La musica italiana omaggia le ‘Canzonette’ di Pasolini | Rolling Stone Italia
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La musica italiana omaggia le ‘Canzonette’ di Pasolini

Ariete, Giorgio Poi, Franco126, Pop X e Clavdio celebrano PPP in un vinile «abbiettamente poetico» legato alla mostra 'Pier Paolo Pasolini. Tutto è sacro. Il corpo poetico', dal 19 ottobre al 26 febbraio al Palazzo delle Esposizioni di Roma

La musica italiana omaggia le ‘Canzonette’ di Pasolini

Grafica: Martoz

A Pasolini piacevano le canzonette. Nel modo più sballato e colpevole di tutti: gli piacevano e basta. Poi ti spiegava il perchè e il percome in qualche articolo per Vie nuove oppure Officina, le riviste degli intellettuali e dei poeti. «Mi piacciono le canzoni di Claudio Villa perché mi piace il pubblico che ama questo stile popolare e verace», scriveva. Difficilmente scopriva i suoi gusti personali – a casa aveva pochi dischi di Mozart, Bach, raccolte di etnomusicologia – ma parlare bene di Claudio Villa nei primi anni ’60 equivaleva come effetto alla famigerata poesia sui poliziotti nel ’68. Le canzoni, aggiungeva PPP, hanno un che di «abbiettamente poetico». Dipingono un mondo sciocco e degenerato, aggiungeva, «ma non mi dispiace».

Nei suoi romanzi e nei film prima o poi cantano tutti: Claudio Villa, gli stornelli, Fenesta ca lucive e mo’ non luce, terrificante murder ballad del ‘600 che rimbalza da Accattone al Decameron al Fiore delle Mille e una notte come un gelido presagio di morte. A parte questo, a Pasolini piaceva soprattutto ballare. Racconta con un pelo di malizia Laura Betti, la sua amica più stretta, che gli portava spesso a casa certi ballerini perché tutti assieme insieme imparassero il madison, il twist, oppure il tango. Il tango, dicono, era la cosa che a Pasolini piaceva più di tutte. «Sai ballà?» chiede Anna Magnani al figlio Ettore in una delle scene più struggenti di Mamma Roma. «Pochetto… Er cha cha cha», fa lui. «Er che? Cammina, viè a balla’ il tango co tu madre!» grida la Magnani. Il disco è già partito. La voce d’usignolo di Joselito, attore canterino prodigio spagnolo, comincia: “O tzigano dall’aria triste e appassionata / che fai piangere il tuo violino tra le dita”.

Violino tzigano, grande hit italiana negli anni ’30 scritta da Bixio e Cherubini, tornava di moda alla fine degli anni ’50 come nostalgia di un mondo passato, sfregiato dal fascismo, inghiottito dalla guerra, ora lanciato verso il boom. È una delle cinque canzoni scelte da Bomba Dischi e dai suoi artisti (Ariete, Giorgio Poi, Clavdio, Franco126, Pop X) per l’omaggio a Pier Paolo Pasolini: un vinile in edizione limitata sonorizza la sezione dedicata alle Voci nella grande mostra al Palaexpo di Roma per il centenario della nascita del poeta. La copertina è impreziosita delle illustrazioni di Martoz che elaborano le celebri foto di Pasolini scattate da Paolo Di Paolo al Testaccio. All’operazione si affianca Gucci.

Violino Tzigano la sentiamo da Clavdio, cantautore afroromano di Centocelle dalla voce profondissima, raddoppiata nel finale dalla versione anni ’30 del fine dicitore Carlo Buti, recuperata dagli archivi. È cambiato qualche accordo, via l’ormai inutile teatrino del tango, lo zum zum, il casquè, tutte le cose che facevano sorridere i nostri bisnonni. Adesso viene in mente soltanto l’impaccio struggente di Ettore nella stessa scena di Mamma Roma: «Attento ar callo», gli dice la Magnani che se lo stringe prima di cominciare. Ettore arrestato per aver rubato una sveglietta in ospedale morirà in carcere legato a un letto di contenzione, steso su un tavolo come il Cristo del Mantegna. Sessantanni dopo Violino Tzigano è la ballata sommessa per tutti gli Ettore che non ce l’hanno fatta, per quelli che hanno preso la cattiva strada, per gli Stefano Cucchi che sono venuti dopo.

Bomba Dischi ha la sua sede a Roma, accanto a via dal Mandrione, zona est. Ci si può anche scherzare sopra ma davvero qui una volta era tutto Pasolini. Le case nuove dove Mamma Roma immaginava il suo futuro, lontano dalle notte del suo mestiere antico stanno ancora in via Tuscolana. A due passi c’è il Quadraro, oltre Tor Pignattara. Poco più su, verso il centro e a destra, via del Mandrione. Dentro gli archi dell’acquedotto romano che costeggia per qualche chilometro la via dritta e stretta, accanto alla ferrovia per Napoli, avevano costruito le loro baracche gli sfollati del bombardamento di San Lorenzo, ci abitavano gli zingari che lavoravano coi cavalli nei film a Cinecittà, le prostitute stazionavano proprio all’angolo. Se ci passi oggi non ti accorgi di niente a parte uno strano vuoto. Sulla striscia d’asfalto da camminatori, ciclisti e motorini, mezza chiusa al traffico per via delle cavità troppo fragili nel sottosuolo, della vecchia bidonville resta qualche muro dipinto di chiaro e gli attacchi delle lamiere ai tetti.

Grafica: Martoz

Il Mandrione è lo scenario di quattro canzoni che Pasolini scrisse alla fine degli anni ’50 per Laura Betti, in quel periodo cantante di cabaret surreale, stile berlinese, non ancora sua confidente. Una di queste, Teresa Macri, detta Pazzia, è la storia di un prostituta che arrestata non vuole fare il nome del suo protettore. C’è anche il suo indirizzo: via del Mandrione, baracca 23. Il valzer della Toppa, forse il più celebre, lo ascoltiamo ora nella nuova versione di Ariete. “Me so fatta un quartino/ m’ha dato alla testa”. Bellissima. Nella storia della prostituta “riverginata” una notte per la felicità di una bevuta c’è qualcosa di profondo, i fantasmi del maschile e del femminile perduti in un dionisiaco così precario e scassata. Riverginata anche la canzone, scritta da Piero Umiliani con un occhio a Kurt Weil e uno alla festa di San Giovanni, culla della canzone tradizionale romana del ‘900. Ariete canta al di qua di quella notte e di quei fantasmi, adesso che la metafora della prostituzione, capitalismo in purezza, si è inabissata, tolta alla vista, e tutto il resto della spietatezza invece scomparsa non è, anzi.

Le s, le z, le c e le t della cantautrice de L’ultima notte, così strascicate perchè pesano sempre troppo rispetto ai pensieri, si confondono in una specie di dialetto iper-romanesco, la rappresentazione di un’emotività espansa e generazionale. Ci ricorda che né Pasolini, tantomeno Laura Betti, erano romani. Che il loro dialetto era un’invenzione. I loro personaggi sono apparizioni a metà tra la commedia, lo struggimento erotico e il teatro brechtiano. La pronuncia degli esotici raddoppiamenti romaneschi (m’ha ddato alla testa – ammazza che Ttoppa) costò a Laura Betti, al suo coach Sergio Citti da Tiburtino Terzo, all’autore Pasolini, lavoro e litigate, e alla fine non riuscì. Quando negli anni ’70 Gabriella Ferri, interprete di un romanesco sanguigno, melodrammatico e con tutti gli accenti giusti (era nata a Testaccio, proprio dove la protagonista della canzone vive la sua notte di festa), volle rifare Il valzer della Toppa ricevette una telefonata improvvisa da Laura Betti: «Se me la rovini, te vengo a cercà”, le gridò l’attrice». Con tutti gli accenti sbagliati come sempre.

«Le canzoni» spiegava Pasolini «sono i pensieri dei miei personaggi. Io queste parole non le so, ma so che sono dentro di loro». In Ragazzi di vita, in Una vita violenta, tutti cantano Claudio Villa: Zoccoletti, Borgo Antico. Claudio Villa è una delle sue eresie migliori dell’eretico Pasolini. Villa era romano di Trastevere, era disperatamente all’antica, borioso, affettato, aveva la tessera del Pci, cantava in falsetto come una cartolina ingiallita, guidava motociclette coattissime fasciato in giubbe di pelle che inguainavano come si poteva la pancia. A proposito, nel 1964 Pasolini non andò a vedere i Beatles al teatro Adriano. Gli chiesero un commento, disse che non capiva davvero il successo di quei «ragazzi privi di fascino che suonano una musica bellina». Raccontano che Anna Magnani accompagnò il figlio, rimase disgustata.

Franco126 canta Cancello tra le rose, con la quale Claudio Villa vinse Sanremo 1957. Chi altri sennò? Il cancello dove lui aspettava lei (“ogni bacio profumava come un fior”) ora è per sempre chiuso. “Per un amor che m’ha deluso” rima il paroliere Umberto Bertini che aveva cominciato scrivendo stornelli per la festa di San Giovanni. “Cancello che non ti schiudi più”, conclude con funerea ispirazione. Per Villa, testa alta culo stretto, quella era l’occasione di esibire il suo falsetto stellare, curiosa rivendicazione di maschia abilità del tutto fuori posto data la situazione. Ma le canzoni, si sa, mentono sempre. O quasi. La canzone Franco se la tiene appena tra la labbra come fosse un cascherino di Trastevere – oggi col borsone di Glovo sulla schiena, chissà – e il ronzio delle consonanti si confonde col ronzio del motorino. Ci ricorda che in quel Sanremo ’57 una stecca di Claudio Villa fece odiare più del solito il cantante romano e che Pasolini – interpellato – spese parole pubbliche di stima per lui. La snobberia a posteriori si distingue bene, e non è così diversa dal suonare Bach tra le casette del Pigneto, ai suoi tempi e un po’ anche ai nostri.

Ariete, Clavdio, Franco. Il breve disco «abbiettamente poetico» dedicato dai ragazzi di Bomba Dischi alle canzoni che giravano in testa a Pasolini si chiude con due confronti con Domenico Modugno, nel quale Pasolini cercava una certa affinità artistica in termini musicali. Il corpo a corpo tra il colto e il popolare, la ricostruzione e la nostalgia della musica popolare che sarebbe inesorabilmente stata cancellata da Sanremo – lo aveva detto Alan Lomax dopo il suo viaggio in Italia col registratore a salvare quel che si poteva – è da sempre dentro le canzoni di Modugno. Quando finge il grido dei pescatori siciliani (lui era pugliese), quando apre le braccia Nel blu, dipinto di blu, quando ricorda in una sola canzone pseudopopolare l’emigrazione e i drammi del sud a chi pensava di essersene dimenticato. Amara terra mia fu nel 1973 la sigla di chiusura di un telefilm sulla ‘ndrangheta, una primitivo mafia movie di cui si ricorda per l’appunto soltanto la canzone. Ci pensa Pop X a frugare nei non detti. La sua è una marcetta di grana grossa profanata dai rumori, dai glitch della memoria, dagli esotismi di ogni genere, le voci devastate dall’autotune, etnomusicologia fantastica che vira verso la trap alla Gomorra.

Che cosa sono le nuvole? infine è la canzone più celebre e riuscita di Pasolini, musicata da Modugno, inclusa nei titoli dell’episodio di Capriccio all’italiana firmato dal regista nel 1968. Pasolini aveva già collaborato con Domenico Modugno per i titoli di testa di Uccellacci e uccellini, l’anno prima. Ruba qualcosa a Shakespeare nel testo, nell’episodio – ricorderà qualcuno – i burattini fanno l’Otello, Modugno è lo spazzino che guida il camion che li porta alla discarica (tipo Toy Story, certo). Giorgio Poi è molto bravo nel tenerci sospesi in aria ancora una volta, sull’accordo di settima che accompagna a lungo i versi, ha la giusta timidezza di fronte al ricordo dell’interpretazione pazzesca di Modugno. La canzone non è invecchiata per niente. È uno dei capolavori del cantautorato italiano classico, ha lo stesso “folle amore che soffia il vento” di cui parla il testo, non possiamo che esserne cantati.

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