L’amore è una religione: la recensione originale di ‘Blue’ di Joni Mitchell | Rolling Stone Italia
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L’amore è una religione: la recensione originale di ‘Blue’ di Joni Mitchell

Ecco come Rolling Stone recensiva il capolavoro della cantautrice canadese uscito il 22 giugno 1971. «Il senso di vulnerabilità trasmesso dalla voce, dalle canzoni, dalla presenza di Joni è cosa rara»

Joni Mitchell

Foto: Gijsbert Hanekroot/Redferns

L’ultima volta che ho visto Joni Mitchell esibirsi dal vivo è stato un anno e mezzo fa alla Symphony Hall di Boston. Era una delle sue ultime apparizioni prima di abbandonare il circuito dei concerti. Era fragile e timida e ridacchiava. Era evidentemente nervosa, più di qualunque altra cantante professionista abbia visto in vita mia. La voce da soprano s’incrinava per la paura, gli occhi spaventati evitavano d’incrociare quelli del pubblico. S’è calmata e ha cominciato a godersela solo nella seconda metà del concerto e anche allora era chiaro che avrebbe preferito essere di fronte un pubblico più ristretto, magari giusto il suo suo gatto vicino al camino.

Il senso di vulnerabilità trasmesso dalla voce, dalle canzoni, dalla presenza stessa di Joni Mitchell è cosa rara nel music business. In For Free, la canzone in cui parla di scrivere canzoni, afferma che lo fa “per la fortuna e le chiamate alla ribalta”. Chiamate a cui ha rinunciato da un pezzo. Le sue canzoni, così come quelle di James Taylor, sono commerciali solo in modo fortuito: lo scopo è un altro, è tirare fuori qualcosa di significativo dai dolori e dai piaceri della vita.

Se il suo stile vocale è rimasto pressoché immutato nel tempo, l’approccio autobiografico alla canzone s’è fatto via via più esplicito. La strana miscela di realismo e romanticismo che caratterizzava gli album Joni Mitchell e Clouds, col loro stile da traditional istantaneo che ricorda le ballate raccolte da Child, è stato progressivamente accantonato a favore del linguaggio più vicino al pop contemporaneo di Ladies of the Canyon. In quel disco il racconto di sei incontri per nulla romantici con altrettanti uomini aveva preso il posto di versi fantasiosi tipo “filari di capelli d’angelo e castelli di gelato nel cielo”.

Un po’ come Ladies of the Canyon, anche Blue è pieno di riferimenti precisi a un passato recente ed è meno pittoresco e vecchio stile dei primi due album. È più a fuoco. Il titolo Blue non descrive solo uno stato d’animo e un tipo di musica, è anche il nome dell’amante di cui si canta. Circa metà delle canzoni parlano di lui, conferendo al disco una compattezza che Ladies non aveva. Di più: sono il punto di forza dell’album.

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I pezzi minori di Blue danno l’impressione d’essere stati tirati fuori da cassetti dove sono rimasti a lungo. La melodia folk di Little Green ricorda I Don’t Know Where I Stand che stava sul secondo album. Il testo grazioso e poetico è pieno di riferimenti talmente criptici da sfidare la nostra capacità di comprensione. The Last Time I Saw Richard ricorda i “dark cafe days” di Joni, è piena di dettagli insignificanti e rimanda alle canzoni autobiografiche meno memorabili di Ladies. River è un lungo mea culpa che sa di autocommiserazione (“Sono così difficile da gestire / sono così egoista e triste / ora ho perso la miglior persona / che abbia mai avuto”). L’accompagnamento al pianoforte sembra quasi una parodia di Laura Nyro, in particolar modo l’introduzione melodrammatica che è una Jingle Bells in chiave minore. Il migliore di questi pezzi è My Old Man, una bella ballata convenzionale.

Queste canzoni hanno poco o niente in comune col tema principale dell’album che viene sviluppato negli altri pezzi che rappresentano una sorta di cronaca sentimentale di Joni, uno spirito libero alla ricerca di una relazione stabile. È un tema annunciato fin dal primo verso del primo brano, All I Want: “Sono su una strada solitaria e sto viaggiando alla ricerca di qualcosa che mi renda libera”.

In passato questa strada solitaria l’ha portata attraverso vari luoghi – da Chelsea a Sisotowbell Lane, da Laurel Canyon a Woodstock – e lei ha seguito quella strada alla ricerca di uno stato di felicità permanente che però le è sempre sfuggito di mano. All I Want è in questo senso un manifesto di quella felicità. Joni ha trovato un nuovo amante e lo bombarda con una lista di desideri:

I want to talk to you, I want to shampoo you

I want to renew you again and again

Applause, applause — life is our cause

When I think of your kisses, my mind see-saws.

L’accompagnamento fornito da James Taylor e da Joni, che suona una parte di chitarra latineggiante su una pulsazione del basso che attraversa tutta la canzone, echeggia alla perfezione il senso di eccitazione e di aspettativa espresso da Joni. E lo stesso vale per la melodia intonata con dolcezza.

Nonostante apra l’album, All I Want chiude il viaggio descritto in Carey e California. Sono canzoni dal ritmo sincopato, con un tocco latineggiante che accomuna i momenti migliori del disco. Carey è un calypso su un flirt a Creta ed è buona per i festival, con una svolta inattesa nel finale: “Il vento arriva dall’Africa / La scorsa notte non riuscivo a dormire / Sai che è difficile lasciare questo posto, ma non davvero è casa mia”.

California procede per scatti, col testo che offre istantanee del viaggio di Joni in Europa. Poi arriva il ritornello nostalgico col suo tango accennato e una pedal steel: “Ci si sente tanto soli / quando si cammina per strade piene di sconosciuti”. È un perfetto modello di produzione basata sulle sottigliezze; la chitarra di James Taylor e il superbo, ma appena percettibile lavoro di charleston e basso di Russ Kunkel le conferiscono la giusta dose di ritmo.

In This Flight Tonight, A Case of You e Blue Joni fa i conti con la consapevolezza che la solitudine non è semplicemente il risultato dei suoi lunghi viaggi. Il punto è che il suo amante non è pronto a darle quel che lei vuole. In This Flight Tonight Joni ha lasciato il suo uomo, sta volando verso ovest a bordo di un aereo e si pente della decisione che ha preso. Il testo, un goffo tentativo di flusso di coscienza, è virtualmente impossibile da cantare e il soprano di Joni crea un contrasto con la melodia rock and roll. Ma il ritornello, vagamente alla Bo Diddley, ti si appiccica addosso:

Oh starbright, starbright

You’ve got the lovin’ that I like, all right

Turn this crazy bird around

I shouldn’t have got on this flight tonight.

In A Case of You, James Taylor ripete lo stesso riff di chitarra di California, solo che la melodia qui è lenta, maestosa, quasi innodica. La canzone è ambivalente eppure divisa in modo netto: le strofe raccontano battute d’arresto nella relazione, mentre nel ritornello Joni afferma che “tu sei nel mio sangue come il vin santo”. Paragonando l’amore alla comunione, Joni definisce esplicitamente il tema di fondo di Blue: per lei l’amore è diventato una ricerca religiosa, abbandonarsi alla solitudine è un peccato.

Ne consegue il voto di attraversare il fuoco dell’inferno pur di seguire il suo uomocome canta in Blue, l’ultimo pezzo del lato A, ma chiaramente la dichiarazione finale dell’album, il punto più basso della parabola discendente che inizia col picco d’euforia di All I Want. Pur contenendo una rivelazione personale, All I Want suona come una bella melodia pop. Blue invece ha il feeling triste di un pezzo di Billie Holliday. La gioia potrà pure essere condivisa con tante persone, ma il dolore tanto forte porta a isolarsi. In Blue, Joni distilla il dolore. È una canzone privata, scritta per lei e per il suo amante:

Blue here is a shell for you

Inside you’ll hear a sigh

A foggy lullaby

There is your song from me.

La melodia bella e irrisolta e l’espressività della voce rendono il pezzo accessibile. Ma Blue, più di ogni altra canzone dell’album, mostra Joni doppiamente vulnerabile. Soffre come persona e come artista, la cui vocazione le impone di esprimere musicalmente la sua disperazione e di rivelarla a un pubblico di acquirenti di dischi.

A dispetto della canzone da cui prende il titolo, Blue è nel complesso il disco più libero, brillante e ritmato di Joni Mitchell. Il cambiamento di tono non significa che non sia più interessata a forgiare uno stile personale e naturalistico. Oggi più che mai, si prende il rischio di usare dettagli che potrebbero sembrare ordinari pur di dipingere un autoritratto vivido. Si rifiuta di indossare una maschera come fanno a volte colleghi che si misurano con l’autobiografia come James Taylor e Cat Stevens.

Nel ritrarre se stessa in modo tanto crudo, Joni Mitchell rischia il ridicolo pur di raggiungere il sublime. I risultati però non sono ridicoli. In Blue Mitchell unisce il suo talento pop con la purezza e l’onestà di quella che una volta chiamavamo musica folk. Grazie a questa miscela ci regala alcuni fra i momenti migliori della musica popolare degli ultimi tempi.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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