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La seconda vita di ‘Fast Car’ di Tracy Chapman

Negli ultimi trent’anni, la canzone del 1988 è passata di mano in mano, rinnovando il suo significato. Nell’epoca di Black Lives Matter, la storia di povertà e riscatto che racconta è più che mai importante

Tracy Chapman

Foto: Frans Schellekens/Redferns/Getty Images

Ai Black Pumas mancava una canzone. Suonavano a Austin, qualche anno fa, avevano già fatto tutto il repertorio e il pubblico chiedeva un bis. Non sapendo che fare, il cantante Eric Burton ha preso la chitarra e ha attaccato un pezzo imparato da ragazzo. «La reazione è stata incredibile», ricorda oggi. «In quel momento ho capito la potenza della canzone e il suo legame con l’attualità».

Il pezzo che i Black Pumas suonarono quel giorno è Fast Car, la hit che ha lanciato Tracy Chapman nel 1988 e ha contribuito a farle vincere tre Grammy, fra cui quello come Best New Artist. La protagonista è una ragazza che molla la scuola per aiutare il padre alcolizzato e sogna di scappare a bordo di un’auto con un ragazzo in difficoltà tanto quanto lei. Aveva un fascino sottile, ma era avvincente, uno dei singoli migliori dell’anno.

È dal 2008 che Tracy Chapman non pubblica musica nuova, eppure nell’ultimo decennio Fast Car è stata spesso rifatta. Khalid, Sam Smith e Justin Bieber l’hanno cantata dal vivo. È stata rimaneggiata in chiave EDM e reggae, e ricantata in modo fedele da Passenger. In primavera, Luke Combs ha postato una versione acustica e i Black Pumas l’hanno registrata in studio e pubblicata su singolo. «La parte di chitarra è super iconica: attacchi a suonarla e la gente capisce subito di che si tratta e comincia a cantarla. Come Free Bird o Jolene».

Questa canzone radicata nei problemi economico-sociali di trent’anni fa parla a una nuova generazione di musicisti e ascoltatori che vivono in un’epoca segnata da disordini, pandemia e disoccupazione. «È un pezzo senza tempo», dice Khalid. «Potrebbe essere uscito la scorsa settimana».

Ce n’è voluto prima che Fast Car diventasse uno standard. David Kershenbaum, che ha prodotto il debutto omonimo di Tracy Chapman, l’ha ascoltata per la prima volta in una sala conferenze, il giorno in cui ha conosciuto la cantautrice. Lei gli ha detto che aveva un pezzo nuovo e gliel’ha fatto sentire registrato su cassetta. Colpito, Kershenbaum si è assicurato immediatamente che fosse incluso nell’album. Incentrato sulla voce pacata ma emozionante di Chapman e su una frase delicata di chitarra, con una sezione ritmica tenuta in sottofondo, il brano è stato registrato nel giro di poche take.

Nel 1988 si era nel pieno del successo dell’hair metal e dell’hip hop della East Coast modello Public Enemy. L’ultima cosa che le radio volevano passare era un pezzo che ricordava il folk che si sentiva nelle caffetterie negli anni ’60 – e questo nonostante il successo, l’anno prima, di Luka di Suzanne Vega. Come se non bastasse, alla casa discografica, la Elektra, non piaceva che il ritornello fosse preceduto da tre versi piuttosto lunghi. Fu perciò chiesto al produttore di accorciare la canzone. «Andava controcorrente rispetto al pop dell’epoca e loro volevano che la gente arrivasse in fretta al ritornello», ricorda Kershenbaum. «Ci ho lavorato due settimane, ma senza successo. Era necessario inquadrare la storia, prima di arrivare al ritornello. Quando finalmente arriva ed entrano le percussioni, l’impatto è formidabile».

Alla fine la canzone ha avuto successo e nell’estate del 1988 è entrata nella Top 10 anche grazie al video diretto da Matt Mahurin. «Era diversa da quel che andava in radio», ricorda il dj e produttore britannico Jonas Blue, che l’ha ascoltata per la prima volta negli anni ’90 e l’ha rifatta nel 2015. «All’epoca andavano canzoni sovrapprodotte, il contrario di questo singolo pazzesco basato su voce e chitarra».

Il pezzo arrivava al momento giusto anche dal punto di vista socio-politico. Il tasso di disoccupazione tra gli afroamericani era pari a quasi il 10%, il doppio di quello dei bianchi. Versi come “Ancora non hai un lavoro / Io faccio la cassiera al mercato” – non autobiografici, come chiarì all’epoca Chapman, che aveva studiato alla Tufts – rispecchiavano lo stato di dissesto economico in cui versavano molte comunità alla fine della presidenza Reagan. «Era orecchiabile e piacevole, e tutti prima o poi nella loro vita avevano provato l’impulso di salire su un’auto e andarsene via», dice Kershenbaum. «Tutti avevano qualcosa da cui fuggire, quella canzone toccava un nervo scoperto».

Fast Car è rimasta rilevante anche dopo il suo momento di massimo splendore. Il duo Nice and Smooth l’ha campionata per Sometimes I Rhyme Slow del 1991, mentre il giamaicano Wayne Wonder l’ha trasformata in un reggae. Anni dopo, nel 2010, Chris Daughtry e Kelly Clarkson l’hanno cantata dal vivo.

Il recente revival è diverso perché riguarda persone che nel 1988 non erano neanche nate. Combs, classe 1990, l’ha sentita in auto, con la famiglia. Era contenuta in un’audiocassetta del padre (Combs ce l’ha ancora) e, anzi, il musicista ha legato col genitore proprio ascoltando l’album di debutto di Chapman. Khalid è nato una decina d’anni dopo la pubblicazione della canzone e l’ha ascoltata in prima superiore. «Non ricordo chi me l’ha fatta sentire. Ricordo che quando la ascoltavo mi faceva sentire al sicuro, per via della melodia».

Eric Burton dei Black Pumas è nato due anni dopo Fast Car e ha conosciuto la musica di Chapman grazie a un altro pezzo, Give Me One Reason. L’ha scoperta cercando canzoni adatte al suo timbro vocale e l’ha messa in repertorio. «Nel periodo in cui cercavo di imparare la canzone la mia vita era come quella descritta nel testo. Ho sentito un legame con la protagonista, anch’io volevo fuggire da qualche parte, diventare qualcuno, creare qualcosa da zero. Cantare Fast Car ha significato scoprire una parte di me stesso che non conoscevo o che conoscevo poco».

Burton sperava di cantarla all’audizione per American Idol, ma è stato eliminato prima di poterlo fare. Ha cominciato a suonarla quando si esibiva sul molo di Santa Monica. Lì sei è reso conto dell’effetto che faceva sulla gente. «È facile che tu la senta fatta da qualche busker. I passanti si riconoscano nella persona che suona per qualche spicciolo e un’opportunità».

Jonas Blue, che è nato l’anno dopo Fast Car, è cresciuto ascoltandola alla radio e nella collezione di dischi della madre. Ha avuto l’idea di rifarla dopo essere stato in vacanza a Ibiza, attorno al 2015. È stato il primo a sorprendersi di quanto bene s’adattasse allo stile tropical house. Anche il produttore svedese Tobtok ha avuto pressappoco la stessa idea e le due versioni sono state pubblicate quasi contemporaneamente.

Quella di Blue è diventato un successo anche fuori dai confini della dance: ha totalizzato 177 milioni di stream, quasi quanto l’originale di Chapman, che ne ha 204 milioni. «Gran parte dei miei fan, che sono piuttosto giovani, non hanno mai ascoltato l’originale e pensano che la canzone sia mia», dice Blue. «Ognuno ci sente qualcosa di diverso, ma tutti la usando per superare i momenti difficili e sarà sempre così».

I tempi sembrano maturi per un altro ritorno di Fast Car. Un paio d’anni fa, Combs ha pubblicato un video in cui suonava la canzone nel backstage del Ryman. I fan gli hanno chiesto di farla per intero e lui li ha accontentati. Ha pubblicato la sua versione in marzo, poco dopo il lockdown. È stata vista quasi 3 milioni di volte su YouTube e un milione e 200 mila volte sul suo profilo Instagram. «È stata una sorpresa», dice. «Non mi ero reso conto di quanto la mia fan base l’apprezzasse. Bello che una canzone di 32 anni fa torni ad essere rilevante e di impatto» (Chapman, che oggi vive nel nord della California, non ha voluto commentare).

Combs sta prendendo in considerazione l’idea di inserire il pezzo in scaletta, quando si potrà riprendere suonare. I Black Pumas la suonano regolarmente. Cantarla ora sarebbe ancora più appropriato, anche se non si tratta di una canzone di protesta in senso stretto. «Per me lo è, anche se in modo sottile», dice Burton. «Dice che non va bene essere compiacenti. Dice che non va bene accettare quel che ci impedisce di vivere una vita migliore. È ancora rilevante».

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