La musica dei Sons of Kemet non è un accessorio etno chic | Rolling Stone Italia
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La musica dei Sons of Kemet non è un accessorio etno chic

Il jazz torna a dialogare col pubblico pop e lo fa parlando di storia, radici, lotta. Non è musica per loft fichissimi, come dicono. È musica militante. Ed è anche una delle cose più cool in circolazione

Shabaka Hutchings dei Sons of Kemet

Foto: Udoma Janssen

Nell’universo multiforme e pulsante di segnali culturali che ruota attorno alla figura di Shabaka Hutchings, primo motore tutt’altro che immobile di quella che convenzionalmente si definisce nuova scena jazz inglese, l’aspetto visivo conta quasi quanto quello sonoro. C’è infatti una riconoscibilità estetica che contribuisce a definire ulteriormente, rendendola quasi tangibile, la visione del musicista britannico cresciuto alle Barbados, una sorta di format che passa anche per le copertine dei dischi pubblicati per i suoi vari progetti, in particolare Sons of Kemet e Shabaka and the Ancestors.

Quella del nuovissimo album dei primi, Black to the Future, richiama la cover del precedente Your Queen is a Reptile, omaggio alla formidabile eredità matrilineare presente nella cultura black. Silhouette su accesi sfondi rosso/arancio che ricordano le sculture africane che affascinarono Picasso, afro-cubismo pop che ritroviamo anche, ma su sfondo rigorosamente scuro, nelle opere degli Ancestors. Un immaginario che ci parla di storia, radici e legami ancestrali, appunto, ma che volendo essere un po’ maliziosi non si fa fatica a pensare come arredamento di qualche loft fichissimo da professionisti urbani con pretese di esotismo a buon mercato.

In fondo il problema con la musica di Hutchings e dei suoi sodali fissi o occasionali, se davvero vogliamo trovarne uno, è tutto qua. Il rischio che venga vissuta come un complemento d’arredo all’interno della propria quotidianità di ascolti. Roba che fa fine, soprattutto se tenuta in sottofondo quando si hanno ospiti, e che allo stesso tempo ci fa sentire dalla parte giusta della storia, solidali con lotte e sofferenze che possiamo solo immaginare a fatica quando non siamo troppo impegnati a ridurle a stereotipo buono per un post da social. Che a pensarci bene è un po’ il problema che hanno con il jazz coloro che lo bazzicano saltuariamente e superficialmente. Insomma: il rischio di non capire davvero un disco come Black to the Future, pur fingendo di farselo piacere perché comunque questa new thing shabakiana è tra le cose più cool in circolazione, esiste eccome.

Le copertine degli ultimi due album dei Sons of Kemet

I Sons of Kemet, naturalmente, non ne hanno nessuna colpa e lo stesso Shabaka Hutchings fissa il punto con uno statement significativo riportato nella cartella stampa. «Il significato di questi brani non è universale, il contesto culturale di chi ascolta è ciò che darà forma alla sua comprensione». Dichiarazione netta e anche coraggiosa perché ciò cui gli artisti in genere tendono è proprio l’universalità. Qui invece si stabilisce che no, musica e parole come queste parlano innanzitutto al popolo nero, e che la capacità di decodificarle per chi nero non è non può che essere secondaria e derivata, a forte rischio di fraintendimento. Non si tratta di separatismo, semmai della necessità di riconoscersi in una nuova, radicale forma di appartenenza e militanza, tanto più nell’era del Black Lives Matter. Black music matters, black history matters, black culture matters, black pain matters. E soprattutto importa il futuro black, come adombra il gioco di parole del titolo.

Dal nostro punto di osservazione e di ascolto svantaggiato da uomini bianchi di mezza età, si può nondimeno azzardare che questo nuovo capitolo porti in qualche modo a compimento le numerose premesse disseminate da Hutchings in questi anni. Un furioso, estatico, cacofonico groove senza soluzione di continuità che scorre lungo le undici tracce, la prima e l’ultima delle quali sono rabbiosi spoken word del poeta Joshua Idehen. In quello conclusivo la voce di Idehen grida che “il nero è stanco” e che “Questa preghiera nera è danza! Questa lotta nera è danza!”. Un vecchio assunto allla base di gran parte della musica black di ogni epoca, e se anche quella dei Sons of Kemet non è esattamente danzabilissima – a meno di non avere minimo quattro gambe – il concetto arriva forte e chiaro.

Il jazz qui fa da sostrato dei brani, ma è un jazz che nel suo intreccio di sassofono, clarinetto (Hutchings parrebbe essersi concentrato più sul secondo, in questa occasione), tuba e doppie percussioni risulta contaminato e imbastardito. Non tanto reso superficialmente contemporaneo, quanto innervato da svariati confluenti del fiume della black music, vecchi e nuovi: funk, influssi caraibici, grime, dub, hip hop. Tutto contribuisce a rendere fluida e pluri-dimensionale la musica, che nelle intenzioni si propone come un concentrato di vari suoni della diaspora africana. L’effetto non è quello del catalogo, ma della fusione armoniosa.

Niente di rivoluzionario, ma molto di politico. In un senso che va al di là del formato musicale, la figura di Hutchings come intellettuale e catalizzatore di energie è forse più facilmente assimilabile a quelle di un Linton Kwesi Johnson o di un Gil Scott-Heron che a quelle di, per dire, un Ornette Coleman o un Sun Ra. Persino i titoli dei brani, letti uno dopo l’altro, formano una composizione poetica di senso compiuto. Unire i fili e le suggestioni in un discorso unico e coerente: in questo, oggettivamente, Shabaka è straordinario. Lo si capisce anche da come utilizza i talenti che ha chiamato a raccolta per Black to the Future: tra i collaboratori figurano quella forza della natura di Angel Bat Dawid e la poetessa Moor Mother, Kojey Radical e Lianne La Havas (insieme in Hustle), l’MC grime D Double E e il grande sassofonista Steve Williamson. Tutte personalità diverse per età ed estrazione, che in modi diversi si sono abbeverate alla fonte della spiritualità nera. To Never Forget the Source, come recita il titolo di uno dei brani più intensi in scaletta.

Difficile dire quali potranno essere l’effetto e le modalità d’uso di questa musica rispetto a chi, per una banale (si fa per dire) questione di colore della pelle, è più distante da quella sorgente primigenia. Forse quel rischio di cui si parlava in apertura, e cioè che non solo i Sons of Kemet ma anche il resto di questa scena neo afro jazz londinese diventi soprammobile da mercatino etno-chic, esiste. Ma lasciandosi trasportare da questi suoni si può anche pensare che sì, forse il futuro sarà nero. Una volta tanto, non nel senso peggiore.

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