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«L’album migliore dei Doors»: la recensione originale di ‘L.A. Woman’

Cinquant'anni fa la band pubblicava il suo ultimo LP, quello di 'Riders on the Storm'. Ecco come ne scriveva Rolling Stone all'epoca: «Meglio il blues di Jim Morrison di quello di Captain Beefheart»

I Doors

Foto: Michael Ochs Archives/Getty Images

I primi Doors non erano solo potenti, erano pure divertenti. Ma tanto divertenti. Chi le dimentica le improvvisazioni di Jim Morrison come quella in mezzo a Gloria (“Ragazzina quanti anni hai, ragazzina a che scuola vai, ragazzina mi succhieresti il cazzo?”). Beveva di brutto, il che ovviamente aiutava. Ora beve ancora di più e di conseguenza ha un sacco di materiale per intrattenerci. E visto che la potenza è andata a farsi benedire, bisogna fare i conti con questo disco dove non c’è neanche un brano serio.

Pensate a quanto l’ossessione di Jimbo per i serpenti e le lucertole abbia contribuito allo sterminio di migliaia di esemplari per farne stivali e cinture. La sua influenza sulla moda è notevole ed è assurdo considerando il fatto che Morrison è stato letteralmente abbandonato dai fan nel suo periodo più oscuro. Ora non ha alcuna voglia di essere preso sul serio. Anzi, a volte non scrive neanche più i testi. Rifà Crawling King Snake di John Lee Hooker, la prova che i Doors ascoltano ancora la musica delle origini, persino dopo la morte di Al Wilson (non dimenticate che i Canned Heat erano la comedy band più importante di Los Angeles). Nella cover, Morrison mette in mostra le fioriture vocali che finora ha solo lasciato intravedere in pezzi come Love Street. Vuol dire che è a suo agio con lo stile canoro hollywoodiano, un po’ bubblegum e un po’ potenziale performer alla cerimonia degli Oscar del 1972.

Sembra anche un bluesman più che discreto, probabilmente perché per la prima volta non gli frega un bel niente di apparire autentico. Non è mai stato Eric Burden, ma la sfacciataggine l’ha semrpe premiato. Ora gioca a carte scoperte. Prendete Cars Hiss by My Window, paragonatela con il blues ibrido di Captain Beefheart e decidete chi fra i due è il più pretenzioso e indulgente (se la vostra risposta non è Captain, allora non avete senso dell’umorismo o della giustizia).

Mettetici poi che la band ha finalmente deciso di suonare in modo più essenziale, di rispecchiare lo spirito libero che Morrison sperimentava dai tempi in cui ha abbandonato Howlin’ Wolf per Mel Torme. In altre parole i Doors non hanno mai suonato così insieme, come i Beach Boys, come i Love (la band per cui suonavano al Whisky, al Troubadur e chissà dove altro ancora). E così, quando Morrison in Hyacinth House imposta il tono dell’album con frasi come “Perché hai gettato via il jack di cuori?”, sta a Ray Manzarek, Robby Krieger e John Densmore tenere viva l’atmosfera con arrangiamenti da giostra presi direttamente dai Derek and the Dominoes, con una generosa aggiunta di Kokomo. Considerando l’obiettivo che si sono posti, i Doors non cedono mai, e nel disco non c’è neanche un brano noioso: è la prima volta.

È anche la prima volta, dai tempi di The End e When the Music’s Over, che i Doors riescono a scrivere un pezzo lungo davvero interessante. Anzi, qua ce ne sono due: L.A. Woman (che ha il miglior riff alla Chuck Berry dai tempi degli Stones, più echi di tanta musica americana anni ’60 e ’70) e Riders on the Storm (che segna il ritorno dell’influenza di Del Shannon, un artista centrale per le atmosfere misteriose dei primi album dei Doors). Sono due brani mostruosi. E sarei un cretino se non dicessi che The WASP (Texas Radio & The Big Beat) contiene il migliore spoken word di Morrison degli ultimi anni, una spanna sopra Horse Latitudes, con un senso del tempo degno del migliore George Burns.

Prendetemi pure a calci in culo, ma devo dirlo: questo è il migliore album dei Doors e il migliore uscito quest’anno. È una pietra miliare per cui dovremmo scendere in strada a ballare.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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