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La musica coreana non è solo K-pop


Gruppi come BTS e Blackpink rappresentano una piccola parte della scena musicale del Paese, ma la loro influenza ha cambiato tutto, persino interi quartieri di Seoul. Che cosa accadrà in futuro?

Illustrazione: Rolling Stone US. Foto utilizzate: Getty Images; Koury Angelo

Nel 2009, ansiosa di condividere il mio amore per il K-pop con chiunque fosse disposto ad ascoltarmi, ho mostrato a un compagno di classe il video di Lollipop di BIGBANG e 2NE1. Lui rideva, diceva che con tutti quei colori plasticosi e i costumi esagerati sembrava girato su un altro pianeta. Nel 2013, ho fatto vedere ai miei amici i video di Twinkle di TaeTiSeo e di Miss Right dei Teen Top: hanno sollevato le sopracciglia e ghignato divertiti. A quel punto, il K-pop stava già spopolando in Asia e aveva un certo seguito in America Latina, Europa e Medio Oriente. Gli americani sembravano indifferenti al suo fascino. Sette anni dopo, il K-pop è finalmente parte del mainstream statunitense, con gruppi come BTS e Blackpink che vincono premi e partecipano a grossi talk show.

Quello che i fan americani forse non sanno è che stanno ascoltando una generazione specifica e super nuova di pop coreano. Gran parte degli artisti K-pop che avevano successo all’inizio degli anni zero sono passati ad altri generi e lo stesso hanno fatto i fan, stanchi degli innumerevoli gruppi di idols nati negli ultimi due decenni. Oggi in Corea del Sud si è tornati alla più antica forma di musica popolare locale: il trot, genere che deriva dal foxtrot e che attinge a tante altre influenze, tra cui blues, swing, rock’n’roll. Oscurato dal K-pop già dagli anni ’90, e più volte considerato in declino, il trot sta vivendo un revival grazie a talent televisivi musicali come Mister Trot e I Like Trot. Popstar del presente e del passato stanno sfruttando il boom del trot: alcuni fanno i giudici di questi show – per esempio, Shin Ji dei Koyote e Kim Junsu dei TVXQ –, altri partecipano direttamente alla competizione.

Il critico della cultura pop coreana Hee-jung Gong spiega così questa nuova mania: «I giovani sono interessati a contenuti nuovi e unici. Per loro è eccitante ascoltare un genere del passato a cui non sono stati esposti prima. D’altra parte, i coreani di mezza età apprezzano il trot perché è musica che evoca tanti ricordi». In più, nel giro di due anni il cosiddetto newtro (new + retro), un trend guidato da millennial e dalla generazione Z, ha conquistato la nazione cambiando il design di qualsiasi cosa, dalle sneakers agli orologi.

Milioni di ascoltatori sono passati anche alla scena indie (ecco qui una playlist per i non iniziati). In Corea, il termine fa riferimento agli artisti alternativi, folk e punk-rock diventati famosi negli anni ’90. Di recente, però, Korean indie è diventato un termine pigliatutto che descrive la musica che non fa parte del K-pop, del trot o del rap. È un genere eclettico, influenzato dal rock occidentale come dalla lounge e dall’elettronica. Come il trot, a livello globale anche il K-indie è stato eclissato dal K-pop, ma ha comunque mantenuto un grosso seguito in Corea del Sud, soprattutto tra gli studenti universitari e i giovani professionisti.

Esempio significativo: una delle cinque canzoni più popolari in Corea del Sud, secondo la classifica Gaon Digital, è 잠이 오질 않네요 (Non riesco a dormire), di Jang Beom-june, il cantante della band K-indie Busker Busker. Un’altra loro canzone, 흔들리는 꽃들 속에서 네 샴푸향이 느껴진거야 (Il profumo del tuo shampoo nei fiori), è stata la terza più popolare della prima metà del 2020. La loro Cherry Blossom Ending è stata di recente nominata la canzone più popolare del decennio scorso. Un’altra band K-indie, gli Standing Egg, hanno firmato il sesto pezzo più popolare di ottobre 2020, 오래된 노래 (Vecchia canzone).

Mentre le canzoni diventano tormentoni in mezzo mondo, il K-pop è diventato un’influenza decisiva sulla cultura sudcoreana, e tutti i coreani, che siano fan o meno del genere, hanno a che fare con il suo impatto. 

Mi sono resa conto che quando si parla di cultura pop coreana, quello che è popolare in patria non lo è all’estero, e viceversa (vale anche per il cinema, almeno fino all’uscita di Parasite). Quando Gangnam Style di PSY è esplosa a livello globale, nel 2012, i coreani erano scioccati. PSY era sì conosciuto nel Paese, ma non era neanche lontanamente uno degli artisti più popolari, figuriamoci uno in grado di entrare nel mercato americano. Ma quando Gangnam Style è diventato il video più visto della storia di YouTube, i media coreani e persino il governo hanno cavalcato il fenomeno e PSY è diventato una specie di eroe nazionale che ha dato lustro al suo Paese. La sua faccia era ovunque, dai cosmetici agli spaghetti istantanei, fino ai francobolli. A Seoul è stata eretta una statua per commemorare la sua hit virale.

I BTS hanno una storia simile. Anche loro sono diventati popolari all’estero prima che in Corea del Sud. Una volta erano considerati una semplice boy band, ora dominano le classifiche grazie alla loro fama internazionale e la loro Dynamite è stata al primo posto da settembre a novembre. Il loro ultimo album, BE, è attualmente al secondo posto della Gaon Album Chart, ed è stato accolto positivamente dalla stampa coreana, anche se gli articoli sembrano concentrarsi soprattutto sul successo negli Stati Uniti e in altri Paesi.

Insomma, la popolarità all’estero cambia l’opinione pubblica coreana, anche se molti artisti K-pop scrivono e producono musica pensata soprattutto per il pubblico occidentale, come hanno fatto i BTS collaborando con Halsey, Steve Aoki, Ed Sheeran e Jason Derulo, o le Blackpink con Dua Lipa, Lady Gaga e Selena Gomez, oppure il remix di Truth Hurts di Lizzo firmato da AB6IX.

Questo loop di feedback sta letteralmente cambiando la città di Seoul. Quando ci sono andata nel 2014 per vedere amici e parenti, molti bar e ristoranti del popolare quartiere di Myeong-dong suonavano musica lounge e K-indie (se siete fan delle serie K-drama, pensate alla colonna sonora di Coffee Prince o Reply 1988). Quando ci sono tornata nel 2018, però, le strade di Myeong-dong sparavano K-pop a tutto volume, con commercianti vestiti da idol che presentavano gli ultimi prodotti di bellezza K-beauty, parecchi con musicisti sull’etichetta. Diversi gruppi di idol amatoriali e non suonavano dal vivo per la strada.

C’era un’altra cosa sorprendente: vedevo più turisti che gente del posto, e nessuno parlava coreano. A un certo punto, sono entrata in un negozio di cosmetici e una commessa ha immediatamente iniziato a parlarmi in thailandese. Quando l’ho guardata perplessa, è passata al cinese. Dopo aver superato lo shock iniziale, le ho risposto in coreano. Lei si è scusata e mi ha detto, sorridendo, quanto fosse felice di poter parlare un po’ la sua lingua.

Racconto tutto questo per spiegare che, nonostante sia felice di quello che il successo del K-pop ha fatto al mio Paese, sono preoccupata dal fatto che nel mondo il pubblico sia convinto che la musica coreana sia solo questo. Non è affatto così. E non sono sicura di come mi sento di fronte a intere parti di Seoul trasformate in paradisi dello shopping K-pop per turisti. Quando ne ho parlato ad amici e parenti in Corea, mi hanno detto che anche loro pensavano che il Paese stesse perdendo parte del suo fascino. (Detto questo, la pandemia ha fatto chiudere decine di negozi di Myeong-dong, e ridotto il turismo nel quartiere del 90%. Nessuno sa che aspetto avrà dopo la pandemia, anche se l’immagine di trappola per turisti è ancora chiara nella mente di chi è del posto).

Forse, però, nella Seoul del futuro nascerà una nuova cultura, dove vari tipi di musica coreana fioriranno per il pubblico del Paese e anche per quello globale. L’industria dell’intrattenimento lavora alacremente per far sì che succeda, soprattutto con il trot, almeno da quando lo show Miss Trot ha trasformato la vincitrice Song Ga-in in una star. Il programma ha anche rivelato l’influenza e il potere economico degli OPAL coreani (Old People with Active Lives, Anziani con vite attive), la generazione – soprattutto 50enni e 60enni – largamente responsabile del successo di Miss Trot e dell’esplosione del trot che ha dato vita a programmi come K-Trot in Town, I’m a Trot Singer, Mister Trot e Romantic Call Centre.

I produttori televisivi e i veterani dell’industria musicale sperano di replicare il successo del K-pop con il trot. Per esempio, il cantante trot Jang Yoon-jung ha di recente fondato una nuova trot boy band, i SUPERFIVE, con l’obiettivo di attirare i giovani fan verso il genere. In più, i sette vincitori di Mister Trot, il programma più visto della storia della tv satellitare sudcoreana, si sono già esibiti insieme come un gruppo di semi-idol. Tutti hanno una fanbase personale che rivaleggia con quella delle K-popstar.

Molti artisti coreani, dai BTS ai sette di Mister Trot, suonano già musica che attraversa diversi generi, e ricordano agli ascoltatori quanto talento ci fosse nella storia della cultura coreana. L’evoluzione del trot sembra promettere musica più diversificata e il genere si sta fondendo con altre influenze. Amor Fati, la hit di Kim Yeon-ja, mischia elementi di EDM e ha già conquistato il pubblico del Vietnam. Il duo hip hop Baechigi, invece, ha pubblicato un album con la cantante trot Kim Na.hee, e il rapper Mommy Son collabora con il comico-cantante trot Kim Shin-young nel pezzo Spoon March.

Se il K-pop ha scoperto il segreto per il successo globale, forse è solo questione di tempo perché succeda lo stesso con il trot, il K-indie o il K-rap. O forse toccherà a tutti e tre, mischiati in un unico, nuovo genere.

Regina Kim è communication director per un’agenzia globale e un’autrice freelance che vive nel Queens, a New York. Ha lavorato per la divisione dedicata alla Cultura e alle Arti del Ministero degli Affari Esteri della Corea del Sud, così come per l’azienda di streaming DramaFever. Ha scritto per il Washington Post, NBC News Asian America, The Korea Times e per il suo sito web.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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