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La morte di Sulli e il lato oscuro del K-pop

Training militaresco delle pop star, ragazze trasformate in bamboline, niente vita privata, depressione. La macchina sforna successi si sta rompendo?

Sulli nel 2016 alla fashion week di New York

Foto: Getty

Se non fate parte della nicchia italiana che ascolta K-pop da ben prima del boom di band come BTS e Blackpink, il nome di Sulli vi sarà arrivato alle orecchie solo poche ore fa, quando la notizia della sua morte ha fatto il giro del mondo.

Il corpo di Sulli è stato trovato nella sua casa di Seongnam – periferia di Seul – dal manager, che non riusciva a mettersi in contatto con lei da qualche ora. I media parlano di probabile suicidio. Tra le cause principali ci sarebbe una depressione derivante da cyberbullismo e hating online, problemi non nuovi per lo showbiz asiatico, famoso, oltre che per i numeri esorbitanti e le coreografie, per la disciplina militaresca imposta alle giovani pop star.

Sulli aveva 25 anni. La sua carriera era iniziata quando ne aveva 11 ed era stata scelta dalla SM Entertainment per diventare una ‘idol’. Funziona così: l’etichetta fa le audizioni, sceglie le potenziali star e le ‘forma’. Seguono anni di duro training: danza, canto, buone maniere. Tutto si può imparare nell’edulcorato mondo del K-pop. Di base serve solo essere carini. E se non lo si è abbastanza, c’è la chirurgia plastica. Naso, bocca e denti i più gettonati. Una fabbrica di bambole estremamente costosa, che non lascia spazio a tentennamenti. Nessuna distrazione per i futuri idol: niente amici, niente vita privata. Un lavoro a tempo pieno verso il successo. Non tutti ce la fanno, Sulli invece sì. Passa qualche anno e Choi Jin-ri – questo il suo vero nome – diventa una star. Nel 2009 debutta nelle F(x), una tra le prime girlband coreane ad arrivare anche qui. Singoli di successo, tour, follower. Le F(x) ce l’hanno fatta.

Pochi anni dopo, però, qualcosa si rompe. Nel 2014 Sulli si prende una pausa perché esausta. Mentalmente, fisicamente. Stufa della pressione mediatica e del chiacchiericcio sulla sua vita privata – gli idol sono commentatissimi, soprattutto sui social – lascia la band e parla del suo malessere. Rompe un tabù, va in televisione a parlare dell’importanza di prendersi cura di sé: «Soffro di attacchi di panico da quando sono giovane. Sentivo che non c’era nessuno che mi capisse, e sono crollata».

Niente di più lontano nell’industria del K-pop, che crea marionette perfette e felici. Una catena di montaggio in cui la tristezza è contemplata solo tra le mura domestiche. Sulli si allontana dal music biz, ma i media non smettono di parlare di lei. Questioni che da noi farebbero sorridere, in Corea diventano veri e propri scandali. Prima una foto in cui, sotto la maglietta, non indossa il reggiseno. Poi una mezza sbronza con gli amici in diretta sui social. Ultime in ordine temporale le sue dichiarazioni a favore dell’aborto, ancora illegale in Corea del Sud.

I difensori dell’immagine tradizionale della donna la riempiono di insulti: «Quando carico le mie foto senza reggiseno, le persone ne parlano in maniera morbosa. Avrei potuto essere spaventata, ma non lo sono perché penso di poter combattere i pregiudizi, un po’ alla volta». Sulli era una popstar atipica. Voleva ribaltare gli schemi, intraprendendo la lunga e tortuosa strada del cambiamento. Voleva essere libera in un mercato che non prevede libertà, e la sua morte ha portato nuovamente e violentemente a galla quello che le celebrities coreane – principalmente donne – devono affrontare.

Lo scorso maggio a tentare il suicidio era stata Goo Ha-ra, cantante del gruppo Kara, da tempo ricattata dal suo ex fidanzato, con cui aveva una disputa legale da qualche mese. In tutto questo, era stata scaricata dalla sua agenzia. Due anni fa invece si era tolto la vita un altro famosissimo cantante, Jonghyun. In un messaggio postumo pubblicato sui social diceva: «La depressione mi ha divorato, non sono riuscito a sconfiggerla».

Dopo la morte di Sulli, il cantante Dongwan ha accusato duramente l’industria discografica con un post su Instagram: «Ci sono sempre più cose che che ci costringono a fare. Le persone si aspettano che gli idol siano sorridenti e sani. Che siano sexy, ma senza fare sesso. Che dimostrino carattere, senza combattere contro nulla. Quanto a lungo si può sopportare tutto questo? I soldi e la fama sono sufficienti? Non possiamo lasciare che gli interessi delle società di entertainment producano la diffusione di questo virus». In un mercato saturo, dove ogni settimana spuntano nuove band e nuovi show l’unico modo per sopravvivere è lavorare senza sosta, dormire poco, allontanarsi dai propri cari. Fino a quando si crolla.

Non sappiamo ancora se Sulli si sia davvero uccisa, lo dirà l’autopsia nei prossimi giorni. La sua morte però va ad aggiungersi a una lunga serie di vite spezzate, forse, dal peso della celebrità. Il suo ultimo singolo, pubblicato la scorsa estate, si chiama Goblin ed è la storia di una persona con un disturbo dissociativo. «Dobbiamo dimostrare alle persone che siamo qui se ne hanno bisogno», aveva dichiarato la cantante qualche tempo fa. «La salute mentale è un problema di tutti». Di tutti forse, tranne che delle celebrities asiatiche.

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