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La storia segreta dell’etichetta di George Harrison

La moglie Olivia e il figlio Dhani Harrison, insieme ai musicisti che all'epoca circondavano il "quiet Beatle", raccontano la complessa vicenda della Dark Horse e che cosa hanno in programma per farla rinascere

George Harrison

Foto: Aaron Rapoport/Corbis via Getty Images

George Harrison è andato in ufficio da solo, in auto, nel suo primo giorno di lavoro. Era l’ottobre del 1974 e il musicista aveva preso l’aereo per Los Angeles per visitare gli uffici dell’etichetta che aveva appena fondato. Nessuno aveva organizzato una festa di benvenuto, ma la futura moglie Olivia – all’epoca Olivia Arias, appena assunta per lavorare al progetto – si precipitò nel parcheggio esterno per salutarlo. «Pensavo che qualcuno avrebbe dovuto farlo», dice. «È arrivato nel parcheggio guidando una piccola auto e ho pensato, “Cavolo, questa è una giornata importante per la sua vita”, così sono uscita e ho gridato “Benvenuto!”. Lui ha risposto: “Che sta succedendo?”, era elettrizzato, ma c’ero solo io».

Sotto molti aspetti questa storia è tipica di Harrison: tra tutti i Beatles è sempre stato quello avverso alle luci della ribalta e che ha tenuto il profilo più basso – il cosiddetto “quiet Beatle”, che ogni tanto sfoderava un sottile senso dell’umorismo. La sua vita dopo lo scioglimento della band, però, non era certo tranquilla. La prima metà degli anni ’70, infatti, è uno dei periodi più creativamente fertili di tutta la sua carriera. È diventato solista subito dopo lo scioglimento del gruppo del 1970, ha organizzato un concerto all-star per il Bangladesh al Madison Square Garden, ha centrato varie hit. Poi, nel 1974, ha deciso di fondare la sua etichetta discografica, Dark Horse Records.

La lista di musicisti che hanno aperto un’etichetta è lunga e include Drake, The Weeknd, Dan Auerbach, Meek Mill, Jack White, Kanye West. Dark Horse, però, non è stata solo una delle prime etichette guidate da un artista – insieme a quelle di Beatles, Rolling Stones e Jefferson Airplane – ma anche una delle più eclettiche. Nei primi anni di vita del progetto, Harrison ha pubblicato dischi di generi che nessuno avrebbe associato ai Beatles: disco music garbata, folk-rock ritmato, r&b, funk, boogie rock anni ’70, persino un proto yacht rock. «Col tempo si era creata una distanza da quello che era successo durante lo scioglimento dei Beatles», dice Olivia. «Alla fine di quel periodo anche la Apple si è divisa, e ha detto: “Voglio fare qualcosa di diverso”. Era l’occasione per ripartire da zero».

Molti artisti/imprenditori rock e hip hop contemporanei sanno come possedere, gestire e far crescere le proprie etichette, ma durante i primi anni di tali imprese, tutti – soprattutto i musicisti coinvolti in queste attività – imparavano strada facendo. Dark Horse è nata con le migliori intenzioni e rifletteva i gusti di ampio respiro di Harrison. Inoltre, il chitarrista sapeva come gestire un’azienda, e il tour fatto per autopromuoversi in quel periodo avrebbe influenzato il resto della sua carriera, nel bene e nel male. Ora l’etichetta è rinata per mano del figlio Dhani – che ha recuperato il famoso logo della Dark Horse e sta esplorando l’introvabile catalogo dell’etichetta, pieno di materiale inedito che uscirà nei prossimi anni – vale la pena ripercorrere un capitolo spesso dimenticato di uno dei Beatles, la storia di un’era in cui la libertà del music business poteva dare vita a un’etichetta come Dark Horse, e cosa succede quando un artista sceglie la strada del business.

Nel 1973, il batterista Jim Keltner, che resterà un caro amico di Harrison fino alla morte (nel 2001, per un cancro ai polmoni), era a Friar Park, la tenuta privata di Harrison ai confini di Londra. I due stavano chiacchierando nella sala da colazione al piano terra, il cuore della casa. «Una sera eravamo seduti lì e George mi ha chiesto: “Che cosa rappresenta per te l’immagine di un cavallo nero (dark horse, ndt)?”», racconta Keltner. «Mio padre ha lavorato tutta la vita all’ippodromo. Per me, un cavallo nero è quello che non dovrebbe vincere, ma che alla fine lo fa».

Per Olivia il collegamento era chiaro. «George si è sempre considerato un cavallo nero, credeva di passare inosservato», dice. «È interessante, perché era sempre esposto al pubblico. Ma era molto riservato. Se lo guardavi suonare sul palco, non saltava in giro, non esprimeva se stesso in quel modo. Se pensi alla metafora del cavallo nero… la gente non si aspetta che tu sia un autore o una persona spirituale o divertente, perché sei un cavallo nero. Nessuno sa cosa ti passa per la testa».

Harrison disse a Keltner che stava per aprire la sua etichetta discografica e gli mostrò un’illustrazione dell’Uchchaihshravas, il cavallo a sette teste tipico della mitologia Hindu che sarebbe diventato il logo dell’azienda. «Era un po’ il re di tutti i cavalli, il prototipo di tutti i cavalli, il miglior cavallo di sempre», dice Dhani del simbolo. «Cambiava le sorti della battaglia e generalmente era visto come un simbolo potente di protezione e vittoria».

Nel 1974, l’idea di offrire rifugio ad altri artisti attraeva Harrison, malconcio dopo il duro scioglimento dei Beatles, ma dotato di sufficiente prestigio per farcela. Il suo triplo album del 1970 All Things Must Pass era sia un bestseller che un modo per dire al mondo che poteva fare dischi sullo stesso livello di John Lennon e Paul McCartney. Un anno dopo, durante il Concert for Bangladesh, ha condiviso il palco con Bob Dylan, Eric Clapton e altri per aiutare un Paese devastato, e ha continuato ad avere successo commerciale con l’album del 1973 Living in the Material World, che conteneva la hit Give Me Love (Give Me Peace on Earth).

Harrison era legato al contratto con la EMI, l’etichetta dei Beatles, fino al 1976, ma l’idea di fondare la sua azienda e promuovere il lavoro dei suoi amici lo attirava. «Se gli piacevi era sempre disposto ad aiutarti», dice Keltner. «Diceva cose come: “Sono questi gli artisti che meritano davvero un contratto con un’etichetta”». Secondo quanto riportato, Harrison si è consultato con David Geffen, che allora gestiva la Asylum Records, e per un periodo sembrava che insieme a Ringo Starr volesse acquistare Apple. Poco dopo Harrison decise invece di fondare Dark Horse, e nella primavera del 1974 firmò un accordo di partnership di cinque anni con A&M Records, che allora ospitava artisti come i Carpenters, Peter Frampton, Flying Burrito Brothers e molti altri. A&M investì più di 2 milioni di dollari nel progetto. In cambio, Harrison avrebbe ceduto parte dei diritti dei suoi album solisti.

Qualche mese dopo, Harrison spiegò le sue intenzioni in conferenza stampa: «Non voglio che Dark Horse diventi una grossa etichetta. Voglio che resti ragionevolmente piccola… se avessi offerto un contratto a tutti gli artisti che mi hanno mandato dei provini, oggi Dark Horse sarebbe più grande di RCA» (quando qualcuno gli domandò della reunion dei Beatles, rispose: “Se dovessimo farlo, probabilmente sarà perché saremo al verde e con un gran bisogno di soldi”, aggiungendo che McCartney era “un buon bassista, a volte un po’ prepotente” e spiegando che preferiva il session man Willie Weeks).

In quanto artista, Harrison era felice di delegare: nel Regno Unito l’etichetta era gestita da Jonathan Clyde, mentre Dennis Morgan (che aveva già lavorato alla Rocket, l’etichetta di Elton John) mandava avanti l’ufficio di Los Angeles. Olivia Harrison lavorava da due anni al reparto merchandising di A&R quando le offrirono il lavoro da Dark Horse, che aveva uffici nello stesso edificio di A&M e condivideva gli spazi con Ode Records, l’etichetta di Carole King. «George era entusiasta, amava avere un ufficio in cui andare ogni giorno», dice. «Amava circondarsi di musicisti. Disegnava tutto, anche il merchandising. Aveva spille e cinture bellissime, di bronzo, tutte griffate Dark Horse. C’erano cavalli neri dappertutto».

«Jerry Moss [co-fondatore di A&M] spostò mia madre al progetto Dark Horse perché era l’unica persona abbastanza fica per farlo», aggiunge Dhani. «Faceva meditazione e pensavano che sarebbe andata subito d’accordo con papà, e così è andata» (i due si sono sposati nel 1978, l’anno in cui è nato Dhani: «È stata una delle loro prime uscite», dice ridendo).

Come a voler dichiarare subito la sua natura, le prime due pubblicazioni di Dark Horse – gli album degli Splinter e di Ravi Shankar, entrambi nell’ottobre 1974 – erano agli opposti dello spettro musicale. Shankar Family & Friends era una collaborazione tra oriente e occidente che coinvolgeva la band di Shankar, Harrison e musicisti come Keltner, Starr, il chitarrista David Bromberg, il sassofonista e flautista Tom Scott, e altri ancora.

George aveva scoperto gli Splinter (duo britannico folk-rock composto da Bill Elliott e Bobby Purvis) grazie a Mal Evans, il vecchio confidente e assistente personale dei Beatles. Per Olivia, il fascino della loro musica – i ritornelli delicati del loro primo album, The Place I Love, e i brani più cantabili come Drink All Day – era evidente. «I Badfinger erano usciti con Apple, e gli Splinter erano abbastanza simili», dice. «Riuscivi a immaginarteli a suonare dopo di loro». Harrison ha prodotto l’album e ha suonato vari strumenti; con il suo tipico senso dell’umorismo, si è firmato come Hai Georgeson, Hai Raj Harisein e P. Roducer.

Tuttavia, Dark Horse non era il paradiso dei puristi della musica. Harrison ha pubblicato anche Mind Your Own Business!, un raccolta di rock FM del periodo con Henry McCullough,  l’ex chitarrista di Wings e Joe Cocker. Uno dei dirigenti dell’etichetta ha ingaggiato gli Stairsteps, cioè la nuova formazione dei Five Stairsteps, gruppo r&b di Chicago che aveva avuto un certo successo con il glorioso inno soul O-o-h Child. Il loro album 2nd Resurrection era l’uscita più insolita di Dark Horse: soul setoso anni ’70 con armonie bollenti, sintetizzatori serpeggianti e la stessa quantità di assoli di flauto di un concerto di Lizzo. «George ascoltava di tutto», dice Olivia, «ma era un artista, quindi lasciava che fossero gli artisti ad approvare i dischi».

Un’altra uscita di Dark Horse è nata dalle jam session settimanali che si tenevano allo studio Record Plant, a Los Angeles. Intitolate “The Jim Keltner Fan Club Hour” grazie a una nota a margine ingannevole inserita in Living in the Material World, le jam attiravano chiunque, da Mick Jagger a John Lennon a musicisti come Danny Kortchmar, il chitarrista di James Taylor e Carole King, il bassista soul Paul Stallworth e un giovane tastierista e cantante canadese chiamato David Foster, che finirà per produrre artisti pop come Chicago e Josh Groban e parteciperà a uno speciale televisivo con la moglie Katherine McPhee. «Foster era un pianista affamato», ricorda Keltner. «Era pieno di funk, amico, non come i tizi che vedi ora su PBS».

Dopo queste jam Kortchmar, Foster, Stallworth e Keltner finiranno per fondare un gruppo, gli Attitudes, che suonava groove perfetti per la radio e che mescolavano le tendenze pop di Foster con le radici r&b di Kortchmar. Nonostante la musica non fosse del genere preferito di Harrison, ha comunque ingaggiato il gruppo in Dark Horse – un favore all’amico Keltner, ricorda Kortchmar – e pubblicato due album. Il primo include una bozza di Honey Don’t Leave L.A. di Kortchmar, il brano che verrà poi suonato da James Taylor (Kortchmar dice che era «liberamente basato su una relazione con una donna che mi piaceva molto ma che è finita con un uomo molto più famoso di me»).

In retrospettiva, gli album degli Attitudes (in particolare le canzoni come Ain’t Love Enough e Drink My Water)sembrano un presagio dell’invasione soft rock di fine anni ’70, ma Kortchmar rifiuta il paragone. «Non penso che quello che facevamo fosse paragonabile a Christopher Cross e Kenny Loggins», dice. «E non lo dico per screditare questa gente, assolutamente. Quello che facevamo era più rozzo e funk di musica che metteresti sul tuo yacht».

Oltre al lancio della sua etichetta, Harrison organizzò il suo primo (e unico) tour americano. Fino al 1974, nessuno dei Beatles aveva girato l’America da solista, quindi i concerti di Harrison – più di 30 date, distribuite tra novembre e dicembre – erano tra i più attesi dell’anno. Anche in un periodo in cui Dylan era tornato in tour e Crosby, Stills, Nash & Young si erano riuniti, i concerti di un Beatle erano un evento.

Tutto sembrava al posto giusto: il promoter Bill Graham aveva organizzato il tour, tutto nelle arene, e la band di Harrison offriva una lineup formidabile che includeva Preston, Scott e a volte Keltner. Anticipando il modo con cui Dylan riarrangerà il suo materiale e, con il Rolling Thunder Revue, metterà al centro dell’attenzione gli altri musicisti sul palco, Harrison cambiò la sua musica per i musicisti jazz-rock che erano dietro di lui e generalmente lasciava che Preston e Scott suonassero le loro canzoni. In tutti i concerti, inoltre, c’era una parte centrale dedicata a Shankar e ai suoi musicisti.

Ma nella fretta di completare l’album Dark Horse in tempo per gli show, Harrison perse la voce, il primo di una serie di problemi. In tutto il Paese, i fan dei Beatles erano eccitati all’idea di vederlo sul palco, ma alcuni erano confusi dal suo modo di cantare e dalla nuova versione di While My Guitar Gently Weeps e da In My Life di Lennon-McCartney con il testo cambiato (“I love God more”). «George voleva che la gente ascoltasse musica indiana», dice Olivia. «Pensava che stesse facendo loro un servizio. Diceva spesso: “La gente che vuole ascoltare George dei Beatles farebbe meglio a non venire».

Keltner ha un dolce ricordo dei viaggi in aereo con la band e la crew di Shankar e delle notti in albergo in cui Harrison metteva un disco di Dylan e cantava ogni singola parola dei testi. Ma tutte le persone coinvolte si lasciavano andare ai tipici eccessi del rock anni ’70. «Ci divertivamo troppo e male», ammette Keltner. «Era una festa enorme. George non era nella forma migliore per fare un grande tour. Credo sia per questo che non ci ha più riprovato».

Anche Olivia conferma quanto quel periodo fosse stato difficile per il suo futuro marito. «Aveva problemi alla gola prima di partire», dice. «Non era abituato a fare il frontman. Era un po’ fuori di testa, all’epoca, ed era responsabile di 25 o 26 musicisti. Aveva un nuovo manager: se avesse conosciuto davvero George, non gli avrebbe permesso di spingersi così oltre. Non aveva il coraggio di cancellare le date, ma avrebbe dovuto».

Le difficoltà del tour non erano l’unico ostacolo da superare. Quasi come se volesse riflettere il carico di lavoro eccessivo, l’album Dark Horse (pubblicato da Capitol/EMI, non da Dark Horse, per ragioni contrattuali) suonava stanco e non fu accolto con lo stesso calore dei dischi che l’avevano preceduto. A disprtto della loro qualità, lo stesso è successo con il primo gruppo di uscite dell’etichetta. Kortchmar dice che aveva «grandi speranze» per gli Attitudes – «pensavo che avrebbe conquistato la gente, che avrebbero apprezzato» – ma pochissimi di quei dischi finirono in classifica. Olivia dice che le vendite non erano un problema per George: «Registravi la musica, la pubblicavi e cercavi di promuoverla. Si diceva: “Fai il disco e via”. George faceva tutto così, faceva ogni cosa per il piacere e il bisogno di creare».

Purtroppo, la relazione tra l’etichetta e i finanziatori si deteriorò. «George ha iniziato a suonare in giro, e da allora uno faceva i dischi, un altro prendeva le decisioni e un altro ancora presentava conti salatissimi che dovevamo pagare, e i dischi non erano nemmeno buoni», ha detto nel 2007 Moss di A&M. «La situazione è arrivata al punto che non potevo più difendere il progetto, anche se George aveva convinto tante persone del nostro gruppo a lavorare extra per l’etichetta, e avevamo creato tutto un immaginario apposta per lui».

Quando Harrison consegnò l’album successivo – quello che sarebbe diventato Thirty-Three & 1/3 – alla Warner invece che ad A&M, l’etichetta gli fece causa chiedendo 10 milioni di dollari di danni. Harrison aveva sviluppato quella che Clyd chiama «un’amicizia profonda e personale» con Mo Ostin, il capo di Warner, e pensava che quell’azienda fosse più disponibile nei suoi confronti. Alla fine, Harrison dovette pagare più di 4 milioni ad A&M per spostare Dark Horse alla Warner, dove è rimasta per quattro anni. «Il management e A&M non erano contenti dell’accordo», dice Olivia. «Non aveva molto a che fare con George, ma in un certo senso aveva tutto a che fare con lui perché lui firmava tutto. Non conosco i dettagli, ma è stato parecchio acrimonioso e molto deludente per George. Non pensava che sarebbe mai successo. È andata male, ed era molto triste».

Con Warner dietro a Dark Horse, Harrison cercò di resuscitare lo spirito originale dell’etichetta, pubblicando un album solista di Keni Burke – co-fondatore degli Stairsteps – e i dischi di Splinter e degli Attitudes. Ma durante il passaggio a Warner, una potenziale hit – Sweet Summer Music degli Attitudes, che ricordava i successi degli War e aveva iniziato a scalare le classifiche soul – non ricevette la promozione necessaria e sparì in breve tempo. Presto, il ruolo di capo di un’etichetta iniziò a pesare su Harrison, che ne ha parlato in un’intervista a Rolling Stone.

«Ero consumato, e il risultato è stato che ho detto: “Maledizione, non voglio un’etichetta”. Non mi disturba farne parte, perché sì, posso pubblicare un album e fare un po’ di soldi, e nessuno mi telefona nel bel mezzo della notte per lamentarsi di come vanno le cose. Ma gli artisti non sono mai soddisfatti. Spendono 50 mila dollari in più di quanto spenderei io per un disco, ma non vogliono fare interviste o partire in tour – qualunque cosa organizzi finiranno per mandarla all’aria. C’erano troppe stronzate. Pensano che un’etichetta sia come una banca dove andare e chiedere soldi in qualunque momento».

Da Dark Horse «erano uscite cose buone» come Good News degli Attitudes e i due album di Shankar. Ma il disincanto era sempre più profondo, e alla fine Dark Horse diventerà la casa dei suoi album solisti e resterà tale fino all’ultimo, Brainwashed, pubblicato poco dopo la sua morte.

Parlando dei primi giorni dell’etichetta, Olivia dice che «è frutto di tanto lavoro. Una volta fatto, ho voluto passare ad altre cose. Col senno di poi, è come se avesse creato un mostro».

La Dark Horse ha continuato a pubblicare i dischi di Harrison fino alla morte dell’artista, ma da allora, ammette Dhani, è stata «dormiente, al di là delle operazioni di catalogo». A inizio anno Dhani ha annunciato col suo manager David Zonshine la rinascita dell’etichetta grazie a un accordo di distribuzione con la BMG. Il primo passo è stata la pubblicazione di una registrazione inedita – una cover di For Real – For Tom di Tom Petty, con Dhani, Jakob Dylan, Willie Nelson e i figli di quest’ultimo Nelson, Micah e Lukas – ma Harrison e lo staff composto da quattro persone si concentreranno sul materiale presente negli archivi. Finora hanno realizzato una compilation degli Attitudes e riedizioni di due dischi di Shankar, In Concert del 1972 e Chants of India del 1997, quest’ultimo prodotto da George.
La Dark Horse riediterà anche il lavoro di artisti affini che all’epoca non facevano parte dell’etichetta, a partire dai dischi post Clash di Joe Strummer coi Mescaleros. «In un certo senso, è naturale che finiscano sull’etichetta», spiega Dhani. «Joe era indiano da parte di padre e ha passato del tempo in Messico. Mia madre è messicana e ovviamente mio padre era amico fraterno di Ravi e dei musicisti classici indiani. Ci sta». Per ora, non è previsto che l’etichetta metta sotto contratto nuovi artisti.

Le ricerche d’archivio hanno portato alla scoperta di materiale inedito di George Harrison. «C’è gente che sta scandagliando montagne di nastri, intere scatole», spiega Dhani. Il 2020 segna il cinquantesimo anniversario di All Things Must Pass e Dhani e i suoi archivisti hanno scovato ore di materiale inedito e in parte mai sentito prima tratto dalle session dell’album. «Molte cose sono uscite su bootleg, ma le nostre versioni sono migliori», dice Olivia. «Abbiamo tutto in 24 piste, varie take e dialoghi in sala d’incisione». Nel 2021 cadrà il cinquantesimo anniversario del Concert for Bangladesh, nel 2023 il mezzo secolo di Living in the Material World. Potrebbero uscire edizioni speciali, ma i particolari non sono stati ancora discussi.

La maggior parte delle richieste che Dhani riceve riguarda il controverso tour del padre del 1974. Ha riascoltato i nastri di tutti i concerti e dice che George effettivamente non era in gran forma, ma anche che il tour rivela un lato poco noto della sua musica. «La voce è stanca eppure in qualche modo suona bene. Ha qualcosa di roco, di grezzo. Trasmette un senso di fragilità. Ti fa vedere la sua musica da un altro punto di vista». Molti di quei concerti sono stati filmati, non solo sul palco, aggiunge Olivia, e c’è materiale per un documentario. «Potrebbe venir fuori un grande tour movie», dice. «Il materiale di backstage è meraviglioso, è pazzesco. Dietro le quinte succedevano cose che non si vedono più. Oggigiorno è tutto predefinito, il contrario della spontaneità».

Pochi se ne ricordano oggi, ma la Dark Horse ha aperto la strada ad altre etichette fondate da artisti, un’eredità che Dhani vuole proteggere e portare avanti. «Sai come si dice, è il business di famiglia. È buffo. Nessuno ha niente da dire se fai l’idraulico e vuoi entrare nell’azienda di famiglia. È considerato normale. Nel nostro caso, il business di famiglia è la musica e quindi faccio quel che hanno fatto papà e mamma. Nessuno ci obbliga a farlo. Eppure dobbiamo farlo».

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