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La storia delle ‘Rarities’ di Lucio Battisti

La nuova raccolta del musicista si basa in parte sulla riproposizione delle versioni originali di canzoni 'regalate' ad altri artisti, da Patty Pravo ai Dik Dik. Siete pronti a sentire la 'All Apologies' di Battisti?

Lucio Battisti circa 1970

Foto: Michael Ochs Archives/Getty Images

Bene, siamo a settembre: un mese particolare e non solo perché entra ufficialmente l’autunno nelle nostre vite, ma perché, diciamolo, è il mese di Lucio Battisti. Il 9 correva l’anniversario della sua scomparsa, mentre il 29 settembre è la data che ha ispirato il celebre brano da lui donato all’Equipe 84, storia di una scappatella che finisce per consolidare l’amore per la fidanzata. Espressione di una libertà di costumi che evidenziano l’infondatezza di quelle dicerie che lo vedrebbero reazionario: libertà che era insita nella sua musica e nelle sue invenzioni, innovative in quanto a costruzione di pezzi e arrangiamenti.

Non solo, era anche libero di disfarsi delle sue canzoni e di regalarle a una vasta gamma d’interpreti: in questo, era molto generoso (nonostante si vociferi che in vita fosse parecchio tirchio). Alcune canzoni lasciate ai colleghi sono, in effetti, dei capolavori: certo, non tutte. Anche perché Mogol a volte riusciva a rovinare l’innegabile magia del loro scrivere insieme con testi non proprio ispirati (ricordiamo Io mamma per Sara, che ad ascoltarla ci vengono i conati). Ma, questo il bello, Lucio riusciva con la sua voce tutta passione a interpretare in maniera incredibile anche il peggior passo falso del suo braccio destro.

La dimostrazione di tutto questo, gentile pubblico, la avrete il prossimo 25 settembre, data in cui sarà pubblicata Lucio Battisti Rarities, una raccolta di versioni demo di brani scritti per altri più una serie di versioni per il mercato estero (francese, inglese e spagnolo) e long version di pezzi già conosciuti (ad esempio Pensieri e parole). Sarà pubblicato in digutale e in CD, ma soprattutto in vinile, cosa che ogni appassionato di Lucio troverà tanto fondamentale. Certo, gran parte di queste versioni le potete recuperare in rete; alcune – è vero – sono già uscite in qualche raccolta: ma volete mettere ascoltarle mentre girano sul piatto, per una volta messe in fila una dopo l’altra e finalmente rimasterizzate a dovere con tutto il pathos di Lucio alle prese, il più delle volte, solo con chitarra acustica, piano e voce?

È il minimalismo in fondo ad essere la sua forza, l’assenza di fronzoli, dove le canzoni funzionano anche non arrangiate: per cui bando alle ciance, vediamo un po’ cosa ci aspetta in questo disco facendo una rapida rassegna sulle canzoni scritte per conto terzi, mettendo per un attimo da parte le versioni estere dei brani più blasonati, che in fondo sono passione da completisti. Canzoni che nell’ugola di Lucio trovano nuovo splendore, nuovi significati: sono valorizzate da una visione più completa dell’esecuzione e soprattutto sono ancora una lezione di come fare musica, anche in quest’annata in cui tutti oramai si autoincensano come “grandi artisti”, ma senza AutoTune non vanno neanche a fare la spesa.

“Vendo casa” (1971)

Questo brano meraviglioso, nella versione di Battisti, era già stato pubblicato nel triplo cofanetto del 2004 Le avventure di Lucio Battisti e Mogol. L’originale portata al successo dai Dik Dik nel 1971 è già di per sé eccezionale nel suo arrangiamento epico/elettrico à la Procol Harum, ma la versione di Lucio trasmette una potenza quasi blues nel descrivere un devastante lutto da elaborare, una casa che prima “ha visto amore” e poi “un uomo che muore”. Lo fa abbandonando gli arrangiamenti e affidandosi solo a una dodici corde, spinto anche dallo spirito di Cat Stevens e Dylan. Nell’esecuzione si sentono addirittura le potenzialità per divenire un classico della tradizione popolare italiana, con quell’accenno di percussione sulla chitarra e il ritornello che si ripete ossessivamente come a evocare uno stato di trance. Vendo casa è uno dei brani più potenti del canzoniere battistiano e non a caso risollevò la carriera dei Dik DIk, che in quel momento storico stavano perdendo terreno.

“Le formiche” (1968)

Battisti scrive Le formiche per Wilma Goich, quella de Le colline sono in fiore, per intenderci. Scritta in pieno ’68, era già uscita nel 2004 in Le avventure di Lucio Battisti e Mogol e tratta il delicato tema dell’emigrazione (che la Goich aveva già toccato nel 1965 con il brano sopracitato). Il pezzo ha attirato critiche postume non proprio lusinghiere, ad esempio da Eugenio Di Marino all’uscita del megacofanetto: il motivo è che il brano è evidentemente contro l’emigrazione (così come lo era anche la postuma Il paradiso non è qui), o meglio contro l’emigrazione forzata. Mogol però sembra liquidare la questione come se per rimanere nella propria terra bastasse l’amore, che ti dà tutto mentre chi emigra strappa le radici solo per “un chicco di grano”. Se da una parte è vero che la maggior parte emigra per poi finire sfruttato, è vero anche che se si parte si fa generalmente per fame e non per vezzo (potremmo pensare che Mogol ce l’avesse più che altro con il mito del Paese dei balocchi e quindi contro le varie americhe e i loro specchietti per le allodole). Ma, comparando le versioni, quella di Battisti trasforma la questione in modo che non si punti il dito su chi emigra, semplicemente il protagonista non ha bisogno di farlo e si guarda allo specchio riconoscendo che è favorito dalla sorte. È come dire: c’è gente che parte alla ricerca di fortuna, io l’ho trovata e me la tengo stretta. Nell’interpretazione di Battisti c’è empatia per chi se ne va, ne canta con una stretta al cuore, mentre nella versione della Goich il cantato sembra spensierato in maniera quasi offensiva. È questa la grande forza interpretativa di Lucio, tanto che la versione della Goich non ebbe alcun successo: possiamo affermare con certezza che se fosse uscita a nome di Battisti le cose sarebbero andate molto diversamente. Perché Lucio il popolo non l’ha mai preso per i fondelli.

“La spada nel cuore” (1970)

Recuperato dalla raccolta del 2004, La spada nel cuore venne originariamente affidato a Patty Pravo, con il quale si presentò a Sanremo del 1970 cantandola in coppia con Little Tony: arrivò quinta e vinse il premio della critica. Ma non fu premiata dal punto di vista delle vendite, in quanto la sua interpretazione era in zona melodramma, mentre Little Tony – che ne fece una versione se non più rock più movimentata, per non dire anche troppo carica – ebbe una certa soddisfazione commerciale. La versione di Lucio è quella che effettivamente fu mandata alla commissione di Sanremo ed è ufficialmente firmata Donida-Mogol. È stati poi rivelato che il pezzo è scritto a sei mani, Battisti compreso. Donida era un vecchio compare di merende di Battisti e non era la prima volta che Lucio cantava un pezzo attribuito completamente al socio. Anche La compagnia, brano contenuto in La batteria, il contrabbasso, eccetera e rifatta anche da Vasco Rossi, risulta farina del sacco di Donida ma si sente evidentemente che c’è lo zampino di Lucio il quale, come sappiamo, non era tanto avvezzo a cantare brani altrui. La versione di Battisti di La spada nel cuore somiglia a una ballata hard rock, con strizzate d’occhio a Neil Young per il power trio chitarra acustica-basso-batteria e un testo ben riuscito di Mogol che dipinge il delirio di un innamorato che diventa quasi un poema cavalleresco moderno.

“La folle corsa” (1971)

Un altro capolavoro battistiano, stavolta scritto per la Formula 3 di Alberto Radius, il guitar hero di un’intera generazione 70s e poi collaboratore fisso di Battiato per il periodo aureo da L’era del cinghiale bianco in poi. Se nella versione della band esce fuori l’anima hard rock, in quella di Battisti c’è un ventaglio più ampio di sfumature che ibrida il rock al soul, un pestone violento che cresce di strofa in strofa con una voce che strappa il cuore, un grido di rabbia accorato di un’anima persa nell’alcol e nella mancanza di identità, che potrebbe essere ritrovata solo con l’amore. Una preghiera pagana insomma, anche qui solo basso, batteria e chitarra acustica con cori spaziali a cura dello stesso Lucio che in pratica sostituiscono un’intera orchestra. Anche qui l’autore apparentemente è Donida con Mogol in stato di grazia, ma è impossibile non sentire la mano di Battisti, è quasi imbarazzante l’evidenza. Potrebbe essere stata una delle tante mosse di Lucio nel presentare brani nuovi e limitarsi a fare da ghostwriter per vedere se le sue intuizioni funzionavano (un esempio lampante è Oh! Era ora di Pappalardo, in cui nonostante i brani siano tutti accreditati al cantante pugliese, è lampante che Battisti non si è limitato all’arrangiamento, facendo una prova generale per il futuro idillio con il paroliere Pasquale Panella). Presentato a Sanremo, La folle corsa non sarà un successo fulminante, ma sarà ascoltatissimo nel 1971 e per tutti gli anni a venire, tanto da essere senza dubbio un classico del periodo. Esperimento riuscito quindi.

“Perché dovrei” (1970)

Con Perché dovrei si passa al Battisti soul, quello che è senza dubbio ispirato ad Otis Redding e Ray Charles, sue grandi passioni, ma il pensiero va principalmente a Janis Joplin. Perché Lucio scrive il pezzo per Sara, la stessa di Io mamma. La ragazza che stava per finire alla MCA americana, ma Lucio rimane talmente impressionato dalla sua voce da imporla alla Numero Uno contro la volontà di Mogol che in qualche modo ostacolerà il loro idillio artistico, tra litigate e sabotaggi promozionali fino a che Sara non farà le valigie. In effetti la voce di Sara è l’equivalente femminile di Lucio, una voce con venature fortemente black, ma immatura al punto giusto da renderla verace (e Zucchero ne è un epigono non da poco). La versione di Lucio è superiore a quella della sua pupilla (che ricordiamo è entrata nella storia della discografia di Battisti per aver cantato la parte “alienata” femminile nel brano Sognando e risognando), se non altro per il pathos fatto di ruggiti, raschi e lacerazioni che rende una canzone d’amore come fosse l’ultima cantata nella vita. Battisti era molto orgoglioso di Perché dovrei. Durante la promozione di Emozioni la definì «il mio capolavoro», zittendo i giornalisti in sala che volevano parlare solo di lui e spostando l’attenzione su Sara e sul brano. La cosa stranissima è che Lucio morì proprio il giorno del compleanno di Sara – ironia del caso – uccisa a sua volta “artisticamente” dal padre padrone Mogol.

“La farfalla impazzita” (1968)

Un brano atipico per Battisti, non tanto per la tematica metaforica/animalesca (ricordiamo infatti l’ironica Il leone e la gallina), ma per il fatto che ha un’apertura melodica che sembra realmente scritta su misura per Johnny Dorelli, che la interpreterà magistralmente insieme a Paul Anka a Sanremo con uno spirito lounge/bacharachiano. Anche se, ahimè, era troppo vecchio stile per ottenere il consenso del pubblico, tanto che la canzone fu un grande insuccesso: se pensiamo che Dorelli era reduce dal grande exploit de L’immensità dell’anno prima, vederlo eliminato immediatamente dalla manifestazione ci fa capire che avere tra gli autori Battisti & Mogol non era una garanzia. Probabilmente il problema è il testo non proprio centrato, con quel ritornello pieno di consonanti e di asperità di pronuncia che azzerano la cantabilità nonostante si parli di una certa libertà di costumi femminili vista in maniera progressista. Nella versione di Battisti invece la musica, da confidenziale come è resa nella versione dei due crooner, diventa quasi una cosa dei Pavement. Anzi no, proprio dei Nirvana, tanto che ci prendiamo la responsabilità di dire che il pezzo è la All Apologies di Battisti (la somiglianza melodica è in effetti pazzesca, tanto che potremmo gridare al plagio da parte della band statunitense), così da poter affermare che Lucio è stato il primo a fare ballate grunge in Italia. Soprattutto è perfetta la sua interpretazione dell’imbarazzante parlato, che non era riuscita né a Paul Anka né a Dorelli, visibilmente impacciati: Lucio lo rende credibile trasformandolo in un momento fortemente onirico. La farfalla impazzita va ricordata però per un altro aneddoto, cioè che proprio durante l’esecuzione al festival di Sanremo Battisti conobbe sua moglie Letizia Grazia Veronesi, con la quale condivise una vita intera: come dire, alla fine la farfalla impazzita è stata catturata…

“Il mio bambino” (1972)

Questo brano scritto per Iva Zanicchi è probabilmente quello più stupefacente a livello di interpretazione. Battisti trasforma quella che in bocca all’Aquila di Ligonchio sembra una lagna legata a una maternità qualsiasi (tema nel quale Mogol si era già prodigato con risultati imbarazzanti come detto sopra, cercando di fare con Io mamma della critica sociale salvo poi trasformarla in una caricatura grottesca), nell’interpretazione di Battisti si tramuta in uno scenario edipico allucinato, in cui l’amore per il figlio diventa l’amore per un uomo. Le due cose si sovrappongono in maniera talmente veloce che non è chiaro se il termine bambino sia usato effettivamente al posto dell’inglese “baby”, rivolto appunto al partner oggetto del desiderio. Rimane un grandissimo equivoco sul discorso donna/amante/figlio che però rientra nelle inquietanti statistiche degli anni ’70 di provincia, con incesti continui, ben documentati nel libro Maschio è brutto di Renata Pisu. E in effetti anche questo costante spostarsi tra la vita e la morte, quell’inquietante “dimmi che tu vivrai” rivolto a questo fantomatico bambino sembra metaforico, ma neanche tanto. Non sappiamo se Mogol volesse toccare il tema, ma vero è che anche in Anonimo, brano contenuto nel leggendario Anima latina, c’è la storia di un minorenne che se la fa con una donna matura in maniera clandestina. Ad ogni modo, una volta cantato da Battisti, Il mio bambino diventa un pezzo clamoroso che non avrebbe sfigurato nei dischi più belli di Lucio, come Il mio canto libero, soprattutto per quel modo feroce e intenso di suonare il pianoforte. E una voce passata per un flanger alienante e futuribile mista a una accurata conoscenza del repertorio pucciniano per le melodie. Uno di quei casi per cui il destinatario del brano è completamente errato e l’autore avrebbe dovuto riappropriarsi del suo “bambino” musicale: è uno degli zenit della sua produzione.

La versione di Lucio è già apparsa in CD nella raccolta del 2007 Il nostro canto libero. Il bello di Rarities, ripetiamo, non è tanto la rarità del contenuto, quanto il modo in cui questo materiale è messo insieme, dando lustro e puntando i riflettori sulle piccole grandi prove autoriali di un genio della musica italiana che va ricordato anche e soprattutto per essere stato il più grande soprattutto quando era dietro le quinte. E a questo proposito, non vediamo l’ora di vedere anche una raccolta con gli inediti del periodo Panella. Il nostro canto libero lo richiede a gran voce.

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