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«La sua voce era un miracolo»: il pop italiano ricorda Demetrio Stratos

Dalla musica totale degli Area fino ai disumani dischi solisti, ha sempre avuto una missione: andare oltre. John De Leo, Finardi, Mauro Pagani, Maroccolo, Edda, Enrico Gabrielli lo ricordano nell'anniversario della morte

Foto: Roberto Masotti

Demetrio Stratos ha dato la vita per la ricerca. Si è letteralmente sacrificato per essa cercando di forzare i confini della conoscenza. Prima con il pop dei Ribelli, poi con la musica totale degli Area e infine con i dischi solisti, lavori che spingono la voce verso territori incredibili, inesplorati, a tratti non-umani.

La voce di Stratos non era una voce, era uno strumento. In grado di passare con disinvoltura dall’r&b al rock fino a sperimentazioni inaudite nelle quali il canto si faceva lamento, si trasformava in flauto o sirena, tornava bambino. A volte spaziava in territori così distanti dall’ordinario che si fa fatica a riconoscere come voce quel suono incredibile che scaturisce dal corpo del suo creatore, tra diplofonie e trifonie (ovvero la produzione di due o tre suoni simultaneamente) e i picchi inauditi di 7000 Hz.

Dalla sua infanzia ad Alessandria d’Egitto, dove aveva assorbito stimoli da diverse culture, fino all’approdo a Milano che lo aveva portato a diventare frontman prima dei Ribelli (come dimenticare la sua interpretazione di Pugni chiusi?) e poi degli Area, Stratos scopre di avere una missione: andare oltre. Oltre i confini della musica, ma anche di se stesso. Con gli Area contribuisce a creare una proposta che si muove tra rock, danze macedoni e jazz più o meno free. Un messaggio di apertura non solo musicale. Quando in Luglio agosto settembre (Nero) canta del dramma del popolo palestinese, accende la miccia alle coscienze di molti che scattano in piedi col pugno chiuso a fraternizzare con una band che sputa fuori le brutture del mondo col ferro e fuoco delle dissonanze, dei tempi dispari, del caos. Libertà è la parola d’ordine, da tutti i punti di vista.

Parallelamente al lavoro con gli Area, Stratos si dedica allo studio del suo strumento principale. Nel 1976 e 1978 pubblica i primi album a suo nome: Metrodora e Cantare la voce, dischi per sola voce, non accompagnata da alcun strumento se non da se stessa, il cui ascolto non è mai stancante e lascia meravigliati. A nessuno verrebbe mai in mente quanto l’ugola umana possa spaziare in lungo e largo attraverso suoni e sensazioni.

Ma c’è di più. Durante la vita Stratos si spende per divulgare il frutto dei suoi studi in ogni dove, dalle università e i centri di fonologia fino alle scuole elementari, per mostrare i suoi prodigi ai bambini. Stratos non è uno di quegli sperimentatori arroccati nel proprio eremo, desidera anzi che la sua ricerca sia qualcosa alla portata di tutti, perché i suoi sono studi anzitutto sulle capacità dell’uomo, non solo sperimentazioni sulla voce ma anche sulla coscienza, per ampliarla e renderla consapevole.

La domanda allora è: cosa rimane del messaggio di Demetrio Stratos nel 2020, 41 anni dopo la morte a causa di un’anemia aplastica? Di primo acchito mi verrebbe da dire un bel niente. Certo, a livello underground o negli ambienti della musica contemporanea, il suo nome e i suoi insegnamenti sono tutt’ora molto presenti. Ma Stratos non era un musicista elitario, voleva che i suoi studi non avessero barriere, che potessero essere popolari, nel senso migliore del termine. Perché è solo mettendosi in gioco con coraggio che il mondo può migliorare. Il mondo, non una nicchia di eletti.

Ma tant’è il pop italiano (chi lo fa e chi lo ascolta) si è completamente dimenticato di lui, i modelli vocali sono altri (il ritorno al bel canto di origine melodrammatica, lo sprechgesang di rap e derivati o il cercare di rifarsi a stilemi black), la ricerca della semplicità a tutti i costi continua a imperare e buonanotte agli sperimentatori e alle loro pippe.

Fatti tutti i ragionamenti del caso mi è venuta voglia di sapere cosa pensano alcuni artisti a proposito dell’eredita (non) lasciata da Stratos. Artisti che in qualche caso lo hanno conosciuto e ne hanno ammirato le prodezze (Eugenio Finardi, Mauro Pagani), ne sono stati positivamente influenzati (John De Leo) o hanno scelto, nelle loro carriere, la via dell’apertura musicale, il non-fossilizzarsi su schemi precostituiti (Edda, Enrico Gabrielli, Gianni Maroccolo). La domanda che ho posto loro è la seguente: perché la lezione di Stratos non è stata seguita come avrebbe meritato?

Le risposte sono state quantomai variopinte, con l’aggiunta di diversi punti di vista sullo stato attuale delle musica in Italia, ricordi di Demetrio e della sua musica (con e senza gli Area), confutazioni della mia tesi e omaggi del tutto originali. Va bene tutto, basta che se ne parli.

John De Leo: «Ci vorrebbero tanti Stratos»

«Tutto è legato principalmente a un discorso di carattere consumistico. Che ha a che vedere con un sistema capitalistico di cui tutti siamo, più o meno consapevolmente, schiavi. Questo si riverbera in modo decisivo sulla società plasmandone il gusto e molte delle espressioni più condivise. La ricerca artistica – non soltanto quella musicale – è condizionata da questi fattori, per cui, quantomeno da questo punto di vista, c’è un’involuzione. Oggi più di ieri a ogni espressione artistica conviene essere facilmente recepibile dal pubblico. Credo che la cultura tutta abbia delle responsabilità in questo senso poiché piegandosi al favore dell’economia, non solo non rappresenta il pubblico ma lo impoverisce. Viene a crearsi un circolo vizioso tra scelta artistica e ipotetico potenziale economico il cui turbinio riguarda anche la politica, naturalmente».

«Salvo qualche nicchia di sopravvivenza, l’arte popolare è oramai assoggettata al sistema di cui sopra. Chiaramente in tutto ciò esiste un sottobosco che si interroga sull’arte e sulla ricerca, che vive di stenti ma che almeno si pone il problema di tentare di modificare il linguaggio imperante. Da parte mia credo di avere speso gran parte della vita in questo senso, mai con la presunzione di riuscirci, ma con la vocazione e l’urgenza di provarci. Aggiungo che se ci fosse da parte degli artisti una certa necessità di condivisione tutti spingeremmo il pedale da un’altra parte».

«In un momento come questo avremmo bisogno di una figura come Stratos piuttosto che tendere e re-impastare sempre e comunque ciò che già si conosce. Per la verità ci vorrebbero tanti Stratos e diversi. Perché in ogni caso è bene ricordare una semplice analisi dei musicologi: nell’immaginario degli anni ’70 poteva esistere un gruppo come Area (dalla musica deliziosamente sperimentale ma oggi recepita come audace) perché l’aria in circolo, i sincretismi dell’atmosfera politica generale oggi sbiaditi e indistinti, consentiva espressioni di questo tipo».

Eugenio Finardi: «Non ha emuli»

«Quello che manca oggi non è il materiale grezzo, ci sono voci che potrebbero essere ricondotte all’insegnamento di Stratos (mi viene in mente Marco Mengoni), è più che altro il contesto culturale che è cambiato. Ricordo incontri con Demetrio, John Cage, Gianni Sassi, Paola Pitagora, la futura ministro Boniver, COBAS dell’Alfa, Franco Battiato, Nanni Balestrini…. C’era un continuo scambio tra ambiti culturali e lavorativi. Era un momento di grandissima innovazione, con musica e stimoli provenienti da varie parti (politica, design, pittura) che fondevano in un’unica materia. Con il desiderio di alzare il livello del rock, elevandolo a cultura. Da quell’humus venivano le ricerche di Demetrio ed è proprio questo che manca ai giorni nostri, in tutti gli ambiti. Proprio per questo non vedo suoi emuli, a parte John De Leo dei Quintorigo. D’altra parte non ci sono nemmeno emuli di John Cage».

«Certo, sarebbe bello, anzi necessario, sentire un trapper esprimersi con vocalizzi alla Stratos su basi moderne, piuttosto che con le classiche voci standardizzate. Il momento che abbiamo vissuto con il Covid ci ha preparato ad attendere il nuovo, stiamo vedendo le prime luci dell’alba e vogliamo vedere che sole sorgerà. È un’opportunità straordinaria che a livello creativo potrebbe portare realmente a un cambio di prospettiva. Il problema della nostra epoca è che c’è talmente tanto, il macrocosmo è talmente grande, che persino i microcosmi diventano mondi a sé. Per cui uno che vive nella trap, ad esempio, non ha assolutamente consapevolezza di cosa stia succedendo, che so, nella musica contemporanea, o nel jazz. E questo è un po’ il difetto delle nostra epoca, un giovane artista decide il genere, il look, l’appartenenza tribale prima ancora di vedere dove lo porta la musica».

Enrico Gabrielli: «Chi può, non dimentichi»

«Demetrio Stratos è un’antonomasia. Questo perché rappresenta sé stesso in pieno regola e nessun altro tipo di “altro” performer. Per chi lo conosce e lo apprezza il suo nome si è trasformato spesso in aggettivo, un po’ come “felliniano” o “fantozziano”: “stratosiano” vuol dire un cantante che raggruppa tutta quell’attitudine alla tecnica canora complessa e virtuosa/istica. Ma qual è il reale lascito di questo supereroe sincretico del mondo progster? Io in Italia francamente fatico a trovare traccia di lui nel mondo della popular music. Forse fuori dei confini nazionali qualcosa della sua identità lo abbiamo potuto ritrovare in certi outsider illuminati (penso ad Antony and the Johnsons, ad esempio). Ma è stato un caso, secondo me. Attualmente vi è una interessantissima cantante egiziana che di nome Nadah el Shazly che potrebbe evocare lo Stratos mediorientale. Ma quel che lei fa trae spunto direttamente dalla sua tradizione religiosa, senza altri tanti riferimenti».

«Demetrio è stato innanzitutto un musicista, cosa non tipica per chi affronta lo strumento-voce nei tempi del 2.0. Oggi chi canta normalmente lo fa spinto dalla molla dello scilinguagnolo verbale. La comunicazione ha preso il sopravvento; la musica e la voce vengono spesso dopo ciò che si vuol dire. E a quanta più gente possibile. Attendiamo un ciclo completo, poi magari il ricorso storico darà pesi e misure nuove e diverse al caro Stratos. Intanto, per chi può, non lo dimentichi mai».

Gianni Maroccolo: «Mi ha insegnato il coraggio»

«Stratos credo debba essere analizzato, se così si può dire, in modalità duale. Un conto è parlare del cantante degli Area e un conto di Demetrio Stratos come sperimentatore vocale, e portatore di avanguardia. Entrambe le esperienze le ho sempre seguite con estrema attenzione in tempo reale. Area era un progetto musicale, sociale e concettuale, unico per l’epoca. C’era sperimentazione e musica, ma soprattutto un modo di comunicare, condividere e mettere in circolo un “pensiero”, una visione di società diversa. E credo che più che l’aspetto musicale fosse proprio quel desiderio di “far parte” di una comunità, che mi spingeva ad ascoltare i loro dischi e ad andare ai loro concerti. Per me l’esperienza degli Area (comunque unica in Italia) è stata un riferimento anche negli anni a seguire. Mi aiutarono a capire come sperimentazione e incontro portassero all’indipendenza; che bisognava comprendere la musica e le “regole” che contemplava, salvo poi metterle in discussione e andare oltre. Claudio Rocchi spesso mi diceva che una delle cose più emozionanti che ci possa accadere nella vita è appunto quella di scegliere di “abbandonare il noto per l’ignoto”. Anche l’idea di “collettivo” che ruotava intorno agli Area mi affascinava molto. Quando nei primi anni ’90 decidemmo di aprire il Consorzio Produttori Indipendenti, ci ispirammo non poco all’esperienza della Cramps e al concetto di factory, o laboratorio sperimentale che dir si voglia».

«La lezione degli Area e di Stratos non credo sia andata persa anzi, la riascolto spesso nella musica di altri, in vocalità che manifestano l’avere studiato e apprezzato Demetrio. La ricerca e il desiderio di sperimentare sono immortali. Al limite credo che ora vi siano maggiori difficoltà di allora a mettere in contatto chi desidera ascoltare “musica altra” con chi la crea, la produce, la suona. Sia chiaro, non mi lamento e ho sempre accettato con curiosità le mutazioni, ma credo sia evidente che mercato e media “propongano” sì e no il 5-6 % della musica che viene suonata e prodotta ogni giorno nel mondo. Gli Area io potevo sentirli alla radio, li ho beccati in tv, ne sentivo parlare in giornali specializzati, nei giornali di controinformazione e non solo, me li andavo a sentire suonare dal vivo almeno cinque o sei volte l’anno, trovavo i loro dischi nei negozi. Ci sono tanti artisti, musicisti e cantanti che provano a proseguire su percorsi simili quelli di Stratos e degli Area, ma non sono considerati. E personalmente mi sono anche stancato di chi si lamenta e tende a dar la “colpa” alla musica e ai musicisti di oggi. Chi sperimenta, chi crea musica diversa è tagliato fuori e deve solo sperare in qualche appassionato di musica che riesca a trovarlo in quel 95 % di musica “altra” non considerata da mercato e media. Se si desidera far venir fuori le avanguardie (che ci sono!) cambino quelli che “ruotano” intorno alla musica. Il coraggio non va chiesto solo a chi fa musica, che siamo fin troppo coraggiosi, ma a chi ha scelto nella vita di omologarsi e di non rischiare. Chi fa musica mette in gioco se stesso, la sua vita, la sua anima, i suoi studi; e sceglie di farlo ben consapevole di non poter contare su alcun tipo di garanzia. Talento permettendo, come fa a dar notizia non dico della sua sua musica, ma della propria esistenza? Puoi scrivere il libro più bello e rivoluzionario del mondo, ma se nessuno saprà che quel libro esiste, servirà poco e come paradosso magari ti sentirai dire che sarebbe bello se invece dei soliti romanzucci qualcuno scrivesse anche dei libri diversi e coraggiosi. Beh, Stratos e gli Area (e non solo loro) mi hanno insegnato che sta a noi fare comunque la nostra parte. Gli altri la fanno?».

«Il percorso sperimentale di Demetrio in solitaria, la sua voce e i suoi studi, è invece qualcosa che ha a che fare con il “miracoloso”. Nel mio piccolo confesso che ho amato questa parte della breve ma intensa vita artistico/musicale di Demetrio ancora più del suo percorso con gli Area. Mi ha appassionato e mi appassiona ancora oggi tantissimo. La voce come strumento assoluto. C’è da domandarsi dove sarebbe potuto arrivare avendo più tempo. Forse alla polifonia totale. Ma qui credo vi siano difficoltà oggettive nel proseguire il suo percorso. Troppi elementi in gioco: lo studio, la spiritualità, la tecnica, il talento e soprattutto quello strumento unico che Madre Natura gli aveva donato. Impressionante sotto tutti i punti di vista. Ma, anche in questo caso, “nulla è andato perso”».

Mauro Pagani: «Amarlo era facile, imitarlo impossibile»

«L’importanza del lavoro di Stratos è enorme perché in lui coesistevano, a livello eccezionale, doti vocali e conoscenza approfondita di molti generi musicali, dal blues più tradizionale, al rock più avanzato e contemporaneo, senza dimenticare l’identità più profonda della cultura etnica del Mediterraneo, dei Balcani e dell’Oriente dai mille volti. Questo ha reso il suo lavoro speciale da un punto di vista qualitativo e in qualche modo unico e inimitabile per originalità. Ascoltarlo e amarlo è stato facile, capire il suo lavoro entusiasmante, farlo proprio, al suo livello, davvero difficile per chiunque. A me è capitato di ascoltarlo incidere autentici capolavori come Cantare la voce e la sera stessa stare sullo stesso palco con lui e sentirlo cantare blues tradizionale, come nessun altro».

«Non penso che il cammino di Stratos non sia stato seguito: semplicemente stiamo attraversando un momento storico nel quale gran parte della comunicazione sembra essere poco interessata alla “musica di ricerca”, nel senso più ampio del termine. Ma questo genere è vivo, produttivo e pulsante, ha i suoi ascoltatori, i suoi sperimentatori, bisogna solo andarselo a scovare. Mentre noi stiamo parlando, certamente in qualche casa, cantina o localaccio qualcuno sta scrivendo qualcosa di speciale, originale e unico. Qualcuno curioso e coraggioso, come è stato Gianni Sassi, sta lavorando perché il mondo, se ne accorga. Ricerca e sperimentazione tengono viva e lucente la nostra anima: non dimentichiamolo!».

Edda: «Non so come, ma mi piaceva»

«Certo che una domanda così fatta a me il cui universo si risolve in 5 parole (cazzo figa tette culo e pizza) è proprio uno scempio all’intelligenza, ma mi sforzerò. Prendiamo La mela di Odessa degli Area, che dire? Beh, senza dubbio cazzo figa tette culo e pizza in loop. Gli Area, gruppo nella cui dicitura rientrava la parola pop. Che subito ci rimanda alle poppe quindi siamo sempre in argomento, diciamo che anche per loro la musica doveva raggiungere gli allocchi e mi raggiunse, non so come fecero ma mi piaceva. Non ero in grado di riprodurla né di decodificarla, ero un ragazzino di 13 anni che suonava male Fra Martino con il flauto. E secondo me SÌ! la musica parte dall’anima e quindi ti rappresenta. Quindi la loro era anche una proposta culturale e sociale. Ma signori della corte, veniamo ora al caso di Cornutone degli Squallor, oppure alla canzone dello zoo di Achille Lauro. Devo essere sincero: geniale! Oppure Rimmel, tutto l’album. Anche qui mi bagno. E allora le anime sono tante milioni di milioni, alcuni la tirano fuori con la sperimentazione, altri con il giro di do. Non ne farei una questione di percorso ma d’ispirazione. Non so se ho risposto, probabilmente no, comunque rimane una certezza alla base di tutto c’è la figa e quindi non ci vedo poi tutta questa differenza».

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