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Le radici segrete del reggaeton

Lo stile di Porto Rico discende dalla musica africana, eppure i discografici discriminano gli artisti di colore. L'accusa: «Hanno preso a piene mani dalla tradizione afro-latina, ma fanno suonare questa musica ai bianchi»

I musicisti reggaeton La Sista, Ivy Queen e Tego Calderón

Foto courtesy of La Sista; John Parra/WireImage; Jean Baptiste Lacroix/WireImage

Maidel “La Sista” Canales ricorda chiaramente la febbre da reggaeton degli anni ’90. A 16 anni ha formato col fratello maggiore il duo Los Brothers, che si esibiva nelle strade e nei festival culturali di Loíza, a Porto Rico. «Tutti in città volevano essere un reggaetonero», dice Canales, che oggi ha 36 anni.

La rapper ricorda anche che nei primi anni del genere gli artisti neri erano tantissimi. E invece oggi le facce più riconoscibili del reggaeton sono quasi tutte bianche. Pensate a chi occupa i primi posti delle classifiche latine: il genere è dominato da Bad Bunny, Karol G, Anuel AA e J Balvin. Nonostante alcuni artisti neri come Don Omar, Ozuna e Sech abbiamo assaggiato la fama internazionale, l’arrivo del genere nel mainstream è coinciso con l’allontanamento dalle radici nere.

«Una volta ho lasciato un commento sotto a un video di Bad Bunny: ‘Quand’è che metterai una ragazza nera in uno dei tuoi video? Sarebbe bello vederne una’», racconta Canales. «Giuro di averne vista una nei video successivi!».

Canales è cresciuta a Loíza, una città costiera afro-portoricana con una ricca storia musicale che inizia molto prima del reggaeton. Lì nasce la bomba, tradizione musicale arrivata nell’isola dagli africani schiavi dei colonizzatori spagnoli. Diverse tribù usavano la bomba e il ballo come mezzo di comunicazione nei campi di cotone, dove non potevano parlare tra di loro. Oggi il genere continua a vivere come mezzo d’espressione dell’identità nera di Loíza.

«Molti artisti reggaeton hanno incorporato nella loro musica la bomba, e l’hanno fatto perché ne conoscono le radici», spiega Maricruz Rivera-Clemente, fondatrice di Corporación Piñones se Integra, organizzazione comunitaria a Loíza. «Tego Calderón lo faceva, ed è stato vitale sia per la bomba che per il reggaeton».

Calderón, che fa parte della scena dal 1996, è uno dei musicisti più influenti del primo periodo del genere. Nei suoi testi ha sempre parlato della condizione dei neri di Porto Rico. In Loíza, la sua canzone più famosa, racconta gli episodi di razzismo subiti dai neri Boricuas, dicendo: “Vogliono farmi credere che sono parte di una trilogia razziale / Dove tutti sono uguali e senza trattamenti particolari / Avete scambiato le catene con le manette / non siamo uguali di fronte alla legge / e questo è provato in tutti i tribunali”.

«Tego Calderón era la voce di tutti i neri di Porto Rico», dice Canales. «È stato una grande influenza anche per me. Anche se non viene da Loíza, mi ha motivato a condividere con gli altri cosa significa venire da qui».

Ivy Queen, la First Lady del reggaeton, ricorda quanti attacchi riceveva Calderón a causa del suo aspetto. «Si è preso tutte le colpe solo perché aveva i capelli afro e lo swag», dice Ivy Queen. Da diverso tempo Calderón appare raramente in pubblico, e ha rifiutato di rispondere alle domande di Rolling Stone.

Rivera-Clemente è convinta che oltre ai punti di contatto musicali, la bomba e il reggaeton condividono anche radici ideologiche. «Vengono entrambi dalla sofferenza, da luoghi dove non siamo riconosciuti», dice. «All’inizio il reggaeton era la musica dei giovani che denunciavano un sistema politico ed economico che li escludeva».

Oltre alla bomba, il reggaeton è stato influenzato dal primo hip hop americano e dal reggae giamaicano. Elías de León, fondatore di White Lion Records e forza trainante di superstar come Daddy Yankee, Calle 13, Nicky Jam e Tego Calderón, ricorda i primi giorni del genere. Quando aveva 17 anni, ha lasciato la sua casa in Torres de Sabana, un complesso di case popolari a Carolina, Porto Rico, per tentare fortuna nella scena musicale di New York. Passava gran parte del suo tempo a cercare dischi dancehall e hip hop nei negozi di Manhattan.

«Compravo gli album appena usciti e li portavo a Carolina, da DJ Playero e DJ Negro, due miei amici», racconta. «A Porto Rico nessuno aveva quella musica, perché non c’era internet». Playero e Negro cercavano di mixare quegli album per suonare quella che definivano “música underground”.

Ivy Queen ricorda di aver passato l’adolescenza ad ascoltare rapper come Das EFX, Onyx, Lil Kim e la cantante reggae Patra. Dice che quegli artisti neri erano le sue influenze principali e hanno ancora un certo peso sulla sua musica.

Oltre a Ivy Queen, anche Don Chezina, un pioniere del genere, aveva provato a usare il rap su un beat reggaeton. I “riddim”, suoni reggaeton che provenivano dalla diaspora africana mixati da DJ Playero e DJ Negro, avevano un ritmo irresistibile per il pubblico del posto, che ha iniziato a organizzare feste illegali nei garage. In quelle feste suonava anche Chezina.

«Il cuore della nostra musica viene dall’Africa», spiega la musicista, poi elenca una serie di artisti – come MC El General e il cantante giamaicano Shabba Ranks – che hanno contribuito alla nascita del “dembow”, il ritmo fondamentale di tutto il reggaeton. Un pezzo di Chezina, Tra Tra Tra, diventerà una delle prime hit internazionali del genere e attirerà lo sguardo di mezzo mondo verso i caseríos di Porto Rico.

Ancora oggi il reggaeton moderno contiene campionamenti dancehall e reggae. Murder She Wrote di Chaka Demus & Pliers è stata campionata in 54 canzoni, tra cui hit gigantesche come El Taxi di Pitbull, La Barría di Wisin y Yandel, Shaky Shaky e Que Tire Pa’lante di Daddy Yankee.

Inoltre, secondo lo studioso di musica Wayne Marshall, alcuni elementi strumentali di Dem Bow, una canzone di Shabba Ranks, sono stati usati nell’80% di tutti i pezzi reggaeton usciti dopo il 2008.

Petra Rivera-Rideau, autrice di Remixing Reggaeton: The Cultural Politics of Race in Puerto Rico, sostiene che la marginalizzazione delle voci nere del reggaeton è un fenomeno curioso, ma non così insolito. «L’industria discografica latinoamericana ha preso a piene mani dalle tradizioni culturali afro-latine, ma privilegia e dà priorità agli artisti bianchi», dice. «È un trend storico».

Canales ha vissuto in prima persona le dinamiche razziali in gioco nel genere. «Una delle ragioni per cui voglio avere successo con la mia musica è che tra tutti i reggaetoneras in giro, nessuno ha il mio aspetto», dice. «La maggior parte di loro ha l’aspetto che l’industria gli dice di avere. Ma in realtà, per le strade di Porto Rico non ci sono migliaia di ragazze come Natti Natasha».

Nel punto più alto della sua carriera, Canales lavorava insieme a Wisin y Yandel, Ivy Queen e Jowel y Randy. Tutto è cambiato all’improvviso, però, quando il suo manager Pablo “Calidoso” Delgado è finito in carcere. Canales si rifiuta di parlare dell’arresto.

«Era l’unico che aveva investito in me», spiega. «[Dopo l’arresto] ho bussato a tutte le porte possibili, e nessuno mi ha aperto». Canales era convinta che una delle ragioni fosse proprio il razzismo.

«Il razzismo esiste nell’industria discografica», afferma de León. «Chi dice il contrario è un bugiardo». Il produttore racconta di aver visto artisti subire un trattamento economico diverso sulla base del colore della pelle. «Nessuno parla di razzismo, lo negano. Ma esiste», dice Canales. «Ho molto talento ma è stata dura. Se avessi avuto un aspetto diverso, avrei fatto molto di più». Dopo una pausa di 10 anni, Canales continua a scrivere e pubblicare musica con lo pseudonimo La Sista.

Rivera-Rideau, invece, si domanda come mai la società latinoamericana consideri accettabile il white-washing. «Nessuno batte ciglio», dice. «E chi lo fa è trattato come se non sapesse di cosa sta parlando, perché sono tutti convinti che nei paesi latinoamericani il razzismo sia impossibile».

Il fenomeno può essere attribuito alla negazione della discendenza africana da parte della popolazione di Porto Rico. Secondo i dati dell’ultimo censimento americano, i tre quarti degli abitanti di Porto Rico pensano a se stessi come persone bianche. «C’è un problema di educazione», dice Ivy Queen. «I miei genitori sono neri, mia nonna è nera, la maggior parte delle persone di Porto Rico è nera».

Nonostante tutto, artisti come Canales hanno speranza nel futuro del genere. «La mia strada è stata dura, e quando parliamo di pregiudizi diciamo la verità», spiega. «Ma le cose stanno cambiando. Abbiamo avuto una Miss Universo nera, un presidente nero, e una grande corporation come la Disney assume sempre più attori neri. Il mondo sta capendo che ci dev’essere uguaglianza».

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