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La musica di Vangelis era di tutti e per tutti

Scriveva frasi melodiche facilmente memorizzabili, che avvolgeva in arrangiamenti sintetici o sinfonici, ma sapeva anche sfidare le aspettative: ritratto di un semidio dell'elettronica

Vangelis nel 1976

Foto: Michael Putland/Getty Images

I grandi se ne vanno lasciando un vuoto difficilmente colmabile da eredi decenti. A poche settimane dalla morte di Klaus Schulze ci troviamo a celebrare il trapasso di un altro genio della musica elettronica moderna, Vangelis. Artista prolifico e sfaccettato, il musicista greco è ricordato soprattutto per le colonne sonore e in particolare per quelle di film entrati nell’immaginario collettivo come Momenti di gloria e Blade Runner. Fermo restando che gli score in questione sono capolavori di ingegno sintetico ed elevano le già importanti pellicole al grado di eccellenza, è chiaro che Vangelis non può essere ridotto solo a questo. Ma è sempre stata la sua, forse, una costante: quella di essere oscurato dalle sue commissioni cinematografiche. Il compositore Vangelis spariva all’interno della sua stessa opera, la quale alla fine diventava proprietà della gente, del mondo intero. Vangelis veniva quasi percepito come Omero, una personalità fantasmatica che non a caso negli ultimi anni della sua vita viveva come fosse un semidio della sua amata Atene (secondo la leggenda, sotto il Partenone).

Ricordiamo un famoso spot della Barilla degli anni ’80, quello col gattino bagnato e la bambina che lo salva. Ebbene, l’azienda usò come commento musicale un brano di Vangelis tratto dal documentario Opéra Sauvage del 1979, nello specifico Hymn, che nella sua geniale semplicità è un esperimento d’inno inter/nazionale che mette sul piatto una specie di esperanto musicale, fatto di citazioni e microplagi d’inni nazionali, canzoni natalizie (in particolare Silent Night, nata all’inizio proprio come inno di pace), arie cosmiche ed esercizi per principianti al pianoforte. A quel punto nelle scuole medie italiane “la Barilla” veniva suonata da flauti e diamoniche come se non ci fosse un domani, ed è stato il primo approccio alla musica di un’intera generazione. Il segreto del successo di Vangelis è stato proprio questo, quello di ridurre la melodia a frasi facilmente riconoscibili a orecchio – talvolta appunto tagliando e cucendo da temi popolari dei po’ come Moroder per il pop – ma nello stesso tempo corredandole di arrangiamenti elettronici e/o sinfonici, sunto della grande tradizione prog/krauta, elaborati fin nei piccoli particolari, ma mai perduti in egocentrismi tecnici.

Da questo punto di vista Vangelis era proto punk, rifiutando ogni nozione teorica come se il linguaggio musicale dovesse essere sempre riscoperto, quasi come si fosse cristallizzati agli albori della musica della Grecia antica, dove questa era praticamente sinonimo di magia. Non a caso sarà uno dei pionieri della new age, anche se pure in questo caso l’etichetta è riduttiva: infatti Vangelis, se come abbiamo visto tende nella maggior parte dei casi a scegliere una via per tutti nel suo concetto di elettronica, ha scritto delle pagine piuttosto ostiche di pura avanguardia sonica, ovviamente sempre cercando la via per renderla fruibile. Ne è un esempio Beaubourg del 1978, disco che all’inizio è quasi inascoltabile da orecchie non “educate”, ma nonostante questo riuscirà nell’impresa di vendere bene anche sfidando i discografici che non credevano nel materiale (e sarà una palestra per mettere su l’impianto di Blade Runner). Oppure Hypothesis, disco uscito senza il permesso dell’autore, che è un particolarissimo esempio di jazz sperimentale fuso all’elettronica prima che a fine ’90/inizio 2000 diventasse normale. Per non parlare di See You Later del 1980, collezione di brani distopici  musicalmente radicali (si sfiora la cold wave), o di Invisible Connections del 1985, un disco di musica atonale che potrebbe oggi essere considerato come modern classic.

C’è anche un altro Vangelis: quello che incarna il perfetto produttore, arrangiatore e tecnico del suono. Il suo grande pregio è di viaggiare parallelamente all’artista con cui collabora, senza minarne la natura ma semplicemente sorreggendola con colonne doriche fatte di arrangiamenti spaziali che ne danno credibilità. Ed ecco quindi che Riccardo Cocciante con Concerto per Margherita sembra cantare da Saturno, Claudio Baglioni in E tu sembra che interpreti canzoni al magma, la Patty Pravo di Tanto sembra venire dalla luna, la Milva di Dicono di me sembra cantare da un Olimpo robotico e addirittura i Panda di Notturno sembrano un gruppo cosmic anche nella loro mielosa retorica. Sono alcune delle collaborazioni in un Paese, l’Italia, che forse tra i primi comprese l’importanza esplosiva di Vangelis non tanto quanto artista, ma come fuoriclasse assoluto. Non a caso anche i Krisma approfittarono della sua genialità non accreditata per mettere a punto i due capolavori post punk che rispondono al nome di Chinese Restaurant e Hibernation: sono questi i casi in cui Vangelis riesce ad amplificare un’attitudine rendendola inattaccabile.

Un altro esempio di questo modo di porsi è la collaborazione con Irene Papas, il cui Odes è essenzialmente un colosso che mette insieme l’eterno neoclassico e la perfezione computerizzata di nuove divinità musicali. D’altronde anche negli Aphrodite’s Child, la band condivisa con Demis Roussos con cui a fine ’60 ottenne un grande successo, rubò il Canone di Pachelbel – ispirandosi sì ai Procul Harum di A Whiter Shade of Pale, ma prima che lo facessero un po’ tutti, Village People compresi – trasformandolo in un brano di pop sinfonico, insistendo anche con il classico Plaisir d’amour di Jean-Paul-Égide Martini poi trasformata in I Want to Live prima che Battiato la rifacesse a più riprese.

Ma è stato proprio con questa formula di successo che è nato, per contrasto, il Vangelis-pensiero, quello che non sopporta la routine di un ambiente meschino come quello discografico che mira solo a reiterare facili consensi. Ed è così che – a band oramai sciolta – uscì 666, il capolavoro degli Aphrodite’s Child che rivisita l’Apocalisse di San Giovanni in salsa prog spiazzando l’industria abbandonando i facili consensi e diventando improvvisamente un disco di culto tanto che lo stesso Vangelis fonderà un duo con Jon Anderson degli Yes, che era rimasto folgorato dall’album. Vangelis d’altronde non ha mai fatto un disco uguale all’altro, cercando sempre di superarsi o di mettere in dubbio le proprie certezze ma senza mai snaturarsi, rimanendo musicalmente se stesso. «Per ogni album che ho fatto, ho scritto molte volte più musica di quanta ne sia stata effettivamente pubblicata, e il modo in cui scelgo quale musica appare è quasi del tutto casuale, ma una cosa che non ho mai fatto è fare musica per amor di mercantilismo».

In un’epoca in cui il soldo è una facile esca appesa a un amo, non possiamo che piangerlo come uno degli ultimi baluardi di coerenza che se ne vanno. Ma consoliamoci, perché il maestro ci ha insegnato che “la pioggia e le lacrime sono la stessa cosa, ma quando sei al sole devi stare al gioco”.

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