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Le donne della new wave italiana

La "nuova onda" non era un club per soli uomini. Ecco 10 dischi per lo più anni '80 che lo dimostrano, dai Chrisma ai Matia Bazar, da Diana Est a Giuni Russo, da Rettore ai Rats

Christina Moser dei Krisma a Londra nel 1980

Foto: Michael Putland/Getty Images

Forse non tutti si rendono conto di quanto la new wave sia stata un fenomeno rivoluzionario, specie se si parla di rivoluzione femminile. In particolare in Italia, dove tra la fine degli anni ’60 e i primi ’70 le donne rock latitano. Poi scoppia il punk che presto evolve in new wave e lì le cose cambiano, come se l’impulso dei movimenti femministi, che in anni caldissimi come il biennio ’76-77 hanno raggiunto il massimo della forza, spingesse una serie di talentuose artiste a esporsi con maggiore consapevolezza nei campi della musica, del linguaggio, del costume, in modo spesso assai più tosto dei colleghi maschi.

Non si tratta solo di ottime cantanti, ma spesso di vere sovversive che finalmente dicono la loro con testi e modi di proporsi tutt’altro che accomodanti. Se il trasgressivo al maschile è impantanato nei suoi cliché, le donne sanno mettere in campo una trasgressione ben più urgente e conforme ai tempi. L’importante è gettare in faccia alla società quello che non piace, andare contro un certo modo di pensare (anche di cantare a volte, le melensaggini di certa musica leggera hanno fatto il loro tempo) che va cambiato.

Ecco 10 esempi di questa rivoluzione femminista a colpi di new wave nel periodo ’79-86, quello in cui il genere ha trovato più riscontro in Italia. Per la prima volta, parecchie artiste si sono prese la briga di buttare in faccia ciò che necessitava, senza bisogno di sentirsi accettate da niente e nessuno, essendo finalmente solo se stesse.

“Hibernation” Chrisma (1979)

Christina Moser coniuga algido-elettronico con la sensualità di una dominatrice in un rapporto sadomaso. Il progetto Chrisma (CHRIStina + MAurizio) lo condivide con Maurizio Arcieri, ex voce e immagine dei New Dada, e Hibernation è un capolavoro tra il pop deluxe e i Kraftwerk nel quale la Moser può dar sfoggio di tutto il suo fascino suadente e pericoloso. Durante Domenica in uno stupefatto Pippo Baudo li ospiterà mentre, presentando il video del singolo Aurora B, mimano un rapporto sessuale e inscenano un suicidio.

“Munich Album” Patty Pravo (1979)

Patty Pravo non ha bisogno di dimostrare nulla in quanto a voglia di osare, a livello musicale e non. Già nel 1976 con l’album che porta il suo nome (conosciuto anche come Biafra per via della copertina con la cantante a mostrare la sua magrezza) tenta uno spericolato mix tra pop, prog e i primi singulti wave. Nel 1979 si butta a capofitto nelle atmosfere teutoniche care al David Bowie della trilogia e registra il suo Munich Album, nel quale si incorona perfetta regina post punk italiana, anni luce avanti alle sue più tradizionali colleghe del pop.

“C’est disco” Rats (1981)

Martellanti, secchi e scarni come i PIL, i modenesi Rats, prima di una successiva svolta in chiave classic rock, tirano fuori nell’81 un album che vede nelle performance vocali di Claudia Lloyd uno dei suoi punti di forza. Con il suo cantato in inglese e italiano, Claudia declama testi su nazismo, droga e angosce assortite con fare assente e distaccato, mentre i suoi compagni in sottofondo procedono con imperturbabile ossessività.

“Energie” Giuni Russo (1981)

Energie è un disco new wave nei suoni e classicheggiante-etnico nelle melodie che sfodera una positiva compattezza a livello di scrittura e mette in scena la straordinaria vocalità della protagonista. Russo ha però sensibilità e intelligenza tali da non eccedere mai in virtuosismi fini a se stessi, ma si adopera per essere sempre al servizio della melodia, impreziosendola e svelandone sfumature più o meno nascoste. La produzione di Franco Battiato contribuisce a porre Giuni sotto i riflettori, ma lei ha abbastanza personalità perché la ribalta sia unicamente sua.

“Girl senza paura” Jo Squillo (1981)

Mai è stata gridata con tanta intensità la voglia di andare oltre le costrizioni sociali da parte di un’artista che non ha temuto di dire le cose come stanno con l’accompagnamento di un ruvido suono punk-wave senza respiro e una sfrontatezza che allora – e ancora oggi – era fieramente avanti. Canzoni come pugni in faccia dai titoli emblematici come Skizzo skizzo, Violentami, Orrore, Ma chi se ne frega e Paranoia dimostrano che Jo Squillo è stata veramente una Girl senza paura e che un album del genere andrebbe insegnato nelle scuole.

“Tenax” / “Le Louvre” Diana Est (1982)

Diana Est (al secolo Cristina Barbieri) evoca la voglia tutta primi anni ’80 di fondere musica, moda e tendenze avveniristiche, che in questo caso evocano un impero romano in chiave futurista. Purtroppo mai giunta al traguardo di un album, si fa ricordare per due canzoni che sono vere leggende della new wave italiana: Tenax e Le Louvre, veri inni di un momento nel quale era d’obbligo essere diversi, ben sottolineato da slogan come “Non è più credibile la normalità” o “Si distruggerà la civiltà delle banalità”.

“Kamikaze Rock’n’Roll Suicide” Rettore (1982)

Dalla canzone femminista degli esordi all’assalto alle classifiche, Rettore arriva al 1982 dando alle stampe il suo capolavoro, in perfetto equilibrio tra estasi pop e ascendenze new wave. Spinto dal super singolo Lamette (“Dammi una lametta che mi sgaro le vene”, cose che mai nessuno prima aveva cantato in Italia), Kamikaze Rock’n’Roll Suicide contiene nove brani tra echi orientali, elettronica Ultravox e melodia italica. Il tutto per un concept sul suicidio che rende la Rettore immagine stessa dell’artista che è andata oltre ogni classificazione e ha costruito una nuova sé.

“New Performer” Art Fleury (1983)

Nel 1980, con I luoghi del potere, gli Art Fleury hanno piazzato uno dei migliori colpi della new wave autoctona, con un suono che prende tanto dalle nuove istanze quanto da sperimentazioni assortite. Nell’83 cambiano le carte in tavola con un sorprendente lavoro tra synth pop, venature funk e una generale atmosfera melanconica e sospesa. Con l’inserimento alla voce di Francesca Albini la band bresciana tenta l’assalto alle classifiche grazie al singolo che titola il disco. Sarà uno straordinario fallimento.

“Tango” Matia Bazar (1983)

Con il loro pop melodico di classe e il talento vocale di Antonella Ruggiero, i Matia Bazar hanno imperversato lungo tutta la seconda metà dei ’70. Poi qualcosa cambia, esce il tastierista Piero Cassano ed entra Mauro Sabbione, che porta con sé un nuovo armamentario tecnologico e spinge la band verso atmosfere post punk. Dopo avere svoltato in grande stile con Berlino, Parigi, Londra (1982) arriva Tango che fa ancora meglio; dentro c’è Vacanze Romane, che in breve la conosceranno tutti, e una serie di numeri in perfetto equilibrio tra pop e new wave come Palestina, Elettrochoc e Il video sono io. La Ruggiero continua a svettare in qualsiasi veste.

“Incidental Glance” Violet Eves (1986)

Violet Eves è uno dei segreti italiani meglio custoditi, una band che avrebbe meritato miglior fortuna e che invece a un certo punto si è dissolta senza lasciare traccia. Autori di una proposta di grande raffinatezza erano guidati da Nicoletta Magalotti, fiera del suo apparire e delle sue capacità canore che si sposano alla perfezione a trame elettro-jazz-funk-pop-wave. Tanta roba che viene gestita alla grande dalla band romagnola. Ascoltare Incidental Glance vuole dire fare un bel tuffo nel meglio di ciò che gli anni ’80 potevano offrire, da tutti i punti di vista.