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Le 10 canzoni più folli di Renato Zero


Ecco i brani più strani, bizzarri e felicemente “malati” che svelano il lato hardcore del cantante romano, con testi che seppelliscono decine di trapper che posano da duri




Renato Zero nel film 'Ciao nì!', 1979

Foto: Rino Petrosino/Mondadori via Getty Images

A 70 anni d’età, Renato Zero continua a seminare polemiche, sparare frecciatine, a volte sensate, a volte assolutamente no. Ma lo sappiamo che il personaggio di Zero va preso per quel che è, o si ama o si odia, modalità con le quali, tra l’altro, ha sempre impostato la carriera. Da giovane infatti come un panzer raggiunse il meritato successo praticamente con le sue sole forze, sfidando case discografiche, sfighe, repressioni poliziesche varie come lo sgombero del tendone Zerolandia, che da luogo fisso per mettere in scena i suoi spettacoli divenne praticamente la casa di tutti i suoi fan scappati di casa, con problematiche più o meno evidenti. E ovviamente affrontando pestaggi e dileggi vari per il suo look e per la sua sessualità a tutti gli effetti diversa, ambigua (nel film Ciao nì! si definiva polimorfo perverso), e non si è certo fermato di fronte ai giudizi altrui.

Ora alla sua veneranda età si è appena messo in luce per le severe critiche ad Achille Lauro, riassumibili così: «Achille Lauro? Riesce ad affermarsi con poco. Io mi sono fatto il mazzo. Cantavo la periferia, non ero un clown». Tutto vero: Renato attingeva sì dal glam rock, ma con una personalità che confondeva le origini del genere per farne qualcosa di unico. Lauro prende e ripropone, a volte in maniera talmente telefonata che è quasi imbarazzante. Zero forse rimprovera a Lauro di essersi fatto abbindolare da Gucci, un erede che a un certo punto ha scelto la via più facile. Ma anche Zero a un certo punto ha deciso di imborghesirsi, a partire dagli arrangiamenti dei pezzi, sempre più pomposi, fino agli stilisti, da una parte Gucci, dall’altra Armani. Allora, abbiamo deciso di ricordare una decina di brani “malati” che svelano il lato più hardcore di Renato, che quella periferia incarnava in quanto ne era figlio, e i cui testi sono ancora oggi talmente duri da seppellire molti trapper nostrani “di strada” e rimandarli all’asilo privato da dove in realtà provengono. Taca banda, dunque.

“Tragico samba” (da “Zerofobia”, 1979)


Uno dei pezzi più crudi di Renato, è arrangiato come una spensierata samba salvo poi descrivere nel testo un agghiacciante spaccato della condizione femminile in periferia, dove sono normali la droga, l’assunzione di psicofarmaci per rimanere in piedi, l’incesto, lo stupro, dove gli aborti sono in quantità industriale usati come contraccettivo e la violenza è vista come amore. L’ironia nera di Zero descrive questa ragazza dalla faccia spaccata, violentata da un branco, sul letto d’ospedale dove il suo “partner” esclama cose tipo “ma tu ancheggia un po’ meno e vedrai che la tua pelle a casa porterai”. Attualissimo. In pratica la colpa è sempre della donna e questo brano è forse uno dei più pesanti atti di accusa contro la società patriarcale mai scritti sotto forma di canzone.

Il testo è scritto con la grande Franca Evangelisti, già paroliera per Mia Martini e Patty Pravo (e anche per il Pappalardo di Immersione, con al timone Lucio Battisti). Uno dei picchi di quello che è il disco più ferocemente vitalista di Zero, ovvero Zerofobia (il disco di Mi vendo, per intenderci), pietra miliare ancora oggi insuperata in quanto a impatto scioccante, uscito nel 1977 e per questo da considerarsi la risposta al punk da parte del Renato nazionale.

“Fermo posta” (da “EroZero”, 1979)

Zero è un grande osservatore del torbido e i suoi quadretti sono per la maggior parte descrizioni prive di moralismo, ma anzi di empatica comprensione di certi fenomeni senza dare giudizi di valore, perché in una società malata come la nostra farebbero solo ridere: di base siamo tutti vittime quanto carnefici di quello che ci circonda. Ecco che quindi il personaggio di Fermo posta, un maniaco guardone incapace di rapporti d’amore normali, descrive il paradiso della sua vita distopica tra giornaletti porno, bulimia sessuale e denunce per atti osceni. Un inquietante antieroe che alla fine proferisce un liberatorio “a casa mia è sempre festa / scrivermi cosa ti costa” diretto alle sue anime gemelle perverse, che poi secondo Zero sono il mondo intero (che giustamente “se invece di litigare
 / discutesse i problemi in posizione orizzontale / Andrebbe meglio / Ai drammi a letto gli dai un taglio”.  È un grande spaccato di quello che appunto può creare la repressione, sessuale e mentale, nella gente soprattutto se relegata in una periferia dove non ci sono prospettive; ma sono proprio i “malati” secondo Zero che possono prendersi una rivincita e creare una società diversa ribaltandone i “valori” , che poi non sono altro che catene, liberandosi dal perbenismo strisciante.

Il disco da cui è tratto il pezzo è il grandissimo EroZero (gioco di parole tra l’ imperfetto del verbo essere e sì, l’eroina, che all’epoca stava facendo una strage di giovani vite) e in un certo senso Fermo posta è il gemello “isterico” di Triangolo (lì la sessualità alla fine si risolveva in gioco, qui invece in una situazione borderline). Mentre quest’ultimo era un pezzo disco sparato a mille, Fermo posta è un serpeggiante funkettone quasi blaxploitation con synth a pioggia. Tra l’ altro riproposto negli anni Duemila dal vivo, in quanto ancora “spigne abbestia” (e ricorda certe cose dei Mr. Bungle di Mike Patton, a pensarci bene…).

“Rh negativo” (da “EroZero”, 1979)

Se è vero che Renato ha cantato i danni di una società al maschile, è vero pure che non ha risparmiato stilettate al mondo femminile: nello specifico, allo stile “mantide” che cade nel tranello dell’imitazione del potere machista e si trasforma immediatamente in autoritarismo applicato chiudendo un ideale cerchio di malessere. Rh negativo è da una parte la storia di questo disagio in un rapporto sentimentale senza equilibrio e senza uscita e dall’altra un rivendicare l’impossibilità di farsi fuori neanche provandoci e volendo. Nel brano sono infatti elencati tutti i modi per suicidarsi, modi che Zero (forse non troppo metaforicamente) prova, ma che incredibilmente vanno tutti a vuoto (il rasoio non taglia più le vene, l’alta tensione non serve a nulla) di fronte a un istinto di conservazione che sfida la vita stessa.

Il brano punta il dito su quelli che sembrano amori, ma sono solo forme di vampirismo psichico, di oppressione, ma lancia anche frecciate al vetriolo ai “profeti dell’estinzione” (oggi tanto in voga) che Renato invita a dare il buon esempio: “Ti assicuro, il veleno non mi va né su, né giù / Dimmi perché non ci provi tu / Se lo trovi un pericolo vivere”. Il pezzo è un florilegio di tecnica strumentale e di parti “spezzate”, che fanno pensare ai ricami di un Frank Zappa, complesso quanto basta e così melodicamente efficace da spiccare tra i migliori brani di Renato. Impreziosisce tutto il compianto Alessandro Centofanti dei Libra con un sintetizzatore impareggiabile, saltellante tra il beffardo e il macabro.

“Notte balorda” (da “Artide Antartide”, 1981)

Notte balorda è un inno all’oscurità cittadina, al vivere ribaltato, agli eccessi che portano a una nuova consapevolezza: “di ogni avanzo umano un uomo farò”. Un viaggio tra sballati in osteria, tra decessi per ingestione di trip, tra mignotte e amplessi rubati, Renato invita a “tirare tutto fuori” alla ricerca di un vizio che non c’è. La notte è la casa di Zero, dove tutte le contraddizioni salgono in superficie e lui ne è il cantore attento, immergendosi nel fango per poi farne, appunto, gioielli. Il brano è caratterizzato da un sound marcatamente new wave, quasi vicino ai Cure periodo gotico, con alla produzione Elio D’Anna degli Osanna, tra i musicisti ci sono il chitarrista Corrado Rustici dei Cervello (poi braccio destro di Zucchero con il quale produrrà grandi successi) e il grande Aldo Banfi aka Baffo Banfi agli algidi sintetizzatori. Ritorna la penna della Evangelisti, che dà voce ancora una volta alle inquietudini di Zero, che permeano tra la luce e il buio tutto Artide Antartide, forse l’ultimo guizzo moderno di Renato prima del lento declino ad una musicalità più soft e fruibile.

“La trappola” (da “Zerofobia”, 1977)

Sempre da Zerofobia, ecco un brano che smaschera l’arrivismo, il successo, i facili miti del self made man. La realtà è ben diversa, il successo si paga pesantemente, soprattutto se te lo costruisci venendo dal basso, appunto dalla periferia del mondo, perché è tutto racchiuso in queste righe: “Nello sguardo del campione / Non più sogni, né avvenire / Solo voglia di scordare / La sconfitta che sapore ha”. Quando ci si sente qualcuno, ci si dimentica degli amori, delle persona care, sale la febbre dell’egomania, ogni parola per riportarti in carreggiata viene vista come critica feroce che nasce dall’invidia. La realtà è invece che sotto ogni traguardo c’è una trappola pronta a farti cadere nel vuoto esistenziale.

Il pezzo è un velocissimo sviaggione disco/latin/funk/ rog con veri e propri stacchi acidi (e sintetizzatori imbevuti di distorsioni maligne e gommose) e nella sua frenesia è un monito alle giovani generazioni a non venire risucchiati dall’ idea di “fare cash”, poiché tutto ha un prezzo e ci si mette pochissimo a diventare… dei clown (ogni riferimento è puramente casuale). Quindi “quando ti diranno hai vinto, stenta a crederci semmai”.

“Contagio” (da “Via Tagliamento 1965/1970”, 1982)

Di questo brano, un muscolare reggae mutante che diventa anche latino e funk nel giro di pochi minuti, avevamo già ampiamente parlato in quest’articolo: che altro aggiungere? Che Renato, oltre ad aver previsto la paranoia pandemica di oggi passando attraverso l’epopea dell’Aids, ha anche individuato quello che è il gioco del potere. Cioè che chi è povero va diviso con ogni mezzo, anche sfruttando la malattia, e soprattutto chi è ridotto alla fame può anche morire, il ricco invece si vede la partita allo stadio in zona vip e se si ammala non fa niente per evitarlo o nega o si affida ai migliori dottori in circolazione per uscirne fuori pulito. L’amore, il contatto, la solidarietà tra reietti è l’unica cosa che può salvare la periferia: e invece dall’alto vogliono costruire sempre più muri, vogliono isolarla per non farsi contagiare dalla durezza della vita e dalla massa incazzata. “Noi qui voi là / divisi per colore e età / e poi chissà in quale gabbia questa rabbia pagheremo”. Preferite uno squallido silenzio o il vizio? La risposta è nella prossima canzone…

“La fregata” (da “Via Tagliamento 1965/1970”, 1982)

Ultimo successo discografico reale del periodo ’80 per Renato, La fregata risponde che sì, solo il vizio ci può aiutare. Su una base disco dance, Zero tira fuori la sua In the Navy narrando beffardamente e con contorni grotteschi di una “intrattenitrice particolare” su una nave da guerra piena di militari. Solo che nel doppio senso della appunto fregata (“scopata” in gergo), non si tratta di una donna ma di un travestito. La demolizione del mito macho militarista (“quando c’è l’alzabandiera sono fiera di me” recita il testo) con tanto di sberleffo all’inno nazionale italiano alla fine riporta Renato a quei ragazzi di vita che da diversi, emarginati, bistrattati che sono diventano le colonne portanti di tutto un sistema che non può fare a meno di loro e che loro stessi potrebbero distruggere come un drago di carta. Da una parte quindi la credibilità di una vita al limite, dall’altra l’essere ridicoli nelle proprie ipocrisie: un grande picco di Renato che riuscì anche a farlo passare alla Rai, durante Fantastico ’83. Nonostante questo risultato clamoroso venne accusato di filtrare con l’estabilishment: oggi obiettivamente questo flirt lo rimpiangiamo, visto che oltre ai trucchi e parrucchi portava in prima serata un discorso di rottura veramente estremo in un’Italia bigotta (e che pare non abbia ancora imparato granché).

“Hanno arrestato Paperino” (da “Trapezio”, 1976)

È uno spaccato che ancora una volta evoca scenari pasoliniani (e su Pasolini Renato tornerà più avanti in maniera più esplicita, con il brano/omaggio Casal de’ Pazzi): la gioventù di strada che viene brutalmente arrestata e accusata di spaccio, di rapina. Perché non c’è altro modo di andare avanti quando si è giovani e si ha fame, ma anche se il furto è di minima entità e la detenzione di sostanze per uso personale, il sistema ti usa come capro espiatorio dei suoi peccati. Questo è il Paperino della canzone: un vitalismo che non ha niente da perdere, umorale, sfortunato, povero, ma nello stesso tempo ricco di cose incredibili da dare, se riconosciute. Ma nonostante Paperino faccia male di base solo a se stesso, ecco che arriva la lunga mano della legge a metterlo in galera come se fosse un assassino: arrivando al punto che i giovani paperini dietro le sbarre perdono i denti, perdono il sorriso, lasciano i figli piccoli fuori che pregano sperando nella loro libertà, insomma vengono disintegrati dal sistema. Pesante atto di accusa alle carceri di Renato, che in poche righe riesce a descrivere la malafede del senso comune e del violento regime poliziesco: “”Signora, che è uscito Paperino?” / “No, non esce più!”/ “Allora mi dia Playboy”” (“uscito” ovviamente s’intende “di galera”).

Il pezzo è un disturbato tango/sonata pianistica tempestato da synth spappolati che fanno venire il mal di mare, letteralmente: l’ allucinazione sonora prosegue con la trovata più evidente e inquietante, ovvero la voce vera e propria di Paperino, in una violenta giostra psicotica e stuporosa che poi ritroveremo anni dopo nell’epica Anthony Perkins dei Gaznevada. Un brano che è forse più potente del famoso Carrozzone in quanto a groppo alla gola e crudo cinismo della realtà, tanto che andrebbe subito innalzato a classico.

“Psicomania” (da “La coscienza di Zero”, 1991)

A proposito di psicosi, Renato Zero ha sempre avuto a cuore l’emarginazione che nasce dalla pazzia, soprattutto in un periodo storico, quello degli anni ’70, in cui i manicomi erano ancora delle realtà dure ad essere smantellate e le vittime molte. L’intero sottoproletariato urbano cadeva sotto i colpi dell’elettrochoc, la gente a Santa Maria della Pietà a Roma finiva i suoi giorni dimenticata e legata a un lettino puzzolente. Quello che era socialmente inaccettabile andava sedato fino alla fine dei suoi neuroni e dei suoi giorni e fatto rotolare nel suo sterco fino alla resa totale. Ecco che allora nello spettacolo di Zerofobia Renato se ne usciva con questo brano d’avanspettacolo con uno scatenato piano honky tonk in cui aizzava i “malati di mente”, i pazzi, i disturbati, a riprendersi il cervello (guasto o meno), unirsi tutti insieme e a dare fuoco agli psichiatri. Chiaramente pro legge Basaglia, il violentissimo brano è rimasto inedito dal 1977 fino alla pubblicazione nella raccolta La coscienza di Zero del 1991 e ancora ci si chiede per quale motivo non sia stato incluso in Zerofobia. Forse per motivi di spazio? Sarà, ma nella breve durata di un minuto e trentotto questo pezzo è la summa dell’intera carriera di Renato Zero, la sintesi perfetta di uno stile e di un’attitudine. Tanto di cappello.

“Al cinema” (da “La coscienza di Zero”, 1991)

Altro brano inedito ripescato ne La coscienza di Zero, il felliniano Al cinema è l’affresco della vera Roma negli anni dei cinema a luci rosse, dove gli etero si mischiavano agli omosessuali, in un abbordo continuo tra il consenziente e il marchettaro, che approfittava del buio della sala venendo poi costantemente represso dalle irruzioni della polizia e della buoncostume. In questo modo parallelo che in realtà era la normalità di una città, il personaggio della canzone cerca di prendere le distanze da un ambiente che lo attira, quello gay, nonostante invece abbia approfittato nel godere nell’ombra come tutti. Renato lo dipinge in maniera buffonesca con la sua tipica ironia, concludendo con un moralista “Roma ma che sporcacciona”, il viaggio notturno del protagonista che da carnefice vuole farsi passare ipocritamente per vittima, nella dissociazione più totale. Molto più della telefonatissima Onda gay contenuta in Tregua, questo pezzo diventa ai nostri occhi il manifesto della nuova rivoluzione sessuale (e di costumi) realizzata.

Potremmo ovviamente continuare, magari citando la grandissima e commovente Periferia che tutto racchiude nel suo accorato e struggente grido “è casa mia”: ma si sa ogni sorcino ha i suoi brani del cuore, i mei sono questi. E speriamo che nel nuovo disco di inediti Zerosettanta ne troveremo altri, legati a quella che è la nuova periferia del 2020: quella dell’anima. Perché tutti possono essere qualcuno, ma – contraddizioni incluse – solo Zero può essere Zero. Capito Achille?

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