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La scena di Canterbury in 10 dischi fondamentali

Rock-jazz e atmosfere placide, psichedelia e senso dell'umorismo, progressive sballato e visioni allucinate: ecco gli album principali di un sound che ha messo d'accordo tutti

I Soft Machine nel 1967. Da sinistra, Kevin Ayers, Robert Wyatt, Mike Ratledge, Daevid Allen

Foto: BIPS/Getty Images

C’è stato un periodo della mia vita nel quale avevo modo di recarmi spesso a Canterbury, nella regione del Kent, a circa 100 km a sudest di Londra. Ricordo perfettamente l’emozione che mi prendeva, sin dal momento in cui scorgevo l’indicazione stradale. Più mi avvicinavo più mi sembrava di sentire spandersi nell’aria i profumi di certe note, più capivo come mai i protagonisti della famosa scena avessero concepito proprio quella musica, fatta in quel modo unico e indimenticabile.

Circondata dalla verdissima campagna, con placide collinette e prati che si perdono a vista d’occhio, Canterbury in realtà non è altro che l’austera cattedrale e una lunga via alla quale si accede passando dalla medievale Westgate (costruzione comprendente due torri e un varco centrale). Non è difficile quindi immaginare il gruppo di giovani annoiati che dall’inizio degli anni ’60 si riuniscono per cercare di dare un po’ di tono a quel luogo sonnolento, distante da tutti i punti di vista da Londra. Così poco eccitante e attraente per i nostri che stanno carpendo, con orecchie ben tese, il nuovo sound che proviene dalla capitale e dagli Stati Uniti.

I nomi dei giovani in questione sono Robert Wyatt, i cugini Richard e David Sinclair, Hugh Hopper, Mike Ratledge, Kevin Ayers. A questi si aggiungeranno “esterni” come Steve Hillage e Dave Stewart, provenienti da Londra, ma in forza nella prestigiosa università cittadina. Tutti suonano, tutti sognano di fuggire dalla provincia inseguendo sogni di gloria. Questo fino a quando non fa ingresso nelle loro vite un personaggio che li aiuterà a capire che i sogni possono anche tramutarsi in realtà. Il tipo in questione è lo strambo Daevid Allen, freak australiano che il peregrinare per il mondo ha condotto proprio a Canterbury.

Di qualche anno più vecchio dei nostri (ha superato i 25), Allen spalanca agli occhi dei ragazzi un mondo fino ad allora sconosciuto, fatto dei più avventurosi percorsi jazzistici, del rock più avant e della musica contemporanea. Daevid (che in realtà si chiama David ma ha aggiunto una “e” per rendersi più alieno degli alieni) porta con sé un bel bagaglio culturale fatto di dischi, libri e film e si fa carico di iniziare gli imberbi canterburiani all’uso di svariati tipi di droghe.

Insomma, gli ingredienti ci sono tutti per cominciare a dedicarsi a un tipo di musica che da subito si connota come qualcosa di totalmente originale, prendendo spunto da rock-jazz-psych-contemporanee, senza dimenticare i profumi dei luoghi natii. I ragazzi infatti, volenti o nolenti, cacciano dentro i brani che stanno cominciando a buttare giù tutta la placida atmosfera che pervade Canterbury, l’essere luogo antico e intimo, circondato dal verde, colmo di negozietti che paiono uscire da un libro di fiabe e pub nei quali passare ore a tracannare birra e giocare a freccette. Inglese fino al midollo, popolato da gente semplice e dotata di uno spiccato sense of humour.

È possibile fare convivere tutti questi elementi in una canzone? Sin dagli inizi dei Wilde Flowers, la band che Wyatt, Sinclair & co. mettono su e che poi fungerà da culla a tutte le formazioni che verranno, sembra proprio di sì. Di rock non ce n’è nemmeno molto, in fondo si tratta di pop, un pop delicato e floreale che solo ogni tanto si infervora e che più spesso divaga nelle tipiche improvvisazioni del jazz. Da questo genere prende anche un certo modo di comporre tramite accordi tutt’altro che banali. Armonie jazz e ritmi pop che poi ancora, evolvendosi, si andranno ad amalgamare con la psichedelia, con le nuove istante del jazz-rock e con le divagazioni classicheggianti del progressive. Sul tutto aleggerà sempre quest’aria trasognata e un po’ distaccata dal reale, con suoni (uno su tutti: l’organo con fuzz, a donargli un timbro particolare e riconoscibilissimo) che sembrano l’esatta trasposizione in musica di quella malinconica ironia che si respira in città.

Da lì a poco il troppo irrequieto Daevid Allen, dopo avere sparso semi di creatività nelle menti dei suoi giovani adepti, ricomincerà il suo vagabondare, spingendo la sua musica oltre le soglie terrestri e costruendo tutta una sua epica fatta di gnomi sballati e prostitute spaziali. Anche lui però dimostrerà che il mood cittadino è stato bene assorbito, solo si andrà a fondere con una musica che non si accontenta di essere legata alla Terra, ma ambisce a compiere un deciso balzo verso il cosmo.

Nel tempo i Wilde Flowers germoglieranno dando vita a tutta una serie di formazioni che faranno la storia del rock. La scena di Canterbury si incuneerà nella parabola del progressive dimostrando quanto sia possibile spingersi a contaminare e allargare i confini della pop song senza per questo essere troppo prolissi e barocchi. Prova ne è il suo essere stata sempre trattata con i guanti dai critici, che hanno visto nei dischi canterburiani un modo di fare musica creativo e spontaneo che mai si è spinto a eccedere, che mantiene una leggerezza e una freschezza tutta sua, andando a influenzare formazioni come Belle and Sebastian, Blur, Mansun, Scritti Politti, Stereolab, Broadcast e molte altre.

La storia del Canterbury sound è tutta nei 10 dischi qui riportati in ordine di bellezza (ma in realtà sono tutti capolavori), ce ne sarebbero anche molti altri ma questi sono i capisaldi da cui partire. Magari con l’aiuto di un bel tè e di qualche “rinforzo”, con il rischio di trovarsi a vagare stupefatti e felici tra le verdi campagne che circondano la cittadina, oppure nello spazio circondati da strani esseri con la testa a cono che guidano curiose teiere volanti.

Sono stati volutamente esclusi gruppi dal suono vicino a quello della “scuola”, come Henry Cow e Camel, ma non parte di essa in quanto provenienti da differenti aree geografiche dell’Inghilterra.

10“Fish Rising” Steve Hillage (1975)

Fish Rising è l’esordio solista di Steve Hillage, già in forza nei Gong di Daevid Allen in qualità di chitarrista. Il modo di suonare di Hillage, ispirato da quello di Syd Barrett e colmo di effetti spaziali, è pieno protagonista di un disco che pare una zolletta all’acido: fluttuante e ipnotico, con riferimenti folk e progressive dipanati in lunghe suite che richiamano l’esperienza Gong in una dimensione meno legata alle saghe surreal-cosmiche e più alla vita agreste che Hillage e i suoi stanno conducendo in una comune tutta peace, love & good vibrations. In futuro, tra le mille esperienze, Steve si innamorerà dell’elettronica e diventerà uno dei nomi di punta di certa ambient/techno con il progetto System 7.

9“The Polite Force” Egg (1971)

Gli Egg si propongono come la versione Canterbury dei Nice di Keith Emerson. Ciò che accomuna le due formazioni è il loro indugiare sulla ripresa e riarrangiamento di diverse pagine classicheggianti. Oltre ciò, la presenza di un bassista-cantante che interviene a spezzare un tessuto fatto di continui cambi di ritmo, a volte veramente spiazzanti. In un contesto del genere gli Egg (a differenza dei Nice) riescono nel miracolo di essere puliti ed essenziali. Dave Stewart con il suo inconfondibile organo guida il gioco che nella lunga Long Piece No. 3 si fa tortuoso e sfaccettato, ai limiti con l’avanguardia, non perdendo mai di vista l’atmosfera disincantata tipica delle produzioni canterburiane.

8“Shooting at the Moon” Kevin Ayers and The Whole World (1970)

Kevin Ayers è il dandy canterburiano per eccellenza. Geniale e indolente, crea musica perfetta per il suo animo: pop song che divagano tra il folk più stralunato e tentazioni sperimentali mai astruse, canzoni deliziose e affascinanti per il loro essere semplici e imperscrutabili allo stesso tempo. Originariamente bassista-vocalist con i Soft Machine, Ayers si rompe presto le scatole di stare troppo in giro a stancarsi e si ritira a comporre le sue placide ballad. Shooting at the Moon è lo stato dell’arte della sua produzione, con l’erba di May I e le visioni di Pisser dans un violon, schegge languide di una creatività fuori da ogni regola.

7“You” Gong (1974)

Tra le tante cose di cui è promotore Daevid Allen si segnala anche l’essere tra i fondatori dei Soft Machine. Il tempo di un singolo e, a causa di una serie di disavventure, rimane confinato in Francia dove forma i Gong e imbastisce una storia pazza e allucinata denominata Radio Gnome Invisible, con protagonista se stesso (nei panni dello sballato Zero the Hero) e i nanetti spaziali pothead pixies che guidano astronavi-teiera. Il tutto si dipana in tre essenziali album colmi di riferimenti a tutto ciò che è sballo. You rappresenta l’epilogo finale, con meno canzoni condite di follia zappiana e lunghi brani space-jazz-rock impreziositi dai sospiri orgasmici della space-concubina Shakti Yoni (ovvero Gilli Smith, compagna di Allen) e la fine delle avventure di Zero, che dopo una strenua ricerca dell’illuminazione si perderà nei piaceri terreni di una torta alla frutta.

6“National Health” National Health (1977)

Uno degli album più sfortunati di tutti tempi, pubblicato in un momento non esattamente propizio per il jazz-rock a tinte delicate che contiene. Il 1977 esige tutt’altro tipo di suono e quindi i nostri saranno costretti a rimanere patrimonio di pochi. I National Health si formano sulle ceneri degli Hatfield and the North, anzi sono praticamente la stessa band con solo Neil Murray (più tardi addirittura nei Whitesnake) al basso in sostituzione di Richard Sinclair. Il suono è lo stesso degli Hatfield, solo più propenso a lunghe scorribande jazzate che, per forza di cose, devono fare a meno dall’afflato melodico di Sinclair. Emergono le composizioni più frastagliate tipiche di Dave Stewart (lo stesso degli Egg) e i pezzi si perdono in mille divagazioni, ma è sempre tanta bella roba.

5“Third” Soft Machine (1970)

Con Third si entra nell’olimpo dei capolavori che guai a non possedere. Dopo due album colmi di zuccheri psichedelici, i Soft Machine cambiano strada. Il trio base con Robert Wyatt a batteria e voce, Hugh Hopper al basso e Mike Ratledge alle tastiere tira dentro il sassofonista Elton Dean. Il suono vira verso un jazz ultra visionario, ancora più drogato delle passate scorribande. Ma ciò che fa di Third opera essenziale è Moon in June, 20 minuti di sogno con Robert Wyatt alle stelle: pop, sperimentazione, melodie oblique e bellissime che solo lui poteva concepire, con quella sua tipica vocalità sottile, sempre al limite del tracollo. Robert suona tutto da solo perché gli altri non ne vogliono più sapere delle sue canzoni, oramai la sbandata jazz non permette divagazioni. Wyatt uscirà sbattendo la porta, poi saranno anni terribili e bellissimi.

4“Matching Mole” Matching Mole (1972)

Deluso e tradito dai “suoi” Soft Machine, Robert Wyatt forma una nuova band il cui nome, pronunciato alla francese, è “machine molle”. Più chiaro di così. Adesso è libero di pensare alla sua musica che non teme barriere, con canzoni, esperimenti, follie assortite. Nell’esordio dei Matching Mole c’è tutto, in particolare ci sono brani belli oltre ogni immaginazione, come l’iniziale O Caroline, che non ci sono parole per dire quanto è struggente. Ma non solo, c’è tutto un mondo che brulica di altre indimenticabili melodie e frammenti impazziti, con le tastiere di David Sinclair dei Caravan e il chitarrista Phil Miller che finirà negli Hatflied and the North. La famiglia canterburiana è sempre lì, il resto è sogno.

3“In the Land of Grey and Pink” Caravan (1971)

Pop a tinte pastello, ironia dolce-amara tipicamente British, consueti aromi jazz, cavalcate progressive. I Caravan rappresentano tutto ciò e diventano in breve uno dei gruppi-simbolo della scuola di Canterbury. Deliziano con canzoni di una leggerezza e profondità uniche, il loro messaggio musicale è grigio e rosa come il titolo e la copertina del loro terzo album, contenente nient’altro che capolavori. Si inizia con Golf Girl (ecco i futuri Blur), si prosegue con la fiabesca Winter Wine e la stordente title track e si arriva infine al colosso Nine Feet Underground, che occupa tutta la facciata B. Una lunga divagazione con una serie di cambi di scena sempre più esaltanti, vedi la sezione denominata Disassociation, condotta dalla voce di Richard Sinclair che si fa malinconica come un tramonto estivo tra le colline inglesi, sorseggiando un buon calice e perdendosi in un dolce struggimento.

2“Rock Bottom” Robert Wyatt (1974)

Nonostante i Matching Mole, Robert Wyatt non ha ancora superato il trauma dell’uscita dai Soft Machine, la band dei suoi sogni. Vive un periodo nel quale l’essere fuori di testa, per ragioni alcoliche e non, è all’ordine del giorno. Durante un party, ubriaco fradicio, vuole fare uno scherzo ai presenti uscendo da un solaio e comparendo da un’altra finestra, invece mette male un piede, scivola e cade dal terzo piano. Si salva per miracolo, ma rimarrà paralizzato dalla vita in giù. Da qui nasce un nuovo Robert più consapevole e pacificato, nonostante la disgrazia. Nei giorni di convalescenza rifinisce il suo secondo disco solista, quello che diventerà Rock Bottom. Prodotto da Nick Mason dei Pink Floyd, il disco presenta un Wyatt fresco e nuovo, che compone canzoni che entrano nell’anima del mondo, Sea Song su tutte che è poesia pura per un amore che dura ancora oggi, quello con Alfreda Benge. Ma è tutto l’album a essere una lunga lettera d’amore ad Alfie, alcuni brani portano anche il suo nome. Rock Bottom è l’equilibrio perfetto tra canzone e sperimentazione, tra jazz e tutto ciò che musicalmente c’è di bello sul pianeta Terra.

1“The Rotters’ Club” Hatfield and the North (1975)

Non si può sfuggire a The Rotters’ Club, di tutti i capolavori fin qui citati è il disco che può fregiarsi del titolo di album canterburiano per eccellenza. Mette insieme tutte le caratteristiche di quel suono, tutti gli elementi finora citati e una ridda di personaggi che fin qui abbiamo imparato a conoscere: Richard Sinclair, Dave Stewart, Phil Miller, Pip Pyle (dai Gong), nell’album precedente (Hatfield and the North, 1974) c’è anche Robert Wyatt. Insomma, una bella riunione di famiglia in un lavoro tinto dell’inafferrabile nostalgia di una brumosa giornata autunnale, di canzoni belle da far male (Didn’t Matter Anyway), dei ritmi sghembi degli Egg, dell’afflato melodico dei Matching Mole, del jazz-rock dei Soft Machine, dei momenti più out dei Gong, della dolce indolenza di Kevin Ayers, dell’intensità di Wyatt. Insomma, nient’altro che un manifesto (se vi piace non potete non leggere il Rotters’ Club di Jonathan Coe, in Italia La banda dei brocchi, con tutte le atmosfere di cui sopra a fare da sfondo a una vicenda che attraversa la storia inglese, dagli anni ’70 al 2001).

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