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La protesta dei musicisti inglesi: la Brexit renderà complicati i tour in Europa

È un problema di visti e di costi. Thom Yorke dà la colpa agli «stronzi senza spina dorsale» del governo UK. Se le cose non dovessero cambiare, ne pagherebbero le conseguenze i piccoli gruppi rock

Thom Yorke

Foto di Kimberley Ross

Nonostante l’accordo trovato all’ultimo momento dal governo di Boris Johnson, la Brexit potrebbe colpire duramente l’industria della musica dal vivo del Regno Unito. Lo dicono gli attori principali del settore, infuriati con Downing Street per non aver trovato una soluzione al problema dei visti, permessi necessari ai musicisti per muoversi liberamente all’interno dell’Unione Europea.

Senza la possibilità di circolare liberamente nell’Europa continentale, ad esempio per un periodo di 90 giorni come era stato ipotizzato, i costi burocratici per spostare gli artisti (che avrebbero bisogno di un visto personale, un problema enorme per grossi ensemble come le orchestre, ma anche per piccole band emergenti e squattrinate) e l’attrezzatura (strumenti, luci e così via, per cui sarebbero necessari dei carnet) potrebbero mettere in seria difficoltà un settore già colpito dal blocco forzato della pandemia.

«Esiste il rischio concreto che i musicisti britannici non possano sostenere costi e ritardi dovuti alle nuove procedure burocratiche», ha detto Jamie Njoku-Goodwin, amministratore delegato dell’associazione di categoria UK Music. «Questa situazione potrebbe mettere a rischio diversi tour». La manager Ellie Giles ha provato a fare i conti su Twitter di quanto potrebbe costare a una band inglese fare concerti in tre Paesi come Francia, Germania e Olanda. Si tratterebbe di 1800 sterline in più di quanto si spendeva fino al 2020. È una cifra risibile per delle star, una voce significativa per un gruppo indipendente che viene pagato poche centinaia di euro a concerto.

Negli ultimi mesi del 2020 tutta l’industria ha chiesto al governo britannico di intervenire. Dopo l’entrata in vigore dell’accordo, molti musicisti – tra cui Dua Lipa, Foals e Biffy Clyro – hanno sostenuto una petizione che chiede «di negoziare un permesso di lavoro culturale che consenta a professionisti della musica dal vivo, band, artisti, celebrità della tv e dello sport di muoversi liberamente per esibirsi in tour nei 27 paesi dell’UE», oltre a un’esenzione dai carnet dell’attrezzatura. Sono state raccolte più di 250 mila firme.

Per rispondere alle critiche, all’inizio di gennaio un portavoce del governo ha detto a NME che l’Unione aveva «respinto» la sua proposta. Nelle ultime ore, però, un articolo dell’Independent ha cambiato la situazione: secondo una fonte UE vicina ai negoziati, sarebbe stato il Regno Unito a rifiutare la proposta dell’Unione. «Generalmente, negli accordi con i paesi terzi, il visto non è necessario per i musicisti. Abbiamo cercato di fare lo stesso, ma hanno detto di no», ha spiegato la fonte.

La notizia ha fatto infuriare i musicisti. Thom Yorke ha definito il governo degli «stronzi senza spina dorsale», mentre Tim Burgess dei Charlatans ha scritto un articolo in cui sostiene che i musicisti sono stati traditi. «L’accordo è stato trovato e aveva le sue eccezioni. La lista di chi può muoversi nell’UE e lavorare senza un permesso include consulenti, gente che va a conferenze, ricercatori tecnici, scientifici e di marketing, analisti. Chiunque faccia un seminario di aggiornamento è esonerato […]. Non c’è niente, però, che ci assicuri di non dover gestire una quantità enorme di burocrazia, così come i costi che ne derivano», scrive. «Questi costi renderanno le cose impossibili per chi è ancora all’inizi, per le Florence, le Adele e gli Ed Sheeran del futuro, che ora si trovano davanti nuovi ostacoli. [L’accordo] mette l’industria musicale di cui andiamo tanto orgogliosi in serio pericolo».

Nelle ultime ore il governo ha smentito la ricostruzione dell’Independent. Un portavoce ha detto a NME che il Regno Unito è disposto a riaprire i negoziati, che «ha sempre sostenuto proposte ambiziose per permettere agli artisti di lavorare» e che l’Unione avrebbe respinto queste proposte. «Se dovessero cambiare idea, la nostra porta è ancora aperta. Ci sforzeremo perché gli artisti britannici possano viaggiare e lavorare nell’Unione Europea nel modo più semplice possibile».

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