che arrivavano, ed è da lì che hanno spiccato il salto. Tuttavia è con In Sides che i due fanno un passo avanti che lascia davvero di stucco: un passo che riesce ad essere al tempo stesso a margine, e contemporaneamente verso il centro delle cose. È un disco coltissimo, ben poco danceflooriano e ballereccio, anche se non mancano certo delle notevoli tensioni ritmiche (vedi Petrol, non a caso finita nella colonna sonora di Wipeout, i gamer appassionati di techno ed elettronica saranno già commossi al solo evocare il nome); un disco con ovunque un approccio armonicamente e melodicamente notevolmente colto, che ricorda per certi versi i Plaid – avete mai notato quanto The Box potesse essere stata fatta pure da Turner e Handley? – o in altri momenti le trame complesse e distopiche dei coevi Future Sound of London, tanto per citare altri grandi irregolari – e colpevolmente troppo poco celebrati – eroi della musica elettronica (post) rave.

Sono però semplici reference queste, non si tratta di furbe scopiazzature: un riconoscibile marchio-Orbital è presentissimo infatti in tutte e nove le tracce di In Sides. Anzi: è ancora più profondo rispetto ai dischi precedenti. Perché è incredibilmente più curato nei suoni e negli arrangiamenti (la batteria è in molte parti live, ed è stata registrata microfonandola in quindici punti diversi); perché ha più che in passato il gusto dell’attesa, della pazienza, della calma, della malinconia, e questo senza adagiarsi nella tappezzeria spigoloso-robbosa, che è quello che (troppo…) spesso oggi ci è rimasto dell’elettronica non-da-pista-da-ballo, in un compasso che va da Jaar ad Arca.

Risente anche molto dell’allora imperante verbo jungle/drum’n’bass, In Sides, certo. Oggi pare difficile crederlo, ma ci sono stati anni in cui pareva non fosse in alcun modo possibile possibile ignorare le striature jungle qualsiasi genere si facesse, se si voleva suonare contemporanei (ehi, ci cascò perfino David Bowie, peraltro con dei risultati per nulla male). Bene: gli Orbital più e meglio di chiunque altro in quel periodo seppero filtrarle, le suddette striature, in questo album: ci sono infatti accenti e suoni che rimandano a quel macrocosmo sonoro, pure parecchi, ma lo fanno in maniera davvero trasfigurata e adulta, non calligrafica e furbesca. Devi coglierle in filigrana, insomma. Non ti sono sbattute in faccia. Tutt’altro. Devi andartele a cercare.

Ecco, proprio questo è uno snodo importante. In Sides, più di tantissimi altri album nella storia della musica elettronica di matrice dance, richiede un ascolto attivo, consapevole, curioso – le tre cose però rigidamente assieme. Non è un disco altero e scostante, che se ne sta sdegnato sulla sponda della sperimentazione e dell’odio verso il pop e l’ascoltabilità; non è un disco paraculo, che insegue il suono del momento (che si tratti del momento delle classifiche o degli hipster influencerini di turno o della dj superstar che viaggia in jet privato, beh, sono solo facce della stessa medaglia); non è un disco facile, perché il brano più corto è lungo sei minuti e non stiamo parlando di tool da pista che tengono lo stesso loop all’infinito per compiacere la pista in fattanza ma di tracce composite ed articolate; non è infine un disco privo di memoria, perché ad esempio la lunghissima e liquida suite electro Out There Somewhere chiama in campo il miglior spirito dei Drexciya, ovvero quattro quarti di nobiltà techno-electro detroitiana, con tutto quel che ne consegue a livello di spirito, attitudini, immaginari.

Insomma: è brutto ed antipatico e da vecchiardi in affanno fare discorsi passatisti di questo tipo però sì, In Sides, riascoltato ancora oggi rimette a posto un sacco di dischi di elettronica fatti passare per capolavori incredibili nell’ultimo decennio. E, sempre riascoltato oggi, non dimostra nemmeno mezza ruga: è infatti invecchiato benissimo, meglio di altri capolavori assoluti (pensiamo ad esempio a Timeless di Goldie, che sarà sempre un pezzo di cuore per chi scrive e un capolavoro dell’umanità, ma onestamente oggi suona datato in più d’un aspetto).

La copertina di ‘In Sides’

In più, tanto per aggiungere ulteriori elementi, è anche un disco uscito in quel 1996 che era stato l’anno – vi rendete conto? – in cui la musica elettronica di qualità era al centro dell’immaginario collettivo musicale popolare come oggi potrebbe esserlo l’indie, la trap o l’EDM. Sì: in quell’anno gli Underworld con un ferocissimo brano 100% techno come Born Slippy andavano al numero uno in tutte le classifiche (a partire da quelle italiane), e solo pochi mesi più tardi uscivano album Dig Your Own Hole (la consacrazione dei Chemical Brothers) o Fat of the Land (i Prodigy che conquistano il mondo), guadagnandosi l’airplay che oggi si pigliano un Ghali, uno Sfera, un Guetta. Ma al di là di questo, che pure è già notevolissimo, la musica elettronica tutta veniva vista come la nuova frontiera della cultura popolare più avanzata. Oh sì. Oggi che è, invece? È o un sabba di travet dello (s)ballo e della festa da weekend, oppure un rifugio per gli snob più accigliati e illuminati. Tutto ciò che è popolare se l’è preso nell’ultimo decennio l’EDM: che invece di ragionare su immaginari nuovi e scenari alternativi non ha fatto altro che rendere più danzabile e pompato il pop, il caro, vecchio, banalissimo pop. Non è una colpa, sia chiaro. Anzi, magari è pure una cosa interessante, via. Ma quello che succedeva a metà anni ’90 negli scenari dell’elettronica era radicalmente diverso: era cioè decisamente più innovativo e personale da un lato, ma dall’altro era incredibilmente capace di conquistare i cuori e l’attenzione delle persone più diverse, e magari più insospettabili.

In Sides è stato insomma il vertice assoluto degli Orbital, che impiegheranno più di quindici anni per riprendersi con un disco all’altezza (i suoi seguiti sono infatti un po’ vuoti d’ispirazione, il ritorno alla forma – effimero, ma bellissimo – lo si è avuto con Wonky nel 2012), ma anche l’elettronica danceflooriana più colta – quella in grado di parlare a pubblici diversi e compositi, e non necessariamente solo ai militanti da club – non ha più ritrovato nel nuovo millennio la stessa capacità di innovare ed innovarsi. Venendo così non a caso soppiantata, nei favori e negli ascolti in stream delle nuove generazioni di ventenni, o da altri generi musicali, o da versioni semplificate più ottusamente da pista e da fattanza balearico-berlinese, o da imbastardimenti interessanti col rock (fidget house, Justice, eccetera, ma è durata poco) e col disco-pop (Daft Punk da Discovery in poi, poi di lì l’EDM e tutto il guazzbuglio post EDM fatto di tropical house ed altre definizioni fondamentalmente ad cazzum).

Qui bisogna darsi da fare, insomma. Bisogna creare, e pretendere, altri dischi come In Sides: sennò ce li meritiamo tutti, David Guetta e Paul Kalkbrenner. Mentre nel frattempo spopolano rapper, trapper e figli annacquati di Battisti.

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