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Le migliori cover dei Beatles

La versione al testosterone degli Oasis, quella inquietante di Alice Cooper, la collaborazione tra David Bowie e John Lennon: abbiamo scelto le migliori interpretazioni delle canzoni dei Fab Four, sperando di non averne escluse troppe

Paul McCartney, George Harrison, Ringo Starr e John Lennon nel 1967

Foto di David Magnus/Shutterstock

Chiunque abbia preso in mano una chitarra almeno una volta nella vita ha fatto una cover dei Beatles, o quantomeno ci ha provato. Non è un caso, infatti, che il lavoro di John, Paul, George & Ringo sia universalmente riconosciuto come il più influente nella storia della musica pop e le migliaia di cover realizzate pescando dal catalogo dei Fab Four sono una testimonianza più che significativa. Si va da bambini prodigio a improvvisati crooner, da improbabili versioni death metal fino a sontuose realizzazioni orchestrali. Per orientarsi in questa regione sconfinata abbiamo stilato una guida, per quanto arduo fosse il compito: impossibile scegliere solo 20 tra tutte le reinterpretazioni dei Beatles, qualcuna andava esclusa. Abbiamo scelto le più strane, le più originali, quelle in cui l’arrangiamento veniva trasformato in una nuova veste sonora o più semplicemente quelle per noi migliori, e abbiamo deciso di includere soltanto una versione tra le decine e le decine che sono state realizzate praticamente per ogni brano del quartetto di Liverpool

Oasis “I Am The Walrus”

L’ossessione degli Oasis per i Fab Four è fatto arcinoto, con la band di Manchester che più di una volta ha portato sul palco cover dei Beatles, dalla versione acustica di Strawberry Fields Forever fino al mash up Within You Without You/ Tomorrow Never Knows ‘ripreso’ da Let Forever Be, brano dei Chemical Brothers realizzato con Noel Gallagher alla voce. Questa interpretazione ultra testosteronica di uno dei brani più rappresentativi di Lennon chiudeva spesso i concerti degli Oasis, ed è stata inclusa come b-side nel singolo Cigarettes and Alcohol e nella raccolta The Masterplan.

Sonic Youth “Within You Without You”

Nel 1998 la rivista NME convocò un gruppo di artisti per realizzare un progetto benefico intitolato Sgt. Pepper Knew My Father, ovvero un album tributo al capolavoro della discografia dei Beatles reinterpretato dalla prima all’ultima canzone. Tra la band coinvolte c’erano anche i Sonic Youth che, per l’occasione, scelsero il brano composto da George Harrison, il più influenzato dal rapporto del chitarrista con Ravi Shankar. Tuttavia, nonostante questo sia il brano più ‘indiano’ nell’intero catalogo della band di Liverpool, Lee Ranaldo e Thurston Moore non pensarono nemmeno per un secondo di prendere in mano il sitar, ricreando le atmosfere psichedeliche di Within You Without You attraverso echi e riverberi tirati al massimo, riuscendo a rispettare in pieno quella che era stata la visione sonore di Harrison. Il brano ebbe un forte successo, soprattutto tra la critica, tanto che i Sonic Youth decisero di includerlo nella deluxe edition di Daydream Nation.

Flaming Lips feat. Miley Cyrus “Lucy in the Sky with Diamonds”

Non ce ne voglia Elton John e la sua ottima versione di questo classico dei Beatles, ma è nella cover realizzata dalla strana coppia Miley Cyrus/ Flaming Lips che Lucy in the Sky with Diamond riceve la giuste dose lisergica, dove la psichedelia originale del brano è riprodotta dal clash sonoro più bizzarro degli ultimi anni. La cover è inclusa nell’album With a Little Help from My Fwends, l’omaggio con cui Wayne Coyne e soci reinterpretarono tutto Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band.

Candy Flip “Strawberry Fields Forever”

Da una band che prendeva il nome da una pratica, detta appunto candyflipping, in cui LSD e ecstasy venivano presi insieme nei club di MaDchester non potevamo aspettarci di meglio. Nella sua brevissima vita – appena due anni di attività – la band guidata da Danny Spence riuscì a piazzare la propria visione made in Haçienda dei Beatles sul podio delle classifiche inglesi, sfornando un classico della scena rave che, nell’estate del 1990, sarebbe passato anche dal palco del Festivalbar.

Sergio Mendes “The Fool on the Hill”

Questa cover realizzata dal re della bossa nova, è una delle sue tre reinterpretazioni in chiave carioca dei Fab Four, triade completata da Day Tripper uscita nel 1966 e With a Little Help from my Friends, pubblicata nel 1968. The Fool on the Hill, brano originariamente incluso in Magical Mystery Tour, venne adottata da Mendes come title track del suo sesto album in studio, il quarto insieme ai Brasil ’66. Nel disco è compresa anche la reinterpretazione di Scarborough Fair, brano di Simon & Garfunkel.

Michael Jackson “Come Together”

Tra le poche cover realizzate in carriera dal re del pop, questa versione di Come Together venne talmente jacksonizzata tanto da sembrare che Lennon e McCartney l’avessero scritta appositamente per lui. Il brano inciso da Jackson nel periodo successivo alla pubblicazione di Bad è stato poi utilizzato per la colonna sonora del film Moonwalker, uscito nel 1988. La canzone in formato audio, tuttavia, è rimasta inedita fino al 1992, quando è stata inclusa per la prima volta in forma estesa come b-side del singolo Remember the Time.

Alice Cooper feat. Bee Gees “Because”

Per questa cover venne messa in piedi una delle collaborazioni più assurde nella storia della musica, quella tra il principe dello shock rock e la band simbolo del falsetto in ogni sua declinazione. Questa versione surreale di Because venne realizzata per la colonna sonora del film Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, trasposizione cinematografica del leggendario album dei Beatles, prodotta dalla RSO sulla scia del successo de La febbre del sabato sera. Nella pellicola i Bee Gees vestono i panni di tre fratelli che devono recuperare degli strumenti musicali magici, trafugati da un gruppo di villain tra cui il diabolico Sun King, interpretato da Alice Cooper. Il film, chissà perché, fu un flop commerciale e ricevette critiche pessime, al contrario della colonna sonora, che conteneva tra le altre anche la funkadelica versione di Got to Get You Into My Life fatta dagli Earth, Wind & Fire.

Toto “While My Guitar Gently Weeps”

Questa versione del capolavoro di George Harrison venne realizzata dai Toto per Through the Looking Glass, album pubblicato nel 2002 composto esclusivamente da cover. La missione della band statunitense era quella di raccontarsi attraverso i brani che li avevano formati come musicisti e, data la passione per i Beatles di Steve Lukather, il frontman e chitarrista non poteva scegliere altro brano che questo, per l’occasione realizzato in versione sequencer & drum machine eccezion fatta, ovviamente, per l’entrata a gamba tesa dell’assolo.

Joe Cocker “With A Little Help From My Friends”

Tra tutte le cover dei Beatles mai realizzate, questa di Joe Cocker è probabilmente la più famosa, tanto da diventare un classico nel repertorio del cantautore di Sheffield e una delle reinterpretazioni più celebrate nella storia del rock, spesso apprezzata anche più dell’originale cantata da Ringo Starr. Title track dell’album di debutto di Cocker, pubblicato nel 1969, questa versione R&B in 3/4 è ricordata soprattutto per la performance a Woodstock, grazie cui diventò uno dei brani simbolo del festival. Nella versione inclusa nel disco, inoltre, la chitarra solista venne registrata da Jimmy Page.

Stevie Wonder “We Can Work It Out”

Qui ci troviamo davanti a uno dei rari casi – rarissimi se si parla dei Fab Four – in cui la cover supera l’originale. Stevie Wonder, grande fan dei Beatles come la maggioranza degli artisti Motown, stravolse radicalmente il brano composto da Lennon e McCartney, trasformando il chiaroscuro del singolo – ossimoro tra l’ottimismo di Paul e l’esistenzialismo di John – nel caleidoscopio funky incluso nell’album del 1970 Signed, Sealed, and Delivered. Legato da una forte amicizia a Sir Macca, con cui nell’82 pubblicò la hit Ebony and Ivory, nel 2010 Wonder suonò la sua versione di We Can Work It Out alla Casa Bianca davanti a Barack Obama durante la cerimonia in cui McCartney venne premiato con il Library of Congress Gershwin Prize for Popular Song, onorificenza riservata agli artisti che più hanno contribuito alla definizione della canzone come veicolo culturale.

Siouxsie & The Banshees “Dear Prudence”

Dopo la cover di Helter Skelter incisa per l’album Scream del 1978, nel 1983 i Siouxsie & The Banshees tornarono a pescare nel repertorio Lennon-McCartney per questa versione post punk di Dear Prudence. L’idea dietro questa reinterpretazione nacque mentre la band era in tour in Scandinavia, con tutti i componenti d’accordo per realizzare un brano tratto dal White Album, eccezion fatta per il nuovo entrato, Robert Smith, che aveva sostituito il chitarrista John McGeoch a causa dei suoi problemi con l’alcol. Alla fine venne scelta Dear Prudence perché era l’unica canzone di quell’album che il frontman dei Cure sapeva già suonare, essendo la band costretta a registrarla in fretta e furia in uno studio di Stoccolma. Questa cover di Dear Prudence, contro ogni previsione di Smith, si trasformò nel massimo successo commerciale raggiunto dai Siouxsie & The Banshees, arrivando al terzo posto della classifica UK.

David Bowie “Across the Universe”

Nonostante tra Bowie e Lennon non ci fossero più che una manciata di anni di distanza, il Duca Bianco non aveva mai nascosto l’attrazione artistica che lo legava all’ex Beatle, e un festino a New York nel 1974 era quello che ci voleva. I due passarono la serata a ignorarsi, per poi arrivare alle prime luci dell’alba a farsi caricature l’uno dell’altro o a discutere dell’esistenza, complice un po’ di ‘coraggio liquido’. Poche settimane dopo Bowie invitò Lennon in studio, dove i due registrarono insieme questa cover di Across the Universe per cui John suonò la chitarra e realizzò le seconde voci. Da quella sessione nacque anche la hit Fame, brano che raggiunse la vetta della classifica americana, rimasto nella storia come l’incontro tra due dei talenti più fulgidi della storia della musica.

Chris Cornell “A Day in the Life”

Dopo la prova di Beatlemania sfoggiata per la realizzazione di Black Hole Sun – la hit dei Soundgarden che tra la melodia, l’assolo e i tocchi di psichedelia sembrava concepita da una versione Seattle dei Fab Four – divenne chiara a chiunque l’adorazione di Cornell per John Lennon. In questa cover, realizzata dal vivo reinterpretando quello che è forse il brano più celebrato nella discografia dei Beatles, Cornell riesce a riprodurre il pathos dell’arrangiamento stratificato dell’orchestrazione originale armato solo di chitarra e voce.

Ray Charles/ Marvin Gaye “Yesterday”

I Beatles erano fan sfegatati della black music americana, tanto che i loro primi set tra il Cavern e Amburgo erano stracolmi di cover di Little Richard, Chuck Berry, The Marvelettes o Arthur Alexander, solo per citare alcuni nomi. Passione ricambiata, dato che oltreoceano sono stati tantissimi gli artisti che hanno messo mano al catalogo dei Fab Four, soprattutto in casa Motown, realizzando gemme con cui illuminare i capolavori di Lennon e McCartney attraverso una luce nuova, tra il soul e l’R&B. Insomma, se dovessimo definire il rapporto che collegava Liverpool a Detroit, parafrasando gli stessi Beatles, “And in the end, the love you take, is equal to the love you make”, perché i messaggi d’amore – da una parte e dall’altra – sono stati tanti. In mezzo a questo tesoro, tuttavia, due interpretazioni sono entrate nella leggenda, tutte e due dello stesso brano, Yesterday, la canzone probabilmente più coverizzata di sempre, qui interpretata da Ray Charles e da Marvin Gaye. In questo caso era impossibile sceglierne soltanto una.

Aretha Franklin “Let It Be”

Quando Paul McCartney scrisse Let It Be aveva in mente la sua voce. Infatti, la versione cantata da Aretha Franklin di questo brano uscì due mesi prima che i Fab Four pubblicassero il singolo, proprio perché Macca aveva inviato la demo alla Atlantic Records sperando che l’etichetta la consegnasse ad Aretha. Paul credeva che Let It Be fosse poco in linea con il repertorio dei Beatles, e per questo spedì la registrazione a una cantante che potesse valorizzare la canzone. McCartney, inoltre, aveva deciso di inviarlo ad Aretha perché anche lei aveva perso la madre quando era poco più che una bambina, e per questo in grado di cogliere il dolore chiuso nella frase “mother Mary comes to me”, dedicata da Paul alla madre morta quando il musicista aveva 14 anni.

Eddie Vedder “You’ve Got to Hide Your Love Away”

Per la realizzazione della colonna sonora di Mi chiamo Sam, ci pensò lo stesso attore protagonista, Sean Penn, a scegliere gli artisti che avrebbero dovuto interpretare i classici dei Beatles che accompagnavano le scene del film. L’idea iniziale, infatti, era quella di utilizzare direttamente le versioni originali dei brani, ma non essendo riusciti ad ottenere il permesso, Penn decise di affidare ogni canzone a un artista affinché ne realizzasse una cover. Dalla lista, ovviamente, non poteva mancare il frontman dei Pearl Jam, legato all’attore da una forte amicizia e da sempre fan dichiarato della musica dei Beatles tanto che le cover dei Fab Four spesso fanno parte dei suoi set dal vivo, sia da solista, sia con i Pearl Jam.

Phil Collins “Golden Slumbers / Carry That Weight / The End”

Nel 1998 il quinto Beatle, George Martin, pubblicò un disco in cui ripercorreva il suo lavoro con i Fab Four attraverso 14 cover dei brani inclusi nel repertorio della band. Il progetto, tuttavia, non riscosse il successo sperato, con una parte della critica che non sembrò troppo apprezzare gli arrangiamenti baroccheggianti studiati da Martin o le versioni quanto meno coraggiose di alcuni classici, tra cui I Am the Walrus interpretata da Jim Carrey o la versione di In My Life letta dalla voce di Sean Connery. Nell’album, tuttavia, non mancano alcune gemme, tre cui questa rilettura di Phil Collins della celebre trilogia formata da Golden Slumbers, Carry That Weight The End, fiore all’occhiello del capolavoro Abbey Road.

Johnny Cash “In My Life”

Tra le tante cover realizzate per questo brano – tra cui le ottime versioni di José Feliciano, Ozzy Osbourne o Rod Stewart – quella del Man In Black è l’interpretazione che meglio racchiude e trasforma quello che era il significato originario della canzone. In My Life, infatti, fu una delle prime canzoni autobiografiche scritte da John Lennon e fu la prima volta che il cantautore mise in musica il proprio passato, tra luoghi dimenticati, amori finiti e amici che non ci sono più. Uno sguardo a ritroso che nella voce di Cash trova uno spessore e una profondità che l’allora venticinquenne Lennon non poteva dare. Questa cover di In My Life venne inclusa da Johnny Cash nell’album American IV: The Man Comes Around (lo stesso della cover di Hurt), l’ultimo a cui lavorò prima di morire nel settembre del 2003, appena pochi mesi dopo aver perso l’amatissima moglie June Carter.

Wilson Pickett “Hey Jude”

Title track del nono lavoro in studio di Wilson Pickett, questa versione R&B di Hey Jude viene spesso ricordata come uno dei primi brani mai registrati da Duane Allman, all’epoca chitarrista pressoché esordiente, in seguito fondatore degli Allman Brothers. Infatti, fu proprio grazie a questa cover di Hey Jude che Allman venne convocato da Eric Clapton nei Derek and the Dominos, la superband fondata nel 1970 da Slowhand. È stato proprio Clapton a definire questa versione del classico dei Fab Four una delle cover più belle mai realizzate, aggiungendo come l’interpretazione di Allman fosse per lui “la miglior chitarra rock mai sentita in un disco R&B”.

Frank Sinatra “Something”

«Credo che Something sia la più grande canzone d’amore mai scritta», disse Frank Sinatra parlando del brano composto da George Harrison. Sinatra era rimasto folgorato dal brano, soprattutto dal fatto che, secondo The Voice, “le parole riescono a evocare una ragazza che non è nemmeno presente”. La versione di Sinatra trasformava la canzone dentro le atmosfere swing del ritornello, perfetta dunque per essere inclusa in tantissimi dei suoi concerti oltre che in alcuni dei suoi greatest hits. Peccato solamente che, fino al 1978, il cantante era solito presentare la canzone come un’opera firmata Lennon-McCartney. Sarà per questo che Harrison ha sempre dichiarato di preferire, tra tutte, la cover realizzata James Brown.

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