‘La ragazza del futuro’ di Cremonini è un album vero in un mondo a forma di playlist | Rolling Stone Italia
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‘La ragazza del futuro’ di Cremonini è un album vero in un mondo a forma di playlist

Le sue creazioni sono a volte sartoria, a volte grandi magazzini, ma se in Italia c'è uno che ha capito come si può stare dentro al pop facendo canzone d'autore, è lui

Cesare Cremonini

Foto: Andrea Sestito

Il settimo disco in studio di Cesare Cremonini esce oggi 25 febbraio anno 2022, nel giorno in cui George Harrison avrebbe compiuto 79 anni. L’associazione non nasce qui unicamente dal pensiero del grande amore risaputo, rimarcato e pure praticato del cantautore bolognese nei confronti della band di cui Harrison è stato chitarrista, ma da qualcosa di più. Esiste – e sia accurato il lettore nel non confonderla qui con uno sciocco paragone tra i due – una piccola tensione comune tra questo lavoro e quello che è dai più considerato il più importante album dell’Harrison solista e da molti la più importante opera in solo di un Beatle fuori dai Beatles. All Things Must Pass, uscito nel novembre del ’70 incrocia pensieri di sacrificio e pietà, devastazione e rinascita, divinità e umanità, unisce lo sguardo alle sfere celesti e agli antri terrestri, tutto in un discorso prima verbale, poi musicale, di parole scritte spesso come preghiere o mantra prima di diventare canzoni. Un disco, insomma, che va ben oltre il disco, al punto che Ben Gerson proprio qui sulle pagine di Rolling Stone indicò l’album come il Guerra e pace del rock’n’roll.

Anche Cesare Cremonini, il più beatlesiano del pop italiano – al punto da aver iniziato già col suo secondo album solista Maggese (2005) a lavorare col suono degli Abbey Road Studios per arrivare a passare anche dagli Air Studios di Sir George Martin – cerca in questo La ragazza del futuro una tensione altra, diversa. Utilizza un linguaggio, un nucleo di termini che si ripetono spesso (viaggio, futuro, domani, volare, ballare, occhi, luna, cielo, liberi, vita, paura) mutuati dal dizionario in canzone del padre di ogni cantautore bolognese, cioè Lucio Dalla, quel padre di cui non si può essere eredi, dice, ma del quale si può certamente portare avanti un’eredità. Cremonini sembra cercare una dimensione nuova per il sé cantautore, in grado proprio di staccarsi dall’io, dalla questione unicamente privata, per assurgersi a un noi, a una dimensione collettiva della canzone, che lui stesso non esita a definire civica.

Per nulla spaventato dal termine cantautore, che per primo indossa con disinvoltura, Cremonini si domanda il senso del ricoprire oggi, qui, questo ruolo e il senso di essere un cantante che fa dischi in un mercato discografico allo stremo, formato da ultras della comunicazione, di album che escono ma per intero non vengono più ascoltati, in una discografia che ti indica la strada più al passo da percorrere e che però ancora permette di essere liberi. La ragazza del futuro si configura allora come un attraversamento di gruppo delle strisce pedonali di Abbey Road (dove nuovamente sono state registrate le orchestrazioni sotto la guida sapiente della direzione di Nick Ingman, già con Paul McCartney, David Bowie, Elton John, Radiohead solo per dirne una manciata) con “gli occhi nel cielo puntati sul futuro” per rispondere a un senso più “cosmico” del lavoro dell’autore, a una proiezione in avanti del discorso musicale che viene fatto in un oggi che tende a consumarsi in un battito d’ali di farfalla o, per fare un riferimento diretto al disco, di un colibrì.

Quattordici brani, dieci canzoni e quattro strumentali a legarle, proprio per stringerle, farle sentire abbracciate nella dimensione album anche nell’era dello streaming e dell’iper-frammentazione digitale cerca di rifuggire il pensiero della playlist. Un disco che ragiona sul senso di responsabilità del singolo nel destino comune delle cose, fino a tentare di uscire pure da sé stesso per progettualizzarsi in qualcosa che vorrebbe essere più grande, abbracciando un’idea di sinergia tra le arti, al punto da portare l’autore a coinvolgere il writer Giulio Rosk per “Io vorrei” in una collaborazione nata con l’obiettivo di realizzare opere di riqualificazione urbana attraverso murales permanenti raffiguranti i visi delle nuove generazioni, delle nuove ragazze del futuro. Cremonini punta ai laboratori creativi per i ragazzi e le ragazze delle aree considerate marginali delle grandi città, aree che rispecchiano la dimensione più autentica e spesso complessa delle radici della maggior parte degli italiani che sono radici provinciali, per tutto questo, Cremonini cerca la collaborazione con le scuole di questi quartieri per mettere in piedi un intervento di protezione volto alla rinascita, dal quartiere Sperone di Palermo fino a Ostia Lido, all’Isolotto a Firenze e a Ponticelli a Napoli.

L’idea di futuro de La ragazza del futuro è quella di un domani che sia plurale e a sostanziare questa visione, questa declinazione dello slancio c’è la multiformità dello sguardo di Cremonini sull’altro, su quegli “altri” che poi, diceva Tozzi con un pezzo molto accurato in tal senso nel 1991, siamo noi. Cercando di fondere i significati e gli immaginari di questi “altri”, Cremonini procede, dopo un disco della riconosciuta maturità come Possibili scenari uscito ormai cinque anni fa, verso una maturità che sposta l’obiettivo sul mondo, quasi sulla ritrattistica.

Certo ci sono gli struggimenti sulla condivisione degli ultimi istanti di vita con un padre che non c’è più con cui si sogna la danza cosmica con le ballerine della tv (Moonwalk) o riflessioni sulla felicità dopo in senso di perdita, dopo la paura come a fare il capitolo secondo del suo capolavoro Nessuno vuole essere Robin (Chiamala felicità) ma pure ci sono visioni intorno a precisi mondi umani contemporanei: dall’adolescenza ai tempi della pandemia, una giovinezza chiusa nella stanza in un’Albachiara che più che rinvigorire l’intimità qui sembra spingere allo slancio, alla fuga nel mondo (Jeky) fino alla meno riuscita Psyco sull’ossessione invadente che entra nelle nostre vite.

E poi ci sono pezzi riuscitissimi come quella che, insieme alla title track che anche solo a leggere il testo già sembra proprio un Dalla in pieno periodo Malavasi, è la perla vera dell’album: Stand Up Comedy, una post ballad, un pezzo che – con tutta la cautela del caso – molto deve persino ai Beatles di A Day in the Life e si perde e si ritrova nel racconto di formazione di tutti i Noodles Aaronson che abbiamo visto e che siamo stati nella nostra vita, è la Giulio Cesare di Cremonini, dove tutti gli eroi del bancone e della battuta pronta devono trovare una dimensione nel tempo adulto, e qui in alcuni casi non perdono la sregolatezza e il romanticismo.

Il progetto di Cremonini, sia esso diretto all’idea di canzone civica o più intima, è sicuramente, nella sua generazione, unico in Italia per consapevolezza, autentica presa di posizione del sé artistico nel magma caotico discografico contemporaneo e per il discorso di ricerca musicale così inserito nella trama pop. Qualcosa che nessuno più di lui fa è stare dentro alla maglia del pop con uno sguardo internazionale intessendo un discorso italiano d’autore, insomma senza rinunciare a nessuna delle due parti in causa. Questo, naturalmente, rende più difficile convincere chi ancora porta con sé un’idea di cantautore avvinta all’immaginario post anni ’70, o che di essa conserva pure inconsapevolmente le tracce estetiche.

La sfida di Cremonini, ormai portata avanti da molti anni e molti dischi, è quella di disfare quella trama antica intessendone una nuova, autenticamente dell’oggi, in cui la classicità e l’uso accurato della parola non hanno paura dello stadio, della quantità (anche sul pentagramma), della massificazione e al tempo stesso non si spaventano di fronte al lavoro di collaboratori come Davide Rossi, di certe derivazioni alla Coldplay e diciamolo pure, di qualche scelta un pochino più tamarra delle altre, in una combinazione, appunto, di sartoria e grandi magazzini. Questa, d’altronde, non è solo una tensione che finisce col condurti verso un tour negli stadi (quest’estate per Cesare ce ne sono già due sold out, Milano e Bari, ed altri con le vendite in ascesa dopo la sua esibizione come super ospite a Sanremo) ma è la grande lezione dell’evoluzione multiforme anche del suono e del registro di Lucio Dalla, affascinato tanto dalla disco quanto dalla lirica.

Chi scrive continua a credere che insieme allo sguardo volto al grande cosmico collettivo sarà importante per Cremonini tenere in piedi e portare avanti una canzone intima, privata, fatta di oggetti (dalla marmellata alla Winston blue qui siamo arrivati alla Camicia), una canzone di terra oltre che di cielo, di cucine e stanze da letto, pratiche del quotidiano oltre alle grandi speranze, quelle canzoni in cui lui è da sempre (ma proprio sempre) bravissimo. A guardare le prime belle rughe sul viso di quel ragazzino che eravamo noi, oggi ci troviamo a pensare alle nostre di rughe, solchi che sono come i suoi, intorno a un sorriso ancora un poco adolescente, e ci confessiamo in segreto, è chiaro, che speriamo di aver fatto bene anche noi almeno un po’ dal 1999 a qui, perché diciamocela tutta: bel lavoro ragazzo, con che bella testa sei cresciuto.

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