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Le 12 canzoni fondamentali degli Everly Brothers

Omaggio a Don Everly scomparso il 21 agosto: i pezzi da ascoltare per capire l’arte del duo che ha influenzato Beatles e Simon & Garfunkel. «Le loro armonie erano miracolose»

Gli Everly Brothers nel 1963

Foto: Keystone/Getty Images

Figli del duo country & western formato da Ike e Margaret Everly, Phil (1939-2014) e Don Everly (1937-2021) hanno cominciato a cantare nelle radio country ad appena 7 anni d’erà. Tra il 1957 e il 1962 hanno piazzato 15 canzoni nella top 10 americana spaziando dalle armonie vocali tradizionali al rock’n’roll. Hanno influenzato Beatles, Simon & Garfunkel, Rolling Stones.

Per rendere loro omaggio abbiamo consultato il leggendario session man Waddy Wachtel, che ha suonato con loro a partire dal 1972, per creare la playlist definitiva della loro carriera comprensiva di grandi successi e pezzi per cultori.

“Bye Bye Love” (1957)

Scritta da Boudleaux Bryant e rifiutata da 30 artisti, è finita nelle mani degli Everly che l’hanno portata al numero 2 della classifica pop (e in vetta a quella country). «Don disse che sperava che la canzone andasse sufficientemente bene da permettergli di comprare una nuova custodia per la chitarra», ha ricordato il manager del duo Wesley Rose. «Gli è andata decisamente meglio».

“Wake Up Little Susie” (1957)

Il primo pezzo degli Everly finito al numero uno nasce in circostanze esilaranti. Una coppia di adolescenti guarda un brutto film, si addormenta, si sveglia alle 4 del mattino senza sapere che cosa raccontare ai genitori. Oggi è una storia innocente, ma a Boston la canzone fu bandita per il testo. «Nelle loro bocche era puro miele», ha detto Felice Bryant, autrice del pezzo col marito Boudleaux. «Avrebbero potuto cantare l’elenco del telefono. La miscela delle loro voci era pazzesca».

“All I Have to Do Is Dream” (1958)

Per Phil Everly questa ballata (scritta dai soliti Felice e Boudleaux Bryant) era una delle più importanti registrate dal gruppo. «Ha un ritornello quasi mistico», ha detto Keith Richards. «Cantano “Dream, dream dream” entrando e uscendo dall’unisono e dall’armonia». La canzone ha avuto una lunga vita ed è entrata in classifica anche nel 1963 (Richard Chamberlin), nel 1970 (Glen Campbell) e nel 1981 (Andy Gibb e Victoria Principal). La versione definitiva è però quella degli Everly.

“Lightning Express” (1958)

Dopo aver centrato hit come Bye Bye Love e Wake Up Little Susie, gli Everly Brothers chiusero il contratto con la Cadence Records con una mossa audace: Songs Our Daddy Taught Us (il padre degli Everly, Ike, era un abile cantante e chitarrista che suonava in coppia con la madre dei due, Margaret). Il pezzo forte dell’album è Lightning Express, lunga e straziante ballata su un ragazzo squattrinato che sale su un treno per andare a far visita alla madre morente. Un po’ come i loro eroi Louvin Brothers, gli Everly non avevano paura di evocare un senso di solitudine devastante.

“Take a Message to Mary” (1959)

Triste e sottovalutata, è una hit minore su un uomo separato dalla donna che ama a causa di un colpo di pistola. La band, che in quel periodo arrangiava le canzoni con grande parsimonia, usò come percussione il suono di un cacciavite sbattuto contro una bottiglia di Coca. «Non credo nella perfezione», dice Waddy Wachtel, che entrò nella band degli Everly come chitarrista nel 1972 e in seguito ha lavorato con tutti, da Warren Zevon a Keith Richards, «ma questo disco è la cosa più vicino alla perfetta armonia vocale. Credo che ogni parola, che ogni sillaba sia quanto di più vicino alla perfezione sia umanamente possibile, o nel loro caso disumanamente possibile. Ha del miracoloso».

“Cathy’s Clown” (1961)

Il primo singolo con la Warner, dopo la separazione dall’etichetta Cadence. Ha venduto più di due milioni di copie, è stato per cinque settimane in vetta alla classifica americana, è il loro pezzo più venduto di sempre. Nel video qui sopra lo cantano in un programma televisivo inglese accompagnati dai Crickets.

“Milk Train” (1968)

Gli anni ’60 non furono facilissimi per i due. Divorziarono dalle rispettive mogli e finirono invischiati nella droga – era stato il medico di Don a renderlo dipendente dallo speed tramite un “trattamento vitaminico”, il cantante tentò anche il suicidio prima di ripulirsi nel 1966. E comunque non avevano perso il tocco magico come dimostra questo singolo dell’agosto 1968.

“Lord of the Manor” (1968)

È stato Waddy Wachtel a segnalarci il lato B di Milk Train, un brano inquietante su una persona di servizio che si accorge della relazione tra il capo e una cameriera. Secondo Wachtel «è un pezzo bello e inquietante, una produzione strana, ma notevole».

“Illinois” (1968)

Gli Everly si buttarono a capofitto nel revival country-rock della fine degli anni ’60 con Roots. Nel disco il duo rifaceva successi di Glen Campbell e Merle Haggard, ma anche di autori giovani come Randy Newman, autore di questa brillante e romantica ode al Prairie State. Gram Parsons era ossessionato dall’album e restava in piedi tutta la notte ad ascoltarlo con l’amico Keith Richards.

“I’m Tired of Singing My Song in Las Vegas” (1972)

Per incidere il disco del 1972 Stories We Could Tell gli Everly Brothers misero in piedi una session band con Warren Zevon, Waddy Wachtel e John Sebastian. Tra le canzoni c’era la twangy I’m Tired of Singing My Song in Las Vegas scritta da Don Everly. Il duo aveva passato un sacco tempo a Las Vegas producendosi in spettacoli oldies e il testo esprimeva alla perfezione la frustrazione che ne derivava.

“On the Wings of a Nightingale” (1984)

Dopo un decennio d’inattività, la band si è rimessa assieme per uno special televisivo filmato a Londra, per poi registrare EB 84 con il produttore Dave Edmunds che ha chiamato un grande fan del duo, Paul McCartney, autore di questo pezzo. «Dave disse che era stata la telefonata più difficile che avesse mai fatto, perché tutti chiedono qualcosa a McCartney», ha detto Don Everly nel 1986. «Paul disse che se gli fosse venuto in mente qualcosa, l’avrebbe richiamato. Dave se ne dimenticò e però sei settimane dopo il telefono squillò. Era McCartney: “Forse ho il pezzo buono”».

“More Than I Can Handle” (1984)

Un cerchio che si chiude: questo estratto poco noto da EB 84 è un pezzo rock armonizzato alla Everly che rimanda alla semplicità degli esordi.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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