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«La prima volta che ho sentito i Sex Pistols»

Billie Joe Armstrong (Green Day), Peter Hook (New Order) e Jason Williamson (Sleaford Mods) raccontano l’influenza esercitata dalla band di ‘God Save the Queen’. «Non li ringrazierò mai abbastanza, ma li odio»

Foto: Timothy Hiatt/Getty Images

“No future for me, no future for you”, cantavano i Sex Pistols nel 1977. Per quanto li riguarda, la profezia contenuta in God Save the Queen s’è avverata nel febbraio 1978, quando si sono sciolti dopo il primo, disastroso tour americano. In un certo senso, però, i Sex Pistols sono durati più di quanto ci si aspettasse. Il loro unico album, Never Mind the Bollocks Here’s the Sex Pistols del 1977, è diventato disco di platino negli Stati Uniti quindici anni dopo la pubblicazione. Dal 1996 al 2008 ci sono stati tour di reunion dal successo mostruoso. La loro influenza è stata analizzata e celebrata in una miriade di libri e film, tra cui il biopic del 1986 di Alex Cox Sid & Nancy e il documentario del 2000 di Julien Temple The Filth and the Fury.

L’ultima versione della saga del gruppo è contenuta in Pistol, la miniserie in sei puntate che partirà il 31 maggio. Diretta da Danny Boyle, è basata sul libro del chitarrista Steve Jones Lonely Boy: Tales of a Sex Pistol. Trattandosi dei Pistols, è diventata subito controversa. Il cantante John Lydon l’ha definita «la cosa più irrispettosa che abbia dovuto sopportare» e, nel tentativo di impedire che fosse usata la musica della band, ha fatto causa, perdendola, contro gli ex compagni Jones, Paul Cook, Glen Matlock.

La misura migliore del peso dei Sex Pistols è data dall’influenza esercitata sui dischi e sugli atteggiamenti di generazioni di musicisti, non solo punk. Abbiamo chiesto ad alcuni di essi di raccontare la prima volta che hanno ascoltato i Sex Pistols e di riflettere sull’impatto che la loro musica ha ancora su di loro.

Billie Joe Armstrong (Green Day)

Never Mind the Bollocks è uno dei primi dischi punk che ho sentito in vita mia. Avevo suppergiù 16 anni, me lo prestò un’amica di nome Anna. La prima cosa che ho pensato quando ho sentito Holidays in the Sun è che le chitarre avevano un suono enorme e sembrano assolutamente reali. Lydon è l’anti-cantante (ride). Mi ha influenzato enormemente. Ogni cosa era perfetta, dai testi al suono delle chitarre alle canzoni.

Quand’abbiamo cominciato a suonare non ci chiamavano Green Day, ma Sweet Children. Eravamo io, Mike (Dirnt, ndr) e vari batteristi. Facevamo Holidays in the Sun. L’hardcore andava forte e tutti miravano a suonare più velocemente possibile. Per me, però, era musica senza groove, il groove che invece i Sex Pistols avevano. Paul Cook è un grande batterista e il modo in cui suona assieme a Steve Jones… è come se fossero fratelli. Ho visto il concerto alla Winterland Ballroom su YouTube e anche quando l’accordatura della chitarra salta o quando si rompe una corda, Jones e Cook restano una cosa sola. È notevole, lo dico da musicista. E Sid era grandioso. La gente dice che non sapeva suonare, ma è una gran cazzata.

Non suonavano velocemente, ma riuscivano ad avere un impatto ancora maggiore grazie al messaggio che trasmettevano. Anche a rileggerli oggi, quei testi erano cazzuti. E sono ancora rilevanti. È il tipo di band su cui i ragazzi delle scuole superiori si getta perché a quell’età si è in cerca di guai. Fanno ancora incazzare, di proposito. Voglio dire, sento ancora la voce di John sotto pelle.

Se c’è una cosa che ho imparato dai Sex Pistols è questa: mai lasciare il tuo destino nella mani di un manager. Certe cose, però, non sono fatte per durare. Il loro ultimo concerto, per lo meno degli anni ’70, è stato al Winterland e io dico sempre che il punk è venuto a morire a San Francisco e chi è venuto dopo ha dovuto raccoglierne i pezzi. I Sex Pistols hanno ucciso il punk prima che diventasse mainstream. Hanno dimostrato che il punk-rock non è musica per le masse. Non suoni punk-rock per diventare famoso. Lo fai perché conta e perché è underground, e così è stato per me coi Green Day. Ovviamente poi la storia dei Green Day è andata diversamente, ma non l’avevamo previsto.

E insomma, quando vedi questi ragazzi in giro per il mondo influenzati dai Sex Pistols, ragazzi che vogliono creare la loro forma underground di anarchia, capisci che la musica non è solo un prodotto. È qualcosa su cui le persone investono tutto quel che hanno, riflette quel che provano nei confronti del mondo e di sé stesse. Ecco qual è l’eredità di lungo periodo che ci hanno lasciato i Sex Pistols.

Peter Hook (Joy Division, New Order)

Peter Hook. Foto: Dave J Hogan/Getty Images

4 giugno 1976. Avevo 20 anni e andai a vedere i Sex Pistols per 50 penny alla Lesser Free Trade Hall di Manchester. All’epoca seguivo la stampa musicale per distrarmi dalla noia del mio lavoro. Mi piaceva l’heavy tipo Deep Purple e Led Zeppelin e avevo iniziato a interessarmi a Bowie, Cockney Rebel e roba più alternative. Poi è scoppiato il punk e per un ragazzo della classe operaia annoiato a morte e intrappolato in un lavoro che non offriva alcuna prospettiva rappresentava un diversivo, se non proprio una via d’uscita. Ho notato la pubblicità dei Sex Pistols sul Manchester Evening News e ho proposto al mio migliore amico Barney (Bernard Sumner, ndr) di andarci per vedere se sarebbe finito tutti in una rissa (ride). Tutto qui.

Non ci aspettavamo alcunché di diverso dai concerti dei Black Sabbath o di altre band. Voglio dire, la band di supporto faceva heavy metal e ha suonato una versione di 23 minuti di Nantucket Sleighride dei Mountain. Poi però sono arrivati i Sex Pistols e sono stati maleducati, odiosi, distaccati; sembrava che non gli importasse nulla. Johnny Rotten ha passato tutto il tempo a mandarci affanculo. Avevano un suono pessimo, ma davvero pessimo – solo ora mi rendo conto che era colpa più del tecnico del suono o dell’attrezzatura che dei Sex Pistols – e ho pensato: «Cazzo, posso farlo anch’io!». Ero abbastanza maleducato, confuso e odioso da pensare: «Wow, sono proprio come me».

Uscito di lì ho detto a Barney che dovevamo mettere in piedi una band. Lui aveva una chitarra, mi toccava trovare un basso. Il giorno dopo sono andato in negozio e manco sapevo che cosa fosse un basso. Il commesso me ne ha mostrato uno e io: «Ma quello dell’amico mio ha sei corde!». E lui: «Perché l’amico tuo, cara testa di minchia, ha una chitarra e questo invece è un basso». Era tutta un’avventura, il punto era trovare qualcosa da fare della tua vita in una situazione di confusione e d’incertezza del futuro. Voglio dire, a 20 anni il futuro non è roseo, no?

Chiaramente, diventando musicista mi sono fottuto con le mie stesse mani. C’erano pro e contro. Almeno quando lavoravo, prima di vedere i Sex Pistols, finivo alle cinque e avevo i fine settimana liberi. Da quel cazzo di concerto la musica m’ha preso 24 ore su 24. È diventata una vocazione; i Sex Pistols hanno aperto una porta in una stanza buia e io ho visto la via d’uscita. Non che lo capissi chiaramente. Se il giorno prima qualcuno m’avesse detto: «Domani ti unirai al circo», lo avrei mandato affanculo. Ma in fin dei conti è stato il circo più divertente e assieme deludente a cui abbia partecipato in vita mia. Tutte le volte che incontro Glen Matlock – e mi capita spesso, perché suoniamo insieme in un gruppo chiamato BEF con i tipi degli Heaven 17 – gli dico che è colpa sua. E lui mi risponde sempre allo stesso modo: «Ma vaffanculo!». Non li ringrazierò mai abbastanza, ma li odio.

Jason Williamson (Sleaford Mods)

Jason Williamson. Foto: Alasdair McLellan

Ricordo d’aver sentito le ultime notizie che i media davano sui Sex Pistols quand’ero bambino, avrò avuto 6 o 7 anni. Ricordo l’ansia, la forma di repulsione e l’orrore che suscitavano. Erano considerati maligni, terribili, qualcosa che non nessuno aveva mai visto prima. Ma ho cominciato a conoscerli davvero più tardi, forse nel 1979-80. Uno dei miei fratellastri era un loro fan sfegatato ed è stato allora che mi sono gettato a capofitto nella loro storia capendo chi erano, le canzoni, i periodi della loro breve carriera.

La questione politica non mi interessava granché e già allora alcune idee politiche di Lydon erano discutibili. In compenso, ero attratto da temi politici più ampi come la noia, l’alienazione, l’odio che provi per gli altri, per il semplice fatto che sono degli stronzi.

Il cantante e la band erano mossi da motivazioni molto diverse, vero? Lydon voleva sperimentare e si capiva che questa cosa contrastava con il rock’n’roll da pub che volevano fare Jones e gli altri. E forse è questo che li rendeva speciali. Lydon ci sguazzava. Era un autentico anticonformista e all’epoca in Inghilterra non c’erano molte persone come lui.

Credo di aver preso molto da John Lydon, ma in modo rispettoso. Se mi lancio in un’invettiva la voce mi diventa così, mi viene naturale. L’idea iniziale, quando ho fondato i Mods, era fare rap, ma quando ho iniziato a provarci a causa del il mio accento è venuto fuori il punk. È stato un po’ un incidente, ma non appena l’ho capito ho cominciato a giocarci su.

Ogni volta che la sento, l’introduzione di Pretty Vacant mi fa venire in mente gli anni ’70; prima ancora che John Lydon cantasse, riassumeva l’intero Paese. Quando suonavano assieme, Steve Jones, Paul Cook e Glen Matlock avevano tipo uno swing da pub-rock che non è mai stato superato. È un suono potente, ci sento dentro una pinta di birra e il fumo delle sigarette. È Pretty Vacant la mia canzone preferita dei Sex Pistols. Anche il video è grandioso. So che Sid Vicious era già nella band, ma l’estetica era al top in quel video. La canzone è geniale e le due cose combinate la rendono imbattibile. Il mix tra le canzoni e il mondo in cui la band si muoveva, la moda di Vivienne Westwood e l’influenza di Malcolm McLaren, non si batteva all’epoca, né lo si batte adesso.

Estratto da un articolo di Rolling Stone US.

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