La zarroganza di Guè Pequeno è diventata un classico | Rolling Stone Italia
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La zarroganza di Guè Pequeno è diventata un classico

Carisma, zero vergogna, cinema di strada. Nel mixtape alla vecchia con DJ Harsh 'Fastlife 4' c'è ancora Pequeno from the block, eppure manca qualcosa. Non è facile essere il più bravo

Guè Pequeno

Foto: Cosimo Buccolieri

Era più di un decennio fa, quando Guè, in combutta con gli allora inseparabili Jake La Furia e Don Joe sotto l’ombrello Club Dogo si vantava bello orgoglioso: Che bello essere noi. Tecnicamente, il titolo del loro album uscito nell’anno 2010; ma, più ancora, una schietta affermazione che i tre, in quel momento lanciatissimi, potevano a buona ragione permettersi (col successivo Noi siamo il club a consacrarli definitivamente nel magico mondo delle hit per grandi, vip e piccini, a colpi di P.E.S.). Certo, erano gli ultimi fuochi della Dogocrazia: nel senso che, da lì a poco, l’unione fra i tre come entità-Club-Dogo iniziò a sfarinarsi piano piano, e ognuno prendeva progressivamente a farsi i fatti suoi, sempre di più, anche se le strade poi si sono intrecciate ripetutamente, ma forse più per cortesia e affetto che per convinzione.

Ad ogni modo: un decennio fa andava così. Ma un decennio nel mondo della musica odierna è un’eternità, no? Ancora di più lo è nella musica liquida (sì, per fare bella figura una reference indiretta a Zygmunt Bauman la mettiamo subito, visto che qui intendiamo l’aggettivo proprio nell’accezione usata dal filosofo polacco, tutto è liquido, anche mode, gusti e valori). Eppure, il ruolo centrale di Guè Pequeno non è calato per nulla da allora e anzi si è, se possibile, ancora di più rafforzato. Non è successo invece lo stesso a Jake La Furia e nemmeno a Don Joe, e lo slancio dei Dogo a livello di impatto lo ha più raccolto negli anni successivi Marracash, l’amico e socio di vecchia data Marracash, declinando tutto peraltro in una maniera personalissima e piuttosto colta, quasi intellettuale, abbastanza intellettuale a colta da farlo parlare vis-à-vis in pubblico con Sala Beppe, il sindaco di Milano.

Guè invece, almeno a prima vista per la truce e sbeffeggiante zarroganza, un po’ avresti paura a farlo parlare con Sala. Sbagliando: perché di sicuro saprebbe cavarsela. È pur sempre persona di buona famiglia ed ottima intelligenza: i modi giusti, se vuole, li conosce. Però ecco, lui si è ritagliato una strada diversa. Si è ritagliato una strada di immenso carisma (nel rap, che nel frattempo è diventato pure in Italia il nuovo pop, come già da secoli in America). Si è ritagliato una strada in cui ha studiato e si è impegnato molto più degli altri: è stato infatti lui prima, più e meglio di altri ad intercettare dall’estero i cambiamenti che stavano arrivando nel rap portandoli in Italia, questo mentre da noi parte dei media e del pubblico era ancora legata alle posse, il cielo li perdoni!, e la scena vera e propria, beh, lei era invece indecisa tra salto nel pop nazionale à la Fabri Fibra, o invece disperato attaccamento anale – ehi rapper, stiamo citando Freud, è una categoria psicanalitica, non è una parolaccia o un insulto – alla scena statunitense più classica.

Ma soprattutto: Guè si è ritagliato una strada molto speciale dove sostanzialmente la vergogna sta a zero (punto numero uno), e dove non gliene frega un cazzo di niente (punto numero due). È intelligente. Ha studiato (il rap, come si diceva, ma non solo). Sa farsi rispettare. Sa come si fa per guadagnare, e sfruttare a suo favore tutte le storture e le idiozie dello star system adolescenziale (e non solo…) all’italiana. Si è ritagliato questa strada, e l’ha percorsa fino in fondo: con gusto, con talento (quanto basta, eh, perché troppo talento poi disturba ed appesantisce, si sa…), con costanza ed etica del lavoro. Gli è andata, complessivamente, molto bene. Perché se già coi Dogo le cose sono state più che ok, da solista la parte giocosamente e gioiosamente svergognata di se stesso è diventata efficace e vincente come non mai. Vincente proprio col pilota automatico, ecco, quasi per forza d’inerzia. Al netto – lo ripetiamo – dell’indubbio talento e preparazione suoi: stupido e ingiusto disconoscerli. Insomma, un trionfo.

Dopo tanto lavoro, Guè ha deciso con l’uscita in questi giorni del mixtape Fastlife 4 di prendersi una meritata vacanza. Già, perché questo è un mixtape per un rapper affermato: una vacanza. Quando sei giovane e ancora devi farti conoscere, il mixtape è quell’arma d’assalto autoprodotta con cui ti butti col coltello fra i denti nell’arena. Se invece sei una consolidata e soddisfatta stella quell’entità album-non-album che è il mixtape è, semplicemente, un modo per dire «visto? Sono ancora quello degli esordi come spirito, questa cosa ve la faccio, e in unico take, e vi spacco ancora i culi». Oh: in effetti, nell’intro di questo Fastlife 4 – che riprende una saga di mixtape che era stata silenziata nel 2012 dopo tre episodi e da lì mai più ripresa – lo si dichiara proprio: «Ogni strofa che state per ascoltare, è stata registrata da G.U.E. in un solo take», è proprio detto subito, nei primi secondi. Più chiaro di così! È ancora Pequeno from the block, insomma. Molto più from the block di quanto lo fosse all’epoca J-Lo mentre lo cantava.

Ma è ancora bravo, Guè, in ‘sto mixtape? Dunque: ha così tanti meriti acquisiti e così tanto carisma naturale che sì, è ancora bravo, zero dubbi, è ancora cioè uno che plana sul microfono e lo stai ad ascoltare, punto, anche se non ti sta dicendo un cazzo, figuriamoci quando ti dice qualcosa o ti stende con punchline ben assestate. È però d’altro canto anche un po’ impigrito, qui. Infatti – immaginiamo un po’ anche per la felicità e il relax di essere finalmente in vacanza, e poter registrare in scioltezza un mixtape alla vecchia – c’è una cura nel flow che è leggermente minore rispetto agli album ufficiali: meno innovazione, meno varietà, meno personalità, meno originalità. Molta tecnica, sì, volendo anzi pure più tecnica del solito, se per tecnica si intende quella che si è consolidata nel rap statunitense degli anni ’90, lì, nei block, anni fa, e che di suo innerva un incedere al microfono che è discretamente diverso da ciò che si è stratificato successivamente nelle nebbie del web, della trap, del farfugliamento benzodiazepinico e dalla presa a male di una generazione per cui le prospettive di futuro sono meno zero, e a cui viene progressivamente tolta pure la strada in cambio di un cursore sullo schermo. A Guè interessa qui il block, non il web (il web in scioltezza già l’ha conquistato, a colpi di zarroganza); gli interessa dimostrare, in souplesse, di essere indiscutibilmente il Notorious B.I.G. italiano. Niente di più, niente di meno. Quella cosa lì.

Uno cioè che si diverte con le parole e le rime, da una posizione di forza; che come Biggie fa brutto ma nemmeno troppo, nel modo di rappare e porsi nella scena, perché tanto è già stra-rispettato di suo (al massimo fa brutto, e parecchio!, a chi di rap e di cultura hip hop ne capisce ancora pochino, e si scandalizza per certi testi, certe immagini, certe crudità, che invece sono un armamentario standard del genere e sono veramente un inside joke che ormai un qualsiasi nativo digitale appassionato del genere capisce e sa decrittare, senza scendere per strada a molestare donne o sgozzare persone, visto che sono storie, esagerazioni e mimesi elaborate ancora venti, trent’anni fa). Sì: quando citiamo Biggie come punto d’arrivo e riferimento, vogliamo proprio dire che Guè con Fastlife 4 vuole andare al cuore delle sue origini e dello spirito che era in lui quando questa faccenda del rap l’aveva conquistato davvero: vuole quello, non l’attualità. Qui non gli interessano le classifiche odierne, non gli interessa guadagnare, non gli interessa arricchirsi, non gli interessa far vedere ai ventenni che lui dà ancora la paga alle nuove leve (al massimo si limita a sceglierli bene, i ventenni: Vettosi, che essendo del 2003 ventenne manco lo è, dimostra ad esempio in Marco da Tropoja di essere un talento notevolissimo).

Tutto bene? Tutto liscio, in Fastlife 4? Tutto godibile? Godibile di sicuro, al netto di qualche traccia un po’ più sgonfia (Babyma moscia nel rap e nella produzione, Smith & Wesson Freestyle che vista la presenza di Marra promette tanto ma mantiene così così); liscio, dipende appunto se non vi fate scandalizzare da testi ed immagini (però se vi fate scandalizzare allora diamine davvero vi meritate il Disclaimer incredibilmente didascalico che apre il disco: ascoltatelo, vi è evidentemente utile e necessario). Ma tutto bene… mmm, chissà.

Il punto è questo. Arrivando alla fine di questo mixtape, ti viene da pensare una cosa ben precisa, se ti concentri un attimo: non è bello essere Guè, oggi. Non è bello perché hai ottenuto talmente tanto (come numeri e riconoscimenti) e hai inciso nella storia talmente tanto (cambiando i canoni del rap italiano avvicinandoli di botto alle realtà americane o francesi più potenti e/o più commerciali) che adesso, cosa puoi fare? Che altro puoi fare? Puoi fare un mixtape, va bene: una libera uscita. Una vacanzina, come si diceva, con tanto di amici di pregio (quelli non ti mancano e non ti sono mai mancati). Ma in te c’è forse il tarlo per cui tutto ciò non basta ancora, o non basta più.

Da un lato ti manca il riconoscimento anche delle persone che disprezzi, sì, pure il loro: questo perché ormai ti sei inconsciamente abituato bene, e vorresti che tutti ti magnificassero, nessuno escluso, quindi per reazione insolentisci chi sai che non è dalla tua con la scelta di un tono trucido tout court; dall’altro, sai che per avere davvero lo scettro del block hai passato troppo tempo fra gli agi e i lussi del mondo reale (e/o di un tuo mondo personale), e un po’ hai perso l’allenamento. Ok che l’obiettivo è fare il Biggie italiano, e lì la potenza conta ancora di più della tecnica e dell’allenamento, ma forse ti manca qualcosa: forse il problema è il tempo passato alla Playstation, forse lo è quello speso con Biagio Antonacci (che non è lo Sting di Every Breath You Take, anche se gli piacerebbe esserlo), forse è perché le nuove generazioni iniziano a correre veloce e Lazza in Alex ti surclassa. Forse insomma per questo, forse per altro, in Fastlife 4 Guè suona solido, autorevole e credibile ma anche un po’ appannato, pur essendo in automatico sempre e comunque nella Lega Di Quelli Bravi.

Gli manca qualcosa, sì. Quello spunto in più. Un po’ di freschezza. E va detto che il peso della trucida autorevolezza, che lui usa a piene mani per compensare le mancanze suddette, colpisce sì, ma colpisce un po’ meno del previsto. Non è facile essere Guè. Non è facile essere il più bravo – e dichiarare tra l’altro continuamente di esserlo – per quasi due decenni. Quindi, ora bene la vacanza. Meritata. Carina. Divertente. Spassosa, anche. Ma poi? Poi, staremo a vedere. La vita corre veloce. E Fastlife, per quanto carino, divertente e ben assemblato, forse nel 2021 non è più veloce abbastanza.

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