La lenta morte dei live club milanesi: «Ci siamo indebitati, fra sei mesi chiuderemo» | Rolling Stone Italia
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La lenta morte dei live club milanesi: «Ci siamo indebitati, fra sei mesi chiuderemo»

Viaggio nei locali della capitale italiana della musica dal vivo in crisi a causa delle misure di contenimento del virus. «In Nord Europa si fa ricerca e si lavora su progetti per la riapertura. E da noi?»

La lenta morte dei live club milanesi: «Ci siamo indebitati, fra sei mesi chiuderemo»

Live club e punti interrobativi: il manifesto di #UltimoConcerto

A pochi passi dall’Ufficio delle Dogane di via Valtellina, a Milano, e non troppo distante dalle atmosfere hipster dell’Isola, c’è l’Alcatraz, tempio della musica dal vivo, discoteca e live club fra i più capienti della capitale lombarda dal quale qualsiasi appassionato di musica è certamente passato. «Abbiamo chiesto dei soldi alle banche per avere liquidità e non abbiamo rischiato di chiudere solo perché l’azienda è solida ed è stata gestita in maniera oculata», spiega il titolare Lorenzo Citterio, che racconta, con l’inizio della pandemia – quando l’Alcatraz aveva da poco rilevato anche il locale adiacente, l’ex Gate – di aver fatturato circa il 90% in meno rispetto all’anno precedente. Una percentuale condivisa da buona parte dei locali milanesi che negli anni avevano fatto della musica dal vivo il cuore della loro attività e che ora non accolgono più musica, ma silenzio.

Milano è la capitale italiana della musica live e se dal punto di vista artistico/creativo qualcuno potrebbe avere da ridire, certo nessuno oserebbe contestare alla città meneghina il fatto di essere senza rivali la capitale economica della musica dal vivo. Un primato sostenuto da un contesto favorevole che vede collocarsi a Milano tutte le multinazionali della musica, ma anche un gran numero di uffici stampa, etichette, radio, studi grafici e spazi creativi. E locali, appunto, fermi – salvo le circoscritte aperture estive regolate dalle norme anti Covid – dalla data nera del 23 febbraio. Stando all’ultimo censimento realizzato da KeepOn Live, l’associazione di categoria dei club, nel 2016 i lavoratori dello spettacolo legati ai live club in Italia erano 30 mila, considerando tutto l’indotto, dal social media manager al barista. Live club che per la maggior parte sono ancora in piedi, ma a farci due chiacchiere la risposta dei gestori milanesi è unanime: così non si può andare avanti all’infinito.

Come l’Alcatraz, anche lo Spirit de Milan, principe della nightlife della Bovisa, si è rivolto alle banche in cerca di sostegno. «Ci siamo molto indebitati con le banche per essere potenzialmente operativi ma questo non è prorogabile all’infinito», racconta Luca Locatelli. Specie per le strutture più grandi, che si portano inevitabilmente dietro costi fissi importanti, come l’archeologia industriale che ospita lo Spirit dove tra una serata danzante e l’altra si possono seguire corsi di dialetto milanese sotto gli alti soffitti delle Cristallerie Livellara. E sebbene nel caso degli spazi comunali l’amministrazione cittadina abbia fatto una moratoria, per quanto riguarda i privati la facoltà di venire incontro agli affittuari da parte dei proprietari è discrezionale.

«Momentaneamente non rischiamo la chiusura definitiva ma se va avanti in questo modo per altri 6/8 mesi non rimane aperto nessuno, puoi essere solido quanto vuoi», è di punto di vista del direttore artistico del Legend Filippo Puliafito. Il locale, adagiato sul fianco esposto al viale Enrico Fermi del Parco Nord, con rock e metal al centro della sua programmazione, ha annullato da febbraio a fine giugno 95 concerti e se qualcosa ha potuto fare nel corso dell’estate – il 15 giugno 2020 gli spettacoli dal vivo, stando DPCM dell’11 giugno, sono ripresi con un limite di 200 persone al chiuso e 1000 all’aperto e nel rispetto di specifiche norme anti Covid per poi essere nuovamente sospesi il 26 ottobre dal DPCM 24 ottobre 2020 – è stato grazie allo spazio esterno già attrezzato che ha permesso al Legend di ospitare qualche piccolo live. Stesso discorso per il Magnolia, circolo Arci che vive soprattutto (ma non solo) all’aperto e che negli anni è diventato un punto di riferimento per tutta Italia con festival come il MiAmi, la cui economia, illustra Edoardo Bassi, responsabile della programmazione del locale, si regge sull’estate: «Abbiamo deciso di riaprire solo l’estate scorsa con il bar e la rassegna Cuori Impavidi. Abbiamo aperto solo fuori, all’esterno. Per il resto abbiamo deciso di non aprire del tutto».

Una stagione persa, all’insegna della cassa integrazione, con all’attivo otto concerti al posto di un grande cartellone. All’aria aperta, però, è stato certamente un po’ più semplice, nella bella stagione, adeguarsi ai protocolli anti Covid e un sorriso scappa, nell’amarezza, ai locali che grazie alle procedure semplificate legate all’emergenza sanitaria hanno potuto utilizzare il dehor. «A luglio abbiamo usato il dehor, uno spazio che erano anni che chiedevamo. Nella sfiga questa pandemia ha semplificato alcune cose che speriamo non cambino», racconta ad esempio Roberto Paternò, gestore e proprietario del Bachelite CLab, uno spazio che partendo dal jazz più classico ha poi finito per accogliere tra le sue mura sperimentazioni di ogni genere diventando tappa obbligata del mercoledì sera per gli amanti del jazz che immersi tra le pile di oggetti, spesso in bachelite, raccattati un po’ qua e un po’ là possono sentirsi a casa, ma possono anche – torniamo indietro nel tempo a marzo 2019 – incappare nell’asso dell’R&B californiano Anderson .Paak che il giorno prima del suo concerto al Fabrique per il tour dell’album Oxnard si è preso una serata per improvvisare tra amici proprio al Bachelite. «Per noi la perdita è stata circa dell’80%», prosegue Paternò, spiegando: «Il rischio di chiudere sicuramente c’è. Io però faccio anche il consulente del lavoro, Bachelite non è il mio primo lavoro. O meglio, lo è per la passione che ci metto, ma non ho mai dovuto sostentarmi con il locale». Nessun commento, invece, dal Fabrique, storico locale milanese spesso set di importanti concerti internazionali: lo spazio di via Fantoli non ha rilasciato interviste (non abbiamo ricevuto risposta dai Magazzini Generali e dal Serraglio, locale del quartiere Ortica che nel giugno 2020 con un post sui social ha annunciato la fine dell’attività).

Foto: David von Diemar/Unsplash

La distinzione tra prima e seconda attività non è la sola a differenziare i live club meneghini tra loro, molto diversi anche per il tipo di personalità giuridica, che va dalle associazioni alle srl. Lo fa notare Andrea Minetto – consulente dell’Assessorato alla Cultura del Comune, con focus sullo spettacolo dal vivo e coordinatore, per i primi tre anni, della Milano Music Week – cercando di districarsi tra i ristori per i quali i locali della metropoli hanno potuto fare domanda. «Noi come Comune non abbiamo messo a disposizione nessun ristoro diretto. Abbiamo creato però un fondo speciale dedicato al mondo della cultura, un fondo di mutuo soccorso creato grazie a donazioni di privati e varie realtà rivolto alle attività con un risvolto pubblico, per un totale di due milioni di euro destinati in parte alle venue (dalla musica al teatro) ma anche a realtà come le agenzie». Gli spazi, precisa Minetto, hanno avuto accesso a cifre «dai 2 ai 7/8mila euro a testa».

Tra chi ha beneficiato del fondo c’è ad esempio Costello’s, il gruppo entrato nella gestione dell’Ohibò nel 2017 operando come consulenti e co-gestori insieme all’Associazione Culturale Ohibò, nella speranza che dalle ceneri del locale di via Benaco, che lo scorso mese di giugno ha annunciato la chiusura definitiva, possa comunque nascere qualcosa d’altro. Dopo essersi distinto negli anni per una programmazione, racconta Simone Castello di Costello’s, direttore artistico di Ohibò, di «musica indie sia nell’accezione più old school sia quella più recente sfociata nel mainstream», l’Ohibò il 23 febbraio ha chiuso per mai più riaprire. Perché? Spiega Castello: «Quando è scoppiata l’ondata Covid noi di Costello’s abbiamo dimostrato la volontà di sondare ogni possibilità per salvare l’Ohibò. La proprietà dei muri, invece, non ha creato i presupposti per continuare. Avevamo pensato ad altre possibilità, ma per come stanno andando le cose a posteriori mi viene da dire che saremmo comunque arrivati a un momento di forte imbarazzo». L’Ohibò, zona sud-est di Milano, non arrivava agli albori dell’emergenza sanitaria con una situazione già compromessa: «Prima della pandemia non eravamo in difficoltà, anzi, avevamo innescato quello che io definisco un percorso virtuoso e miracoloso. Quando siamo entrati c’erano grossi debiti mentre a febbraio c’erano diverse migliaia di euro sul conto». Per Castello l’idea è comunque quella di recuperare i concerti che avrebbero dovuto andare in scena all’Ohibò, magari al Biko, l’Arci di via Ettore Ponti dove la squadra di Costello’s è stata temporaneamente accolta.

Dall’altra parte della città, incastonato tra via Breda e viale Monza, direzione Sesto San Giovanni, un altro locale che per anni aveva scaldato le notti dei milanese ha chiuso bottega. È il Blues House di Stefano Fierro. «Sono proprietario, direttore artistico e magazziniere», scherza Fierro, che ripercorre gli ultimi mesi di vita della venue che i primi di luglio del 2020 ha annunciato la chiusura definitiva dello spazio: «Stando all’attuale DPCM se fossi ancora proprietario sarebbe un anno di chiusura. Per quanto possano venirti incontro i fornitori ci sono spese non sostenibili. Quando ho capito com’era la situazione con il Covid ho pensato che a settembre non ne saremmo usciti e che non ci sarei arrivato senza mettere a rischio il patrimonio familiare. L’affitto era in scadenza a giugno. La proprietaria ha temuto di avere dentro qualcuno che non avrebbe più potuto pagare quindi non mi è venuta incontro con un affitto agevolato. Avrebbe rinnovato a condizioni economiche vecchie».

Racconta ancora Fierro: «Nel mio caso il Covid ha cambiato gli equilibri aziendali. È un lavoro di passione, non guadagni così tanto. I costi sono altissimi. Avevamo due affitti arretrati perché eravamo in difficoltà, ma l’azienda era sana, non avevamo debiti né prestiti. La nostra era una realtà aziendale familiare e non una srl o una spa, che hanno un capitale diverso». Al Blues House si faceva soprattutto quello che Fierro definisce intrattenimento, ovvero cover e tributi, proposti da band spesso composte dai turnisti degli artisti in tour. Uno spaccato interessante, non di rado bistrattato da quanti criticavano al Blues House di non dare spazio agli inediti. Spiega Fierro a questo proposito: «Tredici anni fa, nel 2008, la nostra offerta era 60% musica originale e 40% intrattenimento, ovvero tributi, cover, musica da party, materiale che suscita un’empatia più immediata. All’epoca avevamo questa possibilità poi negli anni è cambiato il modello di ascolto e il tessuto sociale. Vedevamo perdere tanta clientela con le band originali, l’economia del locale ne risentiva. Così ci siamo spostati definitivamente verso l’intrattenimento».

Foto: Alexander Popov/Unsplash

Secondo i dati diffusi nelle scorse settimane dal Sole 24 Ore, raccolti da Osservatorio Impresa Cultura Italia-Confcommercio e Swg, tra dicembre 2019 e dicembre 2020 i consumi culturali in Italia sono diminuiti del 47%. Alcuni settori ne hanno risentito più di altri e i picchi più bassi, conseguenza diretta delle chiusure forzate, li hanno registrati, nell’ordine, il teatro (-90%), i concerti dal vivo (-89%), i festival culturali (-86%), il cinema (-84%), le mostre e i musei (-62%) e gli spettacoli all’aperto (-60%). A livello europeo, un significativo lavoro di raccolta dati è stato fatto da Live DMA, associazione europea di rete composta dalle reti nazionali che uniscono live club e festival. A fine settembre Live DMA ha pubblicato un report sulla situazione di venue e club del Continente e l’espressione chiave è «modalità sopravvivenza».

In European venues and clubs in survival mode – Key Numbers l’impatto del Covid-19 è stato quantificato in una perdita di 496 milioni di euro per quanto riguarda le vendite dei biglietti, 521 milioni di euro relativamente alla parte bar e ristorazione, 172 milioni di euro focalizzandosi sulle restanti fonti di guadagno, in base ai dati raccolti lavorando con le 2600 venue che fanno parte della rete Live DMA. «La differenza nel danno economico che i diversi locali europei hanno subito dipende dal modello di business e dal supporto locale governativo», spiega commentando il report Gaianè Kevorkian di KeepOn Live, che in Live DMA rappresenta l’Italia. «Se il locale è inserito all’interno di una regolamentazione giuridica che gli consente stabilità è chiaramente facilitato. In alcuni Stati europei il live club fa parte di strutture che garantiscono ogni anno finanziamenti stabili come spazi che promuovono la musica attuale. Altre casistiche possono essere relative alla tipologia di lavoratori: chi fa capo a stagionali o a freelance ha meno costi fissi. In Europa alcuni locali hanno già chiuso, altri sono a forte rischio chiusura, come in Spagna».

Se il quadro dunque è per tutti quello del survival mode paragonando il nostro agli altri Paesi europei emergono da un lato una velocità di risposta italiana alla pandemia che non ha brillato e, dall’altro, un dialogo sulla ripartenza non sufficientemente attento. «Nonostante l’Italia sia stato il primo Paese europeo ad attuare il lockdown ha avuto una risposta più lenta in termini di sussidi. Sulla programmazione post pandemia, in Olanda e in Danimarca, ad esempio, le reti stanno lavorando con il governo su progetti per la riapertura con studi e ricerche sui test rapidi per poter ripartire anche se la presenza del virus continuasse a farsi sentire. Anche le reti italiane sono chiaramente in contatto con il governo, ma nei Paesi del Nord Europa c’è proprio un altro tipo di dialogo, scandito dalla ricerca di protocolli veri e propri».

Alle nostre latitudini, il dibattito sulla ripartenza figura tra le istanze principali fatte avanti dal settore e in parte confluite nel Tavolo Permanente Spettacolo istituito dal MiBACT e riunitosi per la prima volta lo scorso mese di dicembre. Spiega Federico Rasetti di KeepOn Live: «Se è vero che con il virus dovremo convivere fino al 2022 è ovvio che non si può restare fermi. Non esiste economia al mondo in grado di sopravvivere. Bisogna capire al più presto come partire visto che si può fare e si può fare senza protocolli particolarmente stringenti». Un’idea, sulla direzione che si potrebbe prendere, ce l’ha anche Andrea Minetto dello staff dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano ed è all’insegna della prossimità che in parte anche il Covid-19 ha fatto riscoprire. «In una città che si appresta a ridisegnarsi per quartieri, vicinanza, prossimità i locali dei quartieri possono inserirsi bene in questa linea come hub di zona, di distretto. Luoghi dove puoi seguire un corso, ascoltare musica, andare per il book crossing o per un dibattito. Realtà che siano hub di socialità di quartiere». Sul modello, insomma, della Santeria, che ha uno spazio in viale Toscana e uno in via Paladini. Racconta Andrea Pontiroli, Ceo della srl: «Stiamo sviluppando diversi progetti guardando al futuro. Abbiamo implementato la formazione per i ragazzi che vogliono entrare nel mondo della musica a costi accessibili. Abbiamo lavorato sulla scrittura di progetti e con il nostro studio grafico. Quest’anno abbiamo anche potenziato la nostra agenzia creativa». Ma anche in uno spazio così polifunzionale, dove tra l’altro non è raro incontrare anche gli artisti mainstream ai tavolini del bar o sotto il palco, il colpo del Covid lo si accusa: «In quest’ultimo anno il numero dei dipendenti si è assottigliato per i contratti in scadenza e per le persone che hanno trovato altro. Per il resto sono tutti in cassa integrazione. Il rischio di chiudere esiste sempre, basta un piccolo scossone».

La dimensione di quartiere, il fatto di essere in qualche modo parte di una grande famiglia, in un anno difficile come il 2020 è entrata in gioco anche come elemento di supporto per le venue, che hanno visto i loro affezionati partecipare a raccolte fondi – alcuni locali hanno lanciato crowdfunding e fundraising –, all’acquisto di prodotti e pacchetti, a donazioni legate alle iniziative virtuali o anche solamente con il cibo d’asporto. «Abbiamo provato a fare un po’ di asporto con il cibo, i vicini venivano a prendersi l’hamburger per darci una mano», racconta ad esempio Giampaolo Di Tizio, per gli amici il Giampa, amministratore, proprietario e socio del Rock’n’Roll, un locale prettamente invernale in zona Stazione Centrale – là dove c’era l’erba e ora c’è una città, a pochi passi dalla via Gluck resa celebre da Celentano – che dal dehor non ha tratto grandi benefici. Al punto che, spiega Di Tizio, «stiamo ipotizzando il fallimento». Qui si viene a fare serata con dj set o ad ascoltare musica rock dal vivo. Ma al Rock’n’Roll il rock è più una questione di indole che di genere musicale. «Per me nel rock rientrano anche i Chemical Brothers e i Prodigy. Che sono rock quanto Jeff Buckley e i Negrita. Il rock è metal, è blues, è tante cose».

Un po’ di sollievo, in questo scenario, è arrivato dai ristori. Che per il mondo della musica significa principalmente il bando da 10 milioni di euro, poi rimpinguato a più riprese, messo a disposizione dal MiBACT. Quanto ai fondi extra FUS, in pochi sono riusciti a farne richiesta e ne hanno beneficiato soprattutto le agenzie di concerti. Districandosi nella selva dei codici ATECO molti locali hanno poi avuto accesso a Ristori e Ristori bis per aziende legati alla differenza di fatturato rispetto all’anno precedente. «In tutto si tratta di 90 mila euro circa», riassume ad esempio Andrea Pontiroli di Santeria facendo un rapido calcolo di tutti i ristori ricevuti dal locale. «Qualche decina di migliaia di euro totali», commenta Lorenzo Citterio di Alcatraz. Di base, utilizzati dai locali per le spese, che a differenza dei guadagni non si sono dileguate: «L’ammontare totale non è ovviamente equiparabile a un anno di attività ma ci consente di far fronte alle spese fisse mensili», spiega Edoardo Bassi del Magnolia.

A spiegare in parte le difficoltà del settore c’è però anche il sommerso: tra irregolarità e lavoro nero, il settore notturno è fatto anche di evasione. Una condizione che fa sì che in alcuni casi chiedere aiuto voglia dire autodenunciarsi. Dunque tra i possibili scenari può accadere che i fondi o non vengano proprio richiesti o vengano richiesti presentando un fatturato che non corrisponde, o corrisponde solo parzialmente, al vero. Tra le conseguenze risulta chiaramente falsata l’incidenza del settore sul bilancio statale e il peso, economico ma indirettamente anche a livello di advocacy, dell’universo dei live club.

La non univocità dei codici ATECO è poi uno dei grossi problemi, come sottolineano a più riprese le associazioni di categoria del mondo della musica, dei locali di live music, che spesso pur portando avanti grossomodo le stesse attività si ritrovano in categorie diverse. Differenze che invece di unire creano distanze e che il settore dello spettacolo, inteso a 360 gradi, sta unendo le forze per superare. «Non è più il tempo delle divisioni: siamo un unico settore con un unico futuro. C’è bisogno di unità e forza per consolidare un settore troppo spesso frammentato e parcellizzato», si legge ad esempio tra i dieci punti del manifesto di Bauli In Piazza, che lo scorso mese di ottobre ha riunito in piazza Duomo, a Milano, 1300 persone tra lavoratori e imprese dello spettacolo. «Le interlocuzioni con il Governo perché si trovi la modalità di garantire ai lavoratori una minima continuità di reddito fino a fine dell’emergenza, cioè almeno fino a settembre 2021, sono ancora in sospeso, dato che il tavolo di confronto organizzato dal ministro Franceschini, nonostante i solleciti scritti che non hanno mai ricevuto risposta, non è stato più convocato», dichiara su questa linea Fabio Pazzini del comitato.

Mentre nel mondo iniziano i primi esperimenti per la ripresa della musica dal vivo, dal test del Primavera Sound di Barcellona al caso della Nuova Zelanda, continua a incombere, sul mondo dei live club e dei lavoratori dello spettacolo, un grande punto di domanda. Lo stesso che il 28 gennaio ha affollato i social di un’ottantina di locali, da nord a sud, di musica dal vivo italiani, che si sono interrogati – aderendo all’iniziativa organizzata e promossa da KeepOn Live, Arci e Assomusica – sul loro futuro riuniti sotto l’hashtag #UltimoConcerto: quando sarà l’ultimo concerto? O forse c’è già stato?